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Afghanistan Picture Show: la versione di William T. Vollmann

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

«Quando i sovietici invasero l’Afghanistan volli andare lì. Aveva tutta l’aria di essere un tesoro di incubi». Queste parole restituiscono in qualche misura l’essenza dell’uomo e dello scrittore americano William Vollmann. Nel 1982 aveva ventidue anni e da circa tre era cominciata la guerra russo – afghana. Lui scelse di raggiungere il fronte. A Peshawar prima di varcare il confine ed entrare nel paese dal Pakistan, un giovane afghano, figlio di un diplomatico, gli domandò: «Che cos’è la libertà? Cos’è allora la democrazia?». Da quel conflitto ne sono deflagrati molti e sono cambiati gli schieramenti, tuttavia la questione posta in quello scenario è irrisolta.

In Afghanistan Picture show (minimum fax, 382 pagine, 19 euro, traduzione di Massimo Birattari) Vollmann ricostruisce la storia dell’incontro con una realtà che è entrata almeno da vent’anni nell’immaginario nordamericano. Il libro è un crocevia tra romanzo, saggio e reportage. La voce narrante, «il Giovanotto», è in terza persona. Un generale afghano in esilio, con cui lo scrittore ha trascorso gran parte del tempo, è il suo punto di riferimento essenziale.

Il testo arrivò nelle librerie americane nel 1992, dunque dieci anni dopo la spedizione. C’è chi ne ha paragonato le istanze al capolavoro, Omaggio alla Catalogna, di George Orwell: l’idea di combattere per un ideale e una causa in un paese straniero.

La casa editrice minimum fax ha scelto di rendere l’opera di Vollmann, sia inediti sia nuove edizioni, un cardine dell’evoluzione del proprio catalogo. In circa due anni Afghanistan Picture show è il quarto titolo pubblicato. L’idea di letteratura di Vollmann propone al lettore un’esperienza totalizzante. Vollmann estremizza la massima secondo la quale si scrive solo di ciò che si sa e si sperimenta in prima persona. Lui è arrivato a fumare crack, avvicinandosi alla dipendenza, o a rischiare il congelamento nell’Artico per raccontare il gelo e gli stenti di chi cercava il mitico Passaggio a Nord-ovest.

Prima della partenza per l’Afghanistan, Vollmann svolgeva vari lavori, tra cui quello di segretario in una compagnia assicurativa. Risparmiò la quantità di soldi necessaria a finanziare l’avventura. Vollmann partì, perché voleva comprendere. Maturò forse più interrogativi che risposte con una certezza ormai consolidata dalla storia: «Non avremo mai la vittoria laggiù». La vastità della frontiera nordamericana non gli ha limitato lo sguardo e nascosto l’esistenza di altri mondi. Acquistò due macchine fotografiche, tre obiettivi, quaranta rullini e si mise in marcia.

Vollmann fotografa, intervista, s’interroga e simpatizza per i mujaheddin, immaginando di poterli sostenere nella lotta contro l’invasore sovietico. Parla con i capi della resistenza, con funzionari pakistani e internazionali che gestiscono gli aiuti per i profughi. A questi ultimi non esita a domandare: «Lei è felice qui?». Oppure: «Qualora potesse recapitare un messaggio agli americani, che cosa direbbe loro?». Nella mente e nelle parole degli intervistati, l’America viene definita come una patria per i profughi.

Se, come scrive l’autore, l’11 settembre ha cambiato l’intera percezione degli americani dell’Afghanistan, lui nella temerarietà dell’avventura prova a spogliarsi del potere di essere americano. Affronta gli occhi di chi sopravvive nella più alta concentrazione di profughi al mondo. Vollmann parte dall’America con il desiderio di aiutare un paese bellissimo: «Ogni afghano che avrei assistito mi avrebbe fatto sentire migliore di quanto non fossi». Ma che cosa significa aiutare gli afghani?

Nelle pagine appaiono alcune mappe e ritratti disegnati da Vollmann. Da uno in particolare traspare l’empatia che lo caratterizza. È quello di uno scolare chinato sulla carta bianca. Scrive a proposito della scuola in tempo di guerra: «Adesso, se rifletto su quella scuola senza libri, aperta in un giorno tanto caldo da far chiudere l’altra scuola; questa scuola senz’acqua, quest’unica classe per tutti gli scolari, a prescindere dalla loro età (vidi bambini di sei anni, e vidi ragazzini di dieci, tutti a recitare in continuazione le stesse cose), ho voglia di piangere — no, di fare qualcosa — ma non so cosa».

Vollmann riesce a fotografare le donne oltre il velo. Da reporter con un registratore incalza il dottor Tariq: «Quante persone al giorno cura?». Il passaggio successivo consiste nel chiedersi che cosa possa diventare un paese in cui il desiderio di essere armati e combattere superi quello del cibo e delle medicine. Si misura con l’impossibilità degli afghani di autodeterminare il proprio futuro, poiché gli attori in campo sono entità sovranazionali. L’Afghanistan si trasforma in un teatro di conflitti per procura. E la corruzione è il prodotto principale della guerra.

Nel viaggio il giovane Vollmann assume la dimensione dell’errore e della fallibilità. Dice: «Ero decisamente patetico. Ero completamente inutile». La dissenteria lo fa sentire sguarnito. È partito per aiutare gli altri, finisce che devono salvargli la vita. Trasforma la sensazione d’impotenza in un contatto più sincero con il reale. L’ironia e l’autoironia mitigano il fallimento. A chi gli chiede qual è, se c’è, un obiettivo nel suo scrivere, Vollmann risponde: «Cerco di migliorare le mie frasi, di esplorare l’amore per il mondo e le persone. Sarebbe una fortuna suscitare un cambiamento positivo nel lettore».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
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