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Afghanistan: quale società civile?

Questo testo, uscito sul Manifesto, è una versione ridotta della ricerca La società civile afghana: uno sguardo dall’interno, realizzata nell’ambito di un progetto promosso dal network italiano “Afgana” con il sostegno della Cooperazione allo sviluppo. La ricerca è scaricabile gratuitamente su www.afgana.org.

di Giuliano Battiston

Studiato dagli accademici e invocato dai politici, almeno a partire dalla fine della guerra fredda il concetto di società civile ha acquisito una nuova “ubiquità globale”: è stato molto discusso, se ne è persino abusato, tanto che per alcuni studiosi l’eccesso di teorizzazione lo ha reso un “fuoco fatuo”, un mero attaccapanni analitico sul quale appendere il proprio abito ideologico preferito. Alla centralità del tema nella pubblicistica accademica, si accompagna da un paio di decenni un uso sempre più frequente nelle raccomandazioni degli organismi internazionali sui processi di democratizzazione e transizione post-conflitto. Anche nell’ambito disciplinare del peacebuilding, se una volta ci si preoccupava prevalentemente dei meccanismi attraverso i quali realizzare accordi di pace al livello nazionale, o degli interventi delle agenzie internazionali, oggi si discute invece del modo in cui la società civile possa contribuire alla riconciliazione, valorizzando la sovranità locale nei confronti delle elite politico-militari. Allo stesso tempo, ci si chiede se e a quali condizioni “attori esterni” possano rafforzare la società civile di un paese in guerra, come parte di una più ampia strategia di pacificazione, come contributo a una pace sostenibile nel lungo periodo e come condizione per il funzionamento non soltanto formale di nuovi, o rinnovati sistemi politici democratici.
Almeno a partire dal rovesciamento nel 2001 del regime talebano, anche nel caso dell’Afghanistan ci si è spesso appellati alla società civile, generalmente intesa come un soggetto unitario e come contraltare di uno Stato fragile, anemico, incapace da un lato di garantire il funzionamento del quadro istituzionale – se non al prezzo di instabilità politica -, e dall’altro di assicurare i servizi di base ai cittadini. Sin dal trattato di Bonn, che ha delineato il quadro della transizione post-talebana, tutti i principali paesi donatori hanno infatti assicurato – perlomeno formalmente – di voler rafforzare la società civile come strumento essenziale nella ricostruzione del paese. Lo hanno fatto, però, adottando una concezione piuttosto miope e ristretta della società civile.
A causa dell’assenza di uno Stato funzionante, di una leadership politica riconoscibile e della riluttanza della comunità internazionale a impegnarsi seriamente nello state-building, con l’uscita di scena – provvisoria – dei Talebani i paesi donatori hanno infatti canalizzato gli aiuti umanitari e allo sviluppo attraverso le agenzie dell’Onu e, soprattutto, le Ong. I loro meriti? Essere percepite come politicamente neutre prima ancora che indipendenti, strutturalmente flessibili, più efficaci nel raggiungere i beneficiari dei loro progetti. A essere escluse dai finanziamenti e dall’attenzione della comunità internazionale, le altre forme di associazionismo e i luoghi di discussione pubblica tradizionali, come i consigli di villaggio (jirga e shura), i gruppi culturali, i sindacati, le strutture religiose, in molti casi più rappresentativi del corpo sociale ma meno riconoscibili secondo i parametri sanciti dal concetto normativo di società civile di matrice occidentale, perché informali o solo debolmente strutturati, e soprattutto meno funzionali all’agenda stabilita dalla comunità internazionale.
Quella che è stata definita “l’interpretazione burocratica” della società civile non riguarda però solo l’Afghanistan, ed è piuttosto un fenomeno caratteristico del connubio stabilito a partire dagli anni Novanta, nelle politiche allo sviluppo, tra l’agenda della “good governance” e la progressiva ri-affermazione del discorso sulla società civile: sulla spinta dell’ideologia neoliberista e nell’ambito della retorica “progressista” del sostegno alla società civile, si è cercato di liberare il ramo esecutivo dello Stato dalla sua responsabilità sociale e dalla sua responsività nei confronti dei cittadini, trasferendo funzioni e servizi dalla macchina burocratica statale, considerata inefficace ed elefantiaca, alle Ong, giudicate più “snelle” e capaci di attuare politiche di compensazione sociale senza sollevare obiezioni di carattere politico, senza dunque criticare lo smantellamento del Welfare state.
In Afghanistan, questa tendenza a tracciare una semplice equivalenza tra società civile e Ong si combina ad almeno altri due fattori: da una parte l’evidente difficoltà, in un contesto caratterizzato da una forte frammentazione politica come quello successivo all’occupazione militare del 2001, ad individuare dei soggetti che avessero legittimità e autorevolezza tali da diventare interlocutori affidabili per gli accordi di aiuto allo sviluppo; dall’altro la promiscuità tra aiuto allo sviluppo, sostegno alla società civile, operazioni militari e interessi di politica estera dei paesi donatori. Per stabilizzare il paese e indebolire il sostegno alle forze antigovernative, la comunità internazionale infatti ha adottato una duplice e contraddittoria strategia: da un lato la componente militare, fatta di un impiego massiccio di mezzi e uomini militari, dall’altra gli aiuti allo sviluppo, segnati da molte promesse e altrettante reticenze e ritardi; da un lato gli obiettivi del contro-terrorismo, dall’altro quelli del peacebuilding e della sicurezza umana delle diverse comunità afghane. In questo modo, si è dato luogo a uno degli aspetti più controversi del coinvolgimento della comunità internazionale nel paese centroasiatico, l’incoerenza tra gli obiettivi della sicurezza (quelli dell’occidente che andava garantito dai santuari del terrorismo, secondo i dispacci del Dipartimento di stato americano) e dello sviluppo (dell’Afghanistan, tra i paesi più poveri al mondo). In altri termini, quel che è stato definito il “fare la guerra mentre si costruisce la pace”, o, per essere più precisi, il finanziare la guerra mentre si dichiara di volere la pace. Un’incoerenza che non ha retto, anche perché viziata, oltre che da una contraddizione di fondo, da una sproporzione eccessiva, come dimostrano alcuni dati: dei complessivi 286.4 miliardi di dollari investiti in Afghanistan dal 2002 al 2009, alle operazioni militari nel paese sono andati 242.9 miliardi di dollari, l’84.6% del totale (a cui aggiungere almeno 16.1 miliardi di dollari, il 5.6%, per il settore della sicurezza e le operazioni della contro-narcotici), mentre agli aiuti allo sviluppo è destinato il 9.4% della somma totale, pari a 26.7 miliardi, e al peacekeeping multilaterale (la missione Onu e la polizia europea Eupol) lo 0.3% (0,80 miliardi, i dati sono tratti da Lydia Poole, Afghanistan. Tracking the major resource flows 2002-2010, gennaio 2011, Briefing Paper, Global Humanitarian Assistance/Development Iniziatives).
Al di là della sproporzione dei fondi destinati al peacekeeping e allo sviluppo rispetto a quelli per le operazioni militari, va segnalato il fatto che la securitizzazione degli aiuti – legati agli obiettivi di politica estera dei singoli Paesi donatori e subordinati alle loro strategie militari – non solo ha modellato in modo significativo obiettivi e pratiche delle politiche di emergenza e ricostruzione, ma ha nutrito una società civile rentier, un assortimento di Ong finanziate dai paesi donatori, configurando un particolare modello di relazioni tra Stato e società civile che accorda priorità alle organizzazioni che forniscono servizi, piuttosto che a quelle che promuovono la discussione pubblica o la mobilitazione sociale. Quest’orientamento tecnico-strumentale, che sostiene la società civile soltanto come subappaltatrice di servizi in linea con le priorità di sviluppo concordate da governo afghano e paesi donatori, l’ha depoliticizzata, nascondendo tra l’altro la natura già altamente politicizzata del terreno su cui opera, un terreno in cui, per dirla con Gramsci, una molteplicità di attori, interni ed esterni, portatori di valori e ideologie diverse, si contendono l’egemonia.
Tutto ciò sembra confermare le tesi di quanti sostengono che, negli anni Novanta, il recupero del concetto di società civile sia avvenuto in modo politicamente ed ideologicamente molto selettivo, sulla base di una rivisitazione edulcorata delle teorie di Locke, Montesquieu o Tocqueville, che assegnano alla società civile il ruolo di argine all’arbitrio statale, a scapito delle implicazioni più conflittuali della versione gramsciana. Tuttavia, nel caso dell’Afghanistan sarebbe sbagliato parlare soltanto di una società civile “prodotta” e modellata dalla comunità internazionale e dai paesi donatori (come fanno i ricercatori Howell e Lind nel saggio Manufacturing Civil Society and the Limits of Legitimacy, da cui sono tratte molte delle considerazioni fatte fin qui). In Afghanistan esiste infatti una galassia variegata, piuttosto attiva e diffusa, di gruppi che rivendicano pienamente la capacità di trovare percorsi di autonomia progettuale: media indipendenti, associazioni per i diritti umani, sindacati, organizzazioni di donne, strutture tradizionali, avvocati, religiosi, attivisti e semplici cittadini, gruppi culturali e giovanili. Gruppi spesso informali o poco strutturati, che continuano a coagulare in modo collettivo risorse e capacità individuali, nonostante la disillusione sulla mancata ricostruzione del paese e sul mancato coinvolgimento da parte del governo. E nonostante lo schiacciamento subito tra i vari attori politico-militari, inclusa la comunità internazionale. Pur consapevoli che il termine società civile porta con sé connotazioni storico-culturali che ne influenzano la stessa ricezione, questi gruppi rivendicano la necessariria maturità per modellare sulla realtà afghana in modo originale e produttivo un concetto che rimane estraneo alla maggioranza della popolazione. Soprattutto, reclamano che venga loro restituita la sovranità del paese: se è vero che le istituzioni realmente legittime non possono che risultare da processi politici e sociali autoctoni, e che la percezione di un potere eterodiretto disincentiva la partecipazione pubblica – sostengono in molti -, è ora che la comunità internazionale rinunci alla sua “ingombrante tutela”. Senza abbandonare l’Afghanistan al suo destino, una volta che, con il ritiro delle truppe d’occupazione, verrà meno anche la rilevanza politica del paese.

Giuliano Battiston è giornalista e ricercatore freelance, socio dell’associazione indipendente di giornalisti Lettera22. Scrive per quotidiani e periodici, tra cui L’Espresso, il manifesto, pagina99, Lo Straniero, Ispi. Si occupa di islamismo armato, politica internazionale, globalizzazione, cultura. Per le Edizioni dell’Asino alla fine del 2016 ha pubblicato Arcipelago jihad. Lo Stato islamico e il ritorno di al-Qaeda. Per la stessa casa editrice è autore dei libri intervista Zygmunt Bauman. Modernità e globalizzazione (2009) e Per un’altra globalizzazione (2010). Dal 2010 cura il programma del Salone dell’editoria sociale. Dal 2007 si occupa di Afghanistan, con viaggi, inchieste, reportage e ricerche accademiche.
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