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Agamben, il coronavirus e lo stato di eccezione

di Davide Grasso

Giorgio Agamben ha pubblicato il 26 febbraio sul Manifesto il suo punto di vista sul Coronavirus. Il titolo dell’articolo è, manco a dirsi: Lo stato d’eccezione provocato da un’emergenza immotivata. Che altro, qualcuno si chiederà, avrebbe potuto scrivere il filosofo romano? Ma proprio questo è il problema. La prevedibilità delle affermazioni del filosofo e l’apparente assenza di argomentazioni impegnative nel suo contributo sono state accolte da molti con sorpresa. Eppure non tutti si sono stupiti: la stanchezza di certi paradigmi e la scarsa vitalità del panorama teorico-politico fanno di simili prese di posizione lo specchio di una condizione più generale. Quando, di fronte alla realtà sfaccettata e cangiante del mondo, le formule interpretative si ripetono identiche a sé stesse, si può avere la sensazione che la critica abbia aperto almeno in parte la strada al dogmatismo, nel senso kantiano di derivazione di concetti da concetti senza l’irruzione di un esterno che li vivifichi. Questo “esterno” dovrebbe mettere alla prova confini e rapporti tra categorie, così che queste ultime non appaiano sospettosamente intatte, inscalfibili.

La tesi di Agamben parte dal presupposto che la malattia provocata dal Covid-19 non sia grave. “Poco più di una normale influenza”. Lo si sente dire spesso in questi giorni. Le misure prese dal governo sarebbero quindi “sproporzionate”. Tali misure sarebbero anzi frutto di una precisa, ancorché nascosta, intenzione: aumentare, “con un pretesto”, il controllo politico sulla popolazione. Come già in passato la tutela della salute sarebbe utilizzata per imporre limitazioni della libertà e forme di militarizzazione, abituando i cittadini a restrizioni sempre più invasive della libertà. L’eccezione giuridica – accumulo e concentrazione di sovranità secondo coordinate che presuppongono un’azione al di sopra o contro la legge ordinaria, in nome di una necessità dell’arbitrio fondativa per il diritto – diventa sempre più “regola”, vita inframmezzata di emergenze (epidemie, terrorismo, terremoti) che giustificano il ricorso continuo a misure invasive, rese di volta in volta permanenti.

Agamben cita un comunicato del Cnr come fondamento della sua valutazione medica. È un fatto curioso. Il Cnr è l’istituzione che per eccellenza agisce e coordina la ricerca per conto e nella logica dello stato. Il filosofo intende mettere a nudo un’operazione del sistema complessivo di poteri e saperi che dalle istituzioni si irradia, in primis sul piano medico; ma con quale criterio discerne quali interventi pubblici, formulati da e per conto di quel sistema, sono o meno parte di un disegno politico non immediatamente perspicuo? La questione è tutt’altro che irrilevante sul piano epistemologico; ma c’è di più. Il comunicato del Cnr non afferma affatto che il Covid-19 sia una semplice influenza: semmai che i sintomi, nell’80-90% dei casi, sono simili a quelli dell’influenza. Afferma anche che nel 10-15% insorge la complicanza polmonare, che è quella che provoca il sovraffollamento ospedaliero e i decessi. (La polmonite, per quanto suoni innocua, è una delle prime cause di morte per malattia infettiva in vaste regioni del mondo, e la prima in Europa). Se il Cnr contribuisce giustamente a contestualizzare la pericolosità del virus entro una cornice razionale, ricorda anche che un 4% dei casi rende necessaria la terapia intensiva, e non è affatto una percentuale bassa.

Nessuno sta dicendo che il Covid-19 sia il flagello del secolo o il virus più pericoloso al mondo. Le preoccupazioni per la sua diffusione sono molto più equilibrate di quanto alcuni sembrano pregiudizialmente pensare, talvolta mossi da uno schifo elitario per i comportamenti di massa. È vero, ad esempio, che virus anche più pericolosi non si diffondono con analoga rapidità. Benché non sia in grado di provocare effetti disastrosi, il Covid-19 non è quindi la semplice influenza, come del resto spiegato – volendo restare a fonti scientifiche statali, e in attesa di un criterio per selezionarle – dall’Istituto superiore della sanità. Potrebbe dire Agamben che la differenza tra influenza stagionale e Coronavirus non è comunque abbastanza rilevante da giustificare simili misure del governo? Qui veniamo al problema essenziale: come saperlo? Contrariamente ad altri virus le caratteristiche del Covid-19 non sono conosciute ad ora in maniera precisa, né sono stati messi a punto vaccini o terapie vere e proprie (per essi ci vorrà un po’ di tempo, forse fino a due anni). Per questo la gente spera di non prenderselo.

Non siamo in presenza, quindi, di uno “stato di paura che in questi anni si è evidentemente diffuso nelle coscienze degli individui e che si traduce in un vero e proprio bisogno di stati di panico collettivo”, per usare le parole di Agamben. Al contrario: la gente è piuttosto tranquilla, la vita procede regolare, nel mio quartiere a Torino supermercati e farmacie non sono sovraffollati. Ciò non toglie che tutti preferiscano che il virus circoli il meno possibile. Non mancano qua e là paranoici della pandemia, ma sono più numerosi, mi sembra, i paranoici del complotto, che negano vi sia un reale pericolo per le persone e deridono i comuni mortali. Ci sono invece ottime ragioni per preoccuparsi, il che non vuol dire assolutamente perdere le staffe. Dovendo sopravvivere vorremmo che l’economia non sprofondasse, molti di noi hanno già subito danni economici a redditi bassi, e sappiamo che le condizioni economiche, già prima non esaltanti, peggioreranno per lungo tempo se il contagio diventa epidemico. Un’epidemia porterebbe inoltre al tracollo del fragile e sottofinanziato comparto sanitario, mettendo in forse un numero di vite molto maggiore. Il collasso degli ospedali nelle regioni più colpite della Cina ha provocato decessi per semplice mancanza di cure adeguate. Accadrà anche in Europa?

Continua Agamben: “Si direbbe che esaurito il terrorismo come causa di provvedimenti d’eccezione l’invenzione di un’epidemia possa offrire il pretesto ideale per ampliarli oltre ogni limite”. In primo luogo, qui non c’è nessuna “invenzione”. La diffusione del virus e il virus stesso non sono inventati ed esistono concretamente, fuori dai nostri benedetti schemi concettuali, e non è necessario aspettare che metà degli italiani sia contagiata per pensare a delle misure, perché prevenire è meglio che curare. Le statistiche della diffusione, per ora molto limitata, sono note e veritiere almeno fino a prova contraria, salvo pensare di poter accusare migliaia di operatori sanitari di intelligenza con un presunto piano segreto di disinformazione. I media esibiscono indubbiamente un ansiogeno eccesso di zelo nel divulgare le statistiche (chissà se, qualora non lo facessero, si griderebbe alla censura), ma questo non corrisponde verosimilmente a un piano preordinato dello stato, esprimendo semmai la tipica logica capitalistica della competizione spettacolare; che è nefasta, ma non rientra nella lettura che Agamben dà della situazione.

Per ciò che concerne la politica, non sembra che Conte stia usando la diffusione del virus come pretesto per ampliare “oltre ogni limite” il potere dello stato o provvedimenti eccezionali. Questa sì che mi sembra la descrizione di una circostanza “inventata”. Se analizziamo i fatti, vediamo che il governo ha tentato in ogni modo di minimizzare un fenomeno di cui poco sanno i medici – figuriamoci i politici – e ora prende misure che hanno come primo scopo mostrare all’Italia e all’estero che sta facendo qualcosa. Proprio per tenere d’occhio con attenzione le mosse dello stato, sempre pericolose, a poco serve gettare subito ogni provvedimento in una notte in cui tutti i decreti sono stati di eccezione, rischiando di aumentare la sfiducia o l’indifferenza che le persone hanno maturato verso le filosofie radicali.  Indubbiamente gran parte delle ordinanze e degli articoli del decreto saranno incoerenti o sbagliati. Occorrerebbe allora commentarli uno per uno e argomentare le obiezioni. Dovremmo riabituarci a fornire qualcosa di concreto a coloro cui rivolgiamo un’interpretazione dei fatti: le grandi costruzioni ideologiche, dovremmo averlo imparato, perdono mordente se non sono in grado di impigliarsi nella realtà.

Il paragone che Agamben fa tra Coronavirus e “terrorismo”, d’altra parte, è quanto mai rivelatore. Credo si riferisca agli attentati dell’Isis degli anni scorsi. Qui è all’opera tutta una meccanica acritica dell’analogia. Un movimento politico fatto da uomini non è per nulla analogo alla diffusione di un microbo. Gli attacchi dell’Isis, che non erano a loro volta un’invenzione, possono aver dato adito a sperimentazioni del controllo su vari piani, ed essersi a loro volta nutriti di quelle reazioni, ma non sono fenomeni di fronte ai quali si possa reagire senza violenza e quindi senza esercizio di un potere. Chi poi voglia o debba farsi carico del problema è un altro paio di maniche, ma emerge il problema di fondo di proposte teoriche che, per quanto valide e illuminanti su tantissimi aspetti, sembrano non porsi mai il problema dell’alternativa reale. Anche quando lo stato sperimenta l’eccezione in seguito ad attentati, la nostra critica non deve sovrapporre meccanicamente tutte le iniziative prese dallo stato le une con le altre, affogandole in un’analisi uniforme, perché proprio se si intende sostituirlo con qualcosa d’altro occorre immaginare cosa faremmo noi se avessimo responsabilità pubbliche in quella situazione. Allora ci renderemmo conto che alcune delle misure repressive (ad esempio procedere a perquisizioni, interrogatori, controlli sulle strade) sarebbero le stesse che prenderebbe una forza rivoluzionaria in condizioni analoghe (accade ad esempio in Rojava). Probabilmente una forza rivoluzionaria procederebbe anzi contro l’estrema destra, islamica e non, con minori complessi sul piano politico, ed anche con minori ambiguità.

Certa critica teorica, in ambito accademico e “militante”, ha scelto di ritagliare per sé il vezzo esclusivo ed escludente del negativo puro: si limita ad analizzare le dinamiche di potere, chiamandosi fuori dal problema decisivo che esso rappresenta anche per la trasformazione. Questo induce a sviluppare un’attitudine a un tempo cupa e contemplativa, che non vede vie d’uscite e non riesce a dare conto della complessità e delle differenze insite nello sviluppo politico. Tutto ciò che questa attitudine vede attorno a sé è narrazione, ideologia, mito e menzogna, e le uniche narrazioni analizzate sono quelle attribuibili al “potere”, appunto. Il potere: chi è costui? Una domanda familiare. Pur essendo descritto in via di principio come un reticolato di interventi umani nella società, assume poi paradossalmente, in interventi come questo, le sembianze di quella vecchia idea di Potere, concentrato e completamente individuabile, che proprio una stimolante tradizione di pensiero voleva in origine abbandonare.

Commenti
96 Commenti a “Agamben, il coronavirus e lo stato di eccezione”
  1. Fischia scrive:

    Finalmente! Ottimo, ottimo articolo. Grazie mille.

  2. Oronzo scrive:

    Finalmente l’articolo che aspettavo, ho ammirato Agamben per gli scritti estetici, le righe su Warburg, le ninfe, la nudità, la scoperta del frammento di Benjamin, la teoria delle segnature, il tutto molto poetico, raramente argomentato filologicamente, ma il carrozzone biopolitico degli ultimi tempi si è ridotto a una pochezza argomentativa, sembra quei vecchiacci al bar che ti raccontano dei tempi andati, delle fichette di una volta, di quando andavano a far serata con diecimilalire e non c’erano gli autovelo e dicevano di trombarsele tutte. Poi questo stato d’eccezione dai, sembra un articolo scritto da un algoritmo, tra un po’ Agamben andrà in posta e scriverà che c’è lo stato d’eccezione perchè c’è troppa fila. Solo in Italia, il paese delle mozzarelle, di San Gennaro, riusciamo ancora a non sotterrare questi sciamani

  3. Francesca scrive:

    “la stanchezza di certi paradigmi e la scarsa vitalità del panorama teorico-politico fanno di simili prese di posizione lo specchio di una condizione più generale”. Parole sante, che riassumono in nuce tutti I limiti dell ultimo trentennio. Grazie a Davide che ben ci spiega come si applicano al momento attuale. Un momento in cui peraltro l’assenza dello stato di eccezione, il business as usual, sarà molto più letale per la popolazione di quanto lo potrebbe essere la decisione di fermare per qualche giorno o settimana la vita produttiva delle nostre città. Fa specie quanto la critica radicale non si sia accorta del paradosso.

  4. Antonio scrive:

    Questa critica alle posizioni di Agamben mi sembra ridicola perché sfugge al punto centrale delle sue tesi che vanno al di là dell’immediato, e a movimenti sociali che partono o sono acuiti da eventi immanenti. Se questo Sig. Davide Grasso perde la posizione centrale e preoccupante dello stato delle cose attuale e del panico sociale globale che va solo a favore del capitale e della lenta restrizione delle libertà individuali, forse ha già rinunciato alla sua libertà di pensiero.

  5. Ornella scrive:

    Grazie. Ho trovato imbarazzante, dati alla mano, l’articolo di Agamben. La filosofia moderna non dovrebbe mai prescindere dalla scienza. E l’epidemiologia fornisce proiezioni preoccupanti sulla tenuta del sistema a fronte di questa epidemia, proiezioni che saremo lieti tutti di vedere smentite, ma il principio di precauzione dovrebbe sempre orientare i responsabili della politica. Mi aspetto una riflessione sui tagli ai posti letto nella Sanità, piuttosto.

  6. Serena scrive:

    Grazie, un articolo intelligente e necessario!

  7. salvo fedele scrive:

    In questo testo di Agamben ho letto la stessa “supponenza critica” nei confronti “dell’emergenza sanitaria che non esiste” che leggo ogni giorno nelle facce di molti amici e anche di semplici conoscenti. Per non parlare di altro che succede nei social.

    Leggete il pezzo con attenzione ai riferimenti ai comunicati della principale agenzia internazionale:
    una persona istruita, colta, attenta alle conseguenze sociali della gestione di una emergenza è in realtà così impaurita di “perdere” la “quotidianità della sua vita” da mostrare chiari segni di analfabetismo funzionale: non capisce le parole semplici contenute in un comunicato OMS e le reinterpreta a modo suo.

    Questo fenomeno è ampiamente conosciuto nella letteratura sulle emergenze.
    Il negazionismo di una reale emergenza assume molti volti, ma questo è uno dei più diffusi:
    – reinterpretare in modo comodo (per sé stessi) anche i messaggi più semplici, ma che contengono notizie scomode. E questo per dormire tranquilli le nostre vite che mai avremmo potuto pensare così in bilico.
    E poi… per una malattia infettiva!

    È innanzitutto una reazione “umana” che bisogna “capire”, non “combattere”. Per esempio per non cadere in modelli comportamentali che abbiamo già sperimentato come disastrosi per la salute pubblica (gli effetti della sfiducia reciproca nella “battaglia” sui vaccini dovrebbero ricordarlo ancora tutti)

    Capire? Sì capire.
    Puoi essere un filosofo, persino uno stimato professionista della comunicazione, ma hai paura e finisci per non saper più leggere un comunicato (come quello OMS sul numero atteso dei casi critici) che persino un bambino di scuola media non avrebbe difficoltà a interpretare correttamente.

    In maniera obiettiva possiamo a volte guardare gli altri, difficile saper guardare dentro di noi in modo altrettanto lucido e scoprire la paura che soffoca l’intelligenza.
    Parlare di un virus è cosa ben diversa di vivere la realtà di un virus. Anche le menti più lucide vanno facilmente in tilt.

    Invece è importante mantenere calma e lucidità.
    Serve l’intelligenza di tutti, nei comportamenti come nelle critiche costruttive all’operato di chi ci governa. Diversamente questa crisi non avrà soluzioni positive, ma farà solo danni di ogni tipo. Purtroppo non solo morti.

    L’Italia di queste ore è forse il posto peggiore per costruire una vera intelligenza collettiva. Bisogna provarci però. E questo dovrebbe essere un obiettivo trasversale che dovrebbe accomunare tutti quelli cha hanno a cuore il ritorno a una vera normalità. Vera normalità, non quella che conoscevamo prima del coronavirus.

    Grazie del suo articolo e Grazie dell’ospitalità

  8. Simone scrive:

    Finalmente il dibattito si amplia. Personalmente sono contrario alle contrapposizioni ideologiche divaricanti, ho frequentato diversi ambienti ma sono molto favorevole a raccogliere questo invito. L’unica questione su cui tuttavia mi trovo davvero d’accordo è che sia vero che la società non sia affatto andata nel panico e che sbagliamo a giudicare la massa dall’alto in basso, ma sinceramente rivendico la mancanza della proposta di un’alternativa reale se si tratta di una prospettiva puramente politica (so che Davide Grasso sottintende l’aspetto sociale e non puramente politico ma io non l’avrei sottinteso ma esplicitato e articolato meglio) e proprio non mi ci trovo nella frase «occorre immaginare cosa faremmo noi se avessimo responsabilità pubbliche in quella situazione».
    Due parole merita di questi tempi certamente la polemica del ‘negativo puro’, ossia il militante che si limita ad analizzare le dinamiche di potere chiamandosi fuori (ne sappiamo qualcosa). Non ho letto l’articolo di Agamben a cui fa riferimento (mi fido sulla critica), ma per quanto mi riguarda con un collettivo bolognese abbiamo cercato su un blog di elaborare qualcosa di diverso, ossia difendere proprio la società dalle accuse di essere ‘psicotica’ e incapace di autogestirsi. Dopodichè possiamo fare autocritica sul fatto di non essere pronti ad autogestirci e di essere troppo inerti o ‘puramente critici’, ma questo è anche un limite della nostra educazione e di un assetto politico che ci porta ad essere passivi e contemplativi e che noi proprio per questo contestiamo. Questa è la nostra ‘alternativa reale’. La società ha potenzialità inespresse che vengono continuamente rese inerti dalle istituzioni, di cui per fortuna forse abbiamo smesso di fidarci ciecamente (ma non ne sarei così sicuro). Poi ammetto senza problemi che la critica puramente ‘anti’ perde di vista spesso di individuare ciò che nel piccolo la società già fa per autogestirsi e rendersi autonoma e che si dovrebbe impegnarsi su quel fronte

  9. Elena Grammann scrive:

    Ottimo articolo, grazie e complimenti!

    “Tutto ciò che questa attitudine vede attorno a sé è narrazione, ideologia, mito e menzogna, e le uniche narrazioni analizzate sono quelle attribuibili al “potere”, appunto.”
    La fase senile dell’ermeneutica.

  10. Nicola scrive:

    Finalmente un articolo si attuale, ma degno di essere letto e fermare l’attenzione del lettore medio. Davvero complimenti, sia per l’argomento che per l’esposizione.

  11. riccardo scrive:

    Mi permetto di segnalare la risposta di Jean-Luc Nancy ad Agamben:
    https://antinomie.it/index.php/2020/02/27/eccezione-virale/
    nonché gli altri articoli di Roberto Esposito ed Elenio Cicchini nella sezione “Paradoxia Epidemica”,
    Riccardo

  12. Grazie dell’articolo ben concepito e ben esposto.
    Visto il livello alto, mi posso pemettere di fare l’avvocato del diavolo senza timore di cadere nel complottismo o nel new age:

    “la conoscenza dei fatti non necessariamente cambia i comportamenti delle persone”

    Qui e altrove c’è comunque una affermazione di come la conoscenza possa essere antidoto efficace a queste situazioni.
    Ci piacerebbe molto, ma, come sappiamo e vediamo, non è così: dalla politica, alla cultura, giù (o su) fino al livello neurofisico.

    Nell’epoca dei dati e dell’intelligenza artificiale, il “dato” (e la sua costruzione, e la computazione/interpretazione) rimane una questione problematica, sia nella sua essenza ed esistenza, sia nel suo effetto (e/o mancato effetto) sulla società.

    Vien da chiedersi, quindi, quali interventi pre-politici (e pre-scientifici?) sia necessario mettere in atto per migliorare la situazione.

    Come artista e ricercatore, stiamo provando, per esempio, con il concetto della Datapoiesi: i dati (e la computazione) creano sensibilità che prima non c’erano, attraverso l’arte e il design. Uno degli elementi fondamentali della Datapoiesi è il suo carattere diffuso.
    In maniera Latouriana: i dati (e i ricercatori) non sono più dentro il laboratorio, in cui gli scienziati col camice osservano e poi, se si degnano, ci irrorano della loro conoscenza.
    Nella Datapoiesi i dati sono in mezzo al mondo, proprio come i ricercatori: totem attorno a cui unirsi nella conoscenza per decidere, insieme, il da farsi.
    Il che, tra l’altro, non toglie nulla alla scientificità dei dati o dei ricercatori. Semmai, invece, aggiunge, trovando modi più efficaci (anche neurofisicamente) per portarli in mezzo al mondo.
    La popolazione, quindi, non è più un bambino cui dire cosa fare, ma un partner assieme a cui decidere.
    Questa, forse, è la “rivoluzione” più grande (o la sola? a volte viene il dubbio) offerta dalle tecnologie digitali: il ricercatore può finalmente uscire dal laboratorio. Peccato che questa “rivoluzione” sia solo potenziale, così scarsamente sostenuta da pubblico e privato.

  13. Mirza scrive:

    Grasso taglia le gamben introducendo un virgolettato non rintracciabile nel testo che critica. Tale virgolettato se non attribuibile ad Agamben è da attribuire al “sentito dire” che Grasso vorrebbe equiparare all’opinione di Agamben.
    A me pare una falsa partenza in un articolo chilometrico che giunge al traguardo – prendendo slancio da una premessa “falsata” – svelando un legittimo desiderio di critica ma svolto in modo poco serio verso un obiettivo individuato in modo generico come dice Grasso in chiusura: Tutto ciò che questa attitudine vede attorno a sé è narrazione, ideologia, mito e menzogna, e le uniche narrazioni analizzate sono quelle attribuibili al “potere”, appunto. Il potere: chi è costui?
    Grazie per l’occasione di confronto.

  14. Alfonso scrive:

    Mi scusi Mirza, in merito al suo commento, non mi è chiaro a quale virgolettato lei fa riferimento. Potrebbe scriverci l’intera frase in cui il virgolettato è inserito, in modo che il suo commento sia meglio analizzabile? Grazie

  15. Francesco scrive:

    Vedo che parecchie persone non la pensano come Davide. Chiaramente avere più opinioni è un bene, ma noto che i più dei commenti “critici” ruotano attorno a problemi concettuali, il che era esattamente il punto di Davide: grandi idee a parte, voi che fareste?

    Non so, forse è solo la mia lettura dell’articolo. Però a me pare che uno degli atteggiamenti su cui riflettere sia proprio questo – che il virus rafforzi o indebolisca il capitale, qual sarebbe l’atteggiamento corretto verso la situazione? Sminuire un problema effettivo (tra gli altri problemi sociali)?

    Ripeto, sono aperto ad altre letture, ma sinceramente prima di criticare uno come Grasso che le sue convinzioni le ha messe in PRATICA (perdonate il maiuscolo, ma ci sta) io ci penso due volte. Ancora di più se uno così ci parla proprio di ridare concretezza al discorso.

    Cordialmente,
    Francesco

  16. Mirza scrive:

    Gentile Alfonso, il virgolettato a cui faccio riferimento è: “Poco più di una normale influenza”, ho verificato e nell’articolo di Agamben non c’è riscontro, in seconda battuta ho analizzato il metatesto di Grasso, e lì vi ho trovato l’aggancio per la mia breve analisi.
    Grazie per l’attenzione.

  17. Marco Spiga scrive:

    Mi pare una delle cose più sensate lette su Internet.
    Una cosa che, nell’essenza e certo non con la ricchezza delle sue argomentazioni ma concordante nel “succo”, si dice anche in una fabbrica, almeno quella nella quale io lavoro.
    Grazie

  18. Giovanni scrive:

    L’autore dell’articolo ( in diversi punti interessante) lascia credere al lettore, che non ha letto il testo originale, che l’affermazione “poco più di una normale influenza” sia una definizione coniata da Agamben per minimizzare in modo irresponsabile questa epidemia; e non, com’è in realtà, una sua traduzione di quanto comunicato dal CRN “L’infezione, dai dati epidemiologici oggi disponibili su decine di migliaia di casi, causa sintomi lievi/moderati (una specie di influenza) nell’80-90% dei casi. Nel 10-15% può svilupparsi una polmonite, il cui decorso è però benigno in assoluta maggioranza. Si calcola che solo il 4% dei pazienti richieda ricovero in terapia intensiva”. Agamben parte dunque non da sue personali ed immotivate illazioni, ma da un comunicato ufficiale per sviluppare le sue tesi che, condivisibili o meno, hanno origine da un testo diffuso dal più grande ente pubblico di ricerca italiano. Non doveva fidarsi di ciò che scriveva il CNR? Qui il link del comunicato ufficiale del CNR: https://www.cnr.it/it/istituto/040/direttore/istituto-di-genetica-molecolare-luigi-luca-cavalli-sforza-igm

  19. Alfonso scrive:

    Agamben scrive verso la fine dell’articolo: “La sproporzione di fronte a quella che secondo il CNR è una normale influenza, non molto dissimile da quelle ogni anno ricorrenti, salta agli occhi.” Grasso con il virgolettato “Poco più di una normale influenza” non sarà stato preciso probabilmente, ma sicuramente ha espresso bene il concetto che Agamben sostiene, che l’influenza del nuovo Coronavirus sia come una normale influenza, ma non è proprio così
    ( si veda questo video: https://www.medicalfacts.it/2020/02/27/video-coronavirus-roberto-burioni-linfluenza/ ).
    Per cui secondo me non ha detto il falso. Anche perché l’articolo di Agamben muove proprio da questa tesi, e Grasso lo spiega molto bene:

    “Agamben cita un comunicato del Cnr come fondamento della sua valutazione medica. È un fatto curioso. Il Cnr è l’istituzione che per eccellenza agisce e coordina la ricerca per conto e nella logica dello stato. Il filosofo intende mettere a nudo un’operazione del sistema complessivo di poteri e saperi che dalle istituzioni si irradia, in primis sul piano medico; ma con quale criterio discerne quali interventi pubblici, formulati da e per conto di quel sistema, sono o meno parte di un disegno politico non immediatamente perspicuo? La questione è tutt’altro che irrilevante sul piano epistemologico; ma c’è di più. Il comunicato del Cnr non afferma affatto che il Covid-19 sia una semplice influenza: semmai che i sintomi, nell’80-90% dei casi, sono simili a quelli dell’influenza. Afferma anche che nel 10-15% insorge la complicanza polmonare, che è quella che provoca il sovraffollamento ospedaliero e i decessi. (La polmonite, per quanto suoni innocua, è una delle prime cause di morte per malattia infettiva in vaste regioni del mondo, e la prima in Europa). Se il Cnr contribuisce giustamente a contestualizzare la pericolosità del virus entro una cornice razionale, ricorda anche che un 4% dei casi rende necessaria la terapia intensiva, e non è affatto una percentuale bassa.

    Nessuno sta dicendo che il Covid-19 sia il flagello del secolo o il virus più pericoloso al mondo. Le preoccupazioni per la sua diffusione sono molto più equilibrate di quanto alcuni sembrano pregiudizialmente pensare, talvolta mossi da uno schifo elitario per i comportamenti di massa. È vero, ad esempio, che virus anche più pericolosi non si diffondono con analoga rapidità. Benché non sia in grado di provocare effetti disastrosi, il Covid-19 non è quindi la semplice influenza, come del resto spiegato – volendo restare a fonti scientifiche statali, e in attesa di un criterio per selezionarle – dall’Istituto superiore della sanità. Potrebbe dire Agamben che la differenza tra influenza stagionale e Coronavirus non è comunque abbastanza rilevante da giustificare simili misure del governo? Qui veniamo al problema essenziale: come saperlo? Contrariamente ad altri virus le caratteristiche del Covid-19 non sono conosciute ad ora in maniera precisa, né sono stati messi a punto vaccini o terapie vere e proprie (per essi ci vorrà un po’ di tempo, forse fino a due anni). Per questo la gente spera di non prenderselo.”

  20. Alfonso scrive:

    *il mio precedente commento è rivolto all’utente Mirza, in risposta al suo ultimo commento

  21. Francesca scrive:

    Agamben non avrà detto “poco più di una normale influenza”, ma ha detto sicuramente “quella che secondo il Cnr è una normale influenza” – dimostrando di non conoscere, o di non essere interessato a conoscere, nemmeno il tema che doveva discutere. Poco fa che uno dei migliori epidemiologi al mondo Neil Ferguson abbia definito il virus “one which probably concerns me the most out of everything I’ve worked on” – per il filosofo italiano l’epidemia è talmente “supposta” che le misure introdotte per contenerla sono “frenetiche, irrazionali e del tutto immotivate”. Mi sembra evidente da tale minimizzazione che quella di Davide Grasso è una descrizione precisa, quasi generosa, delle parole di Agamben. Purtroppo mi duole constatare ancora una volta quanto poco sia rimasto dell’aura dei grandi filosofi italiani che di fronte a ogni crisi, magari perché negli ultimi decenni loro di crisi nella loro esistenza personale ne hanno viste poche, tutto fanno pur di impedirci di ricordarli senza rabbia per la straordinaria sproporzione, questa sì, tra il loro nome e il contributo che danno, nullo ormai, alla lotta quotidiana contro le grandi ingiustizie dei nostri tempi, di salute, di povertà, di legittimità di parola. Venga presto il giorno in cui la filosofia italiana muoverà oltre i grandi padri radicali degli anni Settanta, che da quarant’anni ormai non ci lasciano altro che autoreferenzialità e lamenti.

  22. maybe I'm dead scrive:

    Magari è stanco Agamben: non mi pare lo sia la sua batteria teorica. Stabilire un’equivalenza fra quel che scrive Agamben in quel brevissimo testo e la sua opera mi pare, più che un gesto ingeneroso, un vero spreco ermeneutico (a proposito, qualcuno spieghi a certi commentatori qui sopra che Agamben non c’entra proprio niente con l’ermeneutica intesa come orientamento filosofico, che non ha niente a che a vedere né con Heidegger né con Gadamer né con Vattimo e il pensiero debole). Anzi, proprio questo tentativo di dismissione/evaquazione mi pare testimoniare di una “attitudine [che] vede attorno a sé è narrazione, ideologia, mito e menzogna” nei pensieri altrui, soprattutto se scomodi, dissonanti con il proprio. Che quello di Agamen sia più di altri chiuso a un (presunto) esterno, più di altri ostinatamente autopoietico, non lo si dimostra attraverso qualche riga – siano quelle di Agamben o quelle di chi tenta di dimostrarlo. Ci sarebbe bisogno di mobilitare in proposito tutta la storia della filosofia, di sollecitarla tutta quanta intorno a quell’opposizione dentro/fuori, che è quanto di più problematico vi si annidi, regolando questa stessa tradizione. Bisognerebbe dimostrare che gli stessi concetti e nozioni che trainano tante riflessioni attuali, come “fuori”, “affermativo”, “realtà” contrapposta a “concetto”, non siano già diventati degli slogan, che non siano già vecchi come la nostra tradizione, e non siano ormai o già da sempre ostruzioni alla comprensione di ciò che forse, rispetto al “fuori” e alla “realtà”, è in eccesso sporgendone. Soprattutto non basta avocare a sé un qualche privilegio rispetto alla realtà e al fuori dal mero concetto, un legame più netto e trasparente con i “fatti”, per occuparne il posto: l’operazione dovrebbe al contrario suscitare il massimo della diffidenza: non si tratta delle più classiche operazioni di quella che qualcuno chiamava metafisica, ontoteologia, logocentrismo? Non è mai stato sufficiente accusare gli altri di idealismo per mettersi al riparo dal pericolo dell’empirismo come ideologia o metafisica – o semplicemente fallacia: questo, paradossalmente ma non troppo, vale per lo stesso Agamben

  23. Oronzo scrive:

    Agamben non ha niente a che vedere con Heidegger? ma per favore…
    In ogni caso l’articolo in questione di Agamben è stato un vero e proprio scivolone, non occorre scomodare grandi apparati teorici, le misure contro il coronavirus non sono uno stato di eccezione, ma una semplice reazione a una malattia, assolutamente giustificata. Per caso Agamben se ha la febbre a 39 rimane a casa a letto confinandosi al bando come un homo sacer oppure va in giro a stringer le mani per destituire questa grande macchina del potere che intrappola la vita? la teoria è bella ma quando fa i conti col reale diventa una serie di slogan vuoti, un voler essere contrari e radicali a priori diventa stucchevole. A me è parso di leggere il classico lamento di quei professori del radicalismo un po’ paranoidi, quelli vedono macchinazioni dappertutto, complotti, biopoteri, ammiccamenti al pensiero di destra, beato chi non si sente in colpa a pagarsi le bollette con sta robaccia. Un certo tipo tipo di radicalismo ha partorito certi sciamani strapagati che si avvalgono di algoritmi (le loro boutade del resto circolano perlopiù online) per fingere di opporsi allo status quo.

  24. Elena Grammann scrive:

    A proposito di ermeneutica (e senza mobilitare tutta la storia della filosofia): la filosofia europea continentale è una filosofia ermeneutica. In particolare la filosofia francese del secondo Novecento, che prende le mosse da Nietzsche, è una filosofia ermeneutica; qualsiasi filosofia che parte da un testo e se ne frega del contesto è una filosofia ermeneutica. La filosofia ermeneutica è una cosa bellissima che produce cose bellissime, produce tantissimo, è estremamente creativa – praticamente indistinguibile dalla letteratura.
    Gentile maybe I’m dead, ha letto la risposta di Nancy a Agamben linkata da riccardo? A me è piaciuta.

  25. maybe I'm dead scrive:

    @Oronzo: Sì, mo’ Agamben è heideggeriano. Ha mai letto anche solo Il linguaggio e la morte? Praticamente Agamben comincia a pensare criticando Heidegger (e qui si dovrebbe aprire tutta la questione della presunta “negatività” in Agamben, perché la critica ad Heidegger è una critica del momento “negativo” della fondazione a cui Heidegger non sfuggirebbe, non sfuggendo dunque ad Hegel). Son sempre gli altri che han problemi con la realtà, eh.
    @Elena Grammann: no, non direi. Foucault, Deleuze, Lyotard, tanto per fare i nomi più noti, non fanno parte della “linea ermeneutica” che va da un certo Nietzsche a Vattimo passando per un certo Heidegger e Gadamer. In effetti la “linea ermeneutica” è più tedesca che francese. La genealogia di Foucault e la decostruzione di Derrida non mi paiono assimilabili a quella. Naturalmente, le cose stanno in modo più complesso di così, e si possono rintracciare momenti ermeneutici molto diversi fra loro in Derrida e Foucault (che d’altra parte è assai nietzschiano ma per altri motivi). Oppure separare una linea ermeneutica radicale da una più “moderata” (in questo senso e per certi versi Derrida sarebbe molto più radicalmente ermeneutico di Heidegger e Gadamer). Però, ecco, mi ostinerei a complicare i tracciati, a tracciare le differenze. Quindi ricordando tutti gli elementi che compongono un quadro complesso come la filosofia del secondo ‘900 (fenomenologia, strutturalismo, linguistica, archeo-genealogia, materialismo spinoziano, psicanalisi, hegelo/freudo-marxismo, ecc…). Sì ho letto Nancy, come sempre molto volentieri (a proposito, proprio lui che ha studiato con Ricoeur, ha scritto cose criticissime sull’ermeneutica). Ti propongo anche questo, che rilegge un po’ tutto rilanciando da una prospettiva diversa: https://lagrandestinzione.wordpress.com/2020/02/28/metafora-del-contenimento/?fbclid=IwAR1cK754bL-i2vNFLO2kRdiVRJTmrjx-0RhnJ_p8V4N31eUTKhHe0x2vxc8

  26. Elena Grammann scrive:

    @ maybe I’m dead

    “Però, ecco, mi ostinerei a complicare i tracciati, a tracciare le differenze.”
    Ecco, io no. Io sono per i grandi tratti comuni. Voglio dire che mentre i filosofi che lei cita si capiscono (o capivano, poveretti, mi sa che sono quasi tutti morti) molto bene uno con l’altro, sanno subito di cosa stanno parlando, un filosofo analitico che leggesse Derrida non solo non capirebbe niente, ma molto probabilmente in capo a venti righe fionderebbe il libro fuori dalla finestra.
    Però non voglio insistere con quello che è un mio personale modo di vedere le cose.
    La ringrazio per le delucidazioni e vado a rileggere l’articolo che mi ha linkato: alla prima lettura ho fatto un po’ fatica: troppa scienza :-)

  27. Luca scrive:

    Grazie per l’articolo. Ci voleva.

  28. Roberto scrive:

    @oronzo troppo divertente il tuo commento, perfetto, bravo davvero… Ho conosciuto agamben a boston nel 2000 aveva fatto una lezione a Harvard invitato da lino pertile, eravamo usciti la sera e non so chi aveva portato questa tipa che era la proprietaria dell’appartamento a NY dove avevano girato autumn in NY con Winona rider, e giorgino le si appiccicò addosso, mi fece l’impressione di un ometto tanto piccolo borghese, di quelli affascinati dai ricchi, che scrivono per vanità, da eterni complessati, perché sono degli spaeteren heideggeriani, sono fuori tempo massimo, è da mo’ che non gli prenotano un’aula in qualche dipartimento delle americhe, rigorosamente comparative literature, a raccontare le loro chiose ai soliti noti, almeno vattimo ha buttato tutto in cacca, booh, che tristezza sto peana senile contro la storia del virus, dai Giorgio avrai pure qualcuno che ti vuol bene così come sei

  29. Mirza scrive:

    @alfonso, gentile Alfonso, non me ne voglia ma eviterò di criticare la sua interpretazione dell’articolo di Grasso perché trovo contenga errori interpretativi macroscopici, resto semplicemente sul punto che ho sottolineato e che ritengo metta in questione l’approccio di Grasso, e senza introdurre in questo spazio ulteriore rumore ed evitare il “tifo”, la saluto.
    La invito a leggere il commento sopra di Giovanni che tratta più per esteso l’argomento che ho proposto.

  30. Giovanni scrive:

    @ Roberto. Che tristezza chi, per sminuire il lavoro altrui, si lascia andare ai pettegolezzi

  31. roberto scrive:

    La faciloneria travestita da complessità di Agamben.
    Ottima risposta

  32. riccardo scrive:

    https://antinomie.it/index.php/2020/03/01/prove-generali-di-apocalisse-differenziata/
    Luca Paltrinieri, “Prove generali di apocalisse differenziata”
    per allargare la discussione….

  33. maybe I'm dead scrive:

    @Giovanni. Completamente d’accordo. Triste e meschino. Cosa ci dovrebbe dire quell’episodio del pensiero di Agamben (e magari pure di una certa filosofia: ma quale?)? Che argomento sarebbe? Screditerebbe anche solo la persona? Ci si sta dicendo che è un maschio cisetero con propensione tossica alla sduttività? O soltanto che è un vecchio che non si dovrebbe permettere di mettersi contro giovani dottorandi traboccanti testosterone che si meritano le femmine per aver trucidato qualche padre? Di sicuro non la prima, forse inconsapevolmente la seconda. Continua a non essere in alcun modo un’obiezione; solo fango gettato, e pure goffamente

  34. Roberto scrive:

    Grazie per le reprimende, solo che contro un articolo che afferma che la costruzione del virus è una cospirazione biopolitica non c’è teoria possibile, contro questa scellerata e irresponsabile idiozia ci sono le sole armi di Orazio e Lucilio, che non scrivevano astrazioni, ma aneddotica sul vicino di casa, del resto aveva iniziato Nancy con la storiella della sua patologia cardiaca, poi un altro in questo thread aveva descritto il sommo A. come quei vecchiacci al bar ecc. ecc., e io ho solo detto che è proprio così, e ho pensato a Lucilio, ma volentieri mi ritiro in buon ordine e lascio a voi la battaglia, condotta con ‘armamentario teorico’ e non con il pettegolezzo, magari però se vi capita leggete The Sociology of Philosophies di R. Collins (Harvard UP) giusto per capire che poi le idee non vivono su un altro pianeta… e poi apprezzereste Lucilio anche come filosofo…

  35. Elena Grammann scrive:

    Sono d’accordo che l’aneddoto (aneddoto, non pettegolezzo, anche se un po’ troppo insistito) raccontato da Roberto non possa, da solo, scardinare un’intera filosofia. Non credo però che non gli si debba riconoscere una certa pertinenza. L’elemento di giunzione fra il comportamento, percepito come ridicolo, di un filosofo e la sua filosofia – che, ed è questo il punto, appartiene a un certo tipo di filosofia – si trova nel termine ‘vanità’. Ora, la vanità di Agamben che esplode in modo ridicolo quando è messo a contatto con una tipa di NY circonfusa di riflesso di un’aureola intellettuale, sono ovviamente fatti suoi. Diventa però sospetta quando si considera che la filosofia di Agamben, come tutto un certo tipo di filosofia continentale e soprattutto francese, è basata sulla retorica, cioè sulla capacità di far colpo sul pubblico – specialistico e non – grazie all’uso accorto, prestidigiatorio e suadente – sciamanico o istrionico, dipende come lo si valuta – della lingua. Quando il discorso filosofico si disancora dai fatti e si mette a produrli in proprio grazie a una capacità seduttiva del linguaggio – grazie alla seduzione retorica – lì il fatto biografico e privato della vanità può diventare rilevante, e come tale venir percepito, proprio perché suggerisce che alla base di quella filosofia, anziché una preoccupazione del reale, non ci sia altro, in fondo, che questa stessa vanità: che un’affascinante, ma poco attendibile, capacità mitopoietica.

  36. Roberto Verdi scrive:

    A me sembra che Davide Grasso dimostri quanto dice Agamben. Anzi lo rafforza e ne da’
    una continuita’. Lo “ stato di eccezione” ha un vissuto individuale e sociale articolato di
    questi commenti. Per esempio e parlando di un altro argomento: quando si parla “terapia Schock” per l’economia parliamo sicuramente di uno stato di eccezione. Perche’, non va bene il funzionamento normale dell’economia?
    Perche’ Schock? cosa c’e’ che non va nell’economia di mercato, delle multinazionali, dei pochi
    ricchi del pianeta? Cosa c’e’ che non va nella poverta’, nella precarieta’, nella paura folle die
    perdere o non avere reddito?
    E tornando alla salute: I tagli alla sanita’ Pubblica e l’organizzare la sanita’ Privata, con i soldi pubblici, negli ultimi 25 anni, si e’ realizzata per la “stanchezza” dei paradigmi ritriti sulla salute, che Indicano la salute come bene universale e senza prezzo?
    Sono domande paradossali, ma a me sembra che lo stato di eccezione sia molto piu’ normale
    di quanto forse si e’ in grado di riconoscere. Forse piu’ di uno di noi brancola ancora nel buio
    su questi argomenti come coloro che brancolano nel buio per capire come muta questo Virus.
    Forse. Un’ organizzazione sociale profondamente democratica forse non ne ha bisogno di
    stati di eccezione.

  37. Roberto scrive:

    …sì Giovanna, il mio problema è proprio la vanità, pensate a un eprsonaggio di Gogol, Chlestakov, affrontarlo sul piano teorico? Per legittimarlo? Gogol, che è uno scrittore gigantesco, che fa? Lo rende ridicolo, perché in fondo non c’è altro modo, perché il peana di A. nell’articolo oggetto di questo thread è il grido di un microscopico Chlestakov del nostro tempo, che mostra gli armamentari non teorici ma retorici (giovanna dixit) del pavone, viene in mente il sublime e profetico Houellebecq delle particules, quando evoca un tempo futuro in cui ci si rammenterà “della risibilità globale in cui erano improvvisamente precipitati, dopo decenni di insensata sopravvalutazione, i lavori di Foucault, di Lacan, di Derrida e di Deleuze”. E di A. …e comunque è vero, sono stato anch’io un dottorando piuttosto testosteronico, nel ’97…

  38. Roberto scrive:

    Scusa, volevo dire Elena…

  39. Marius scrive:

    In una discussione in corso sul blog di Wu Ming “Giap”, Wu Ming 1 ha scritto alcune considerazioni che secondo me riguardano anche questo dibattito:

    ——-

    Le tue domande sono giustissime, e condivido la premessa da cui partono.

    Anch’io sono rimasto perplesso di fronte alle accuse di stampo moraleggiante, perbenistico, rivolte anche da parte di “insospettabili” a chi persino in questa situazione cerca di esercitare il pensiero critico, per bene o male che gli riesca.

    «Qui si fa del negazionismo!»; «Qui si vuole sminuire!»… e poi l’escamotage più assurdo, cioè l’accusa di fare… «dietrologia» – quando quel che sta accadendo sta accadendo davanti, non dietro: è il funzionamento del capitalismo, in tutta la sua contraddittorietà, che ci è nota dai tempi di Marx.

    Anche chi in questi anni, nei movimenti, non ha lesinato discorsi (e retorica) sull’emergenza come metodo di governo, sul controllo sociale, su “zone rosse” e militarizzazione del territorio, sullo strumento legislativo (e mediatico) del decreto per estendere zone della vita sociale in cui valga uno stato di eccezione…

    Dicevo: anche chi in questi anni ha parlato e scritto (e a volte blaterato) di tutto questo, di fronte all’emergenza coronavirus sembra essersi trovato basito, sguarnito di strumenti critici, in affanno, pavido di fronte a eventuali accuse di “irresponsabilità”, poco o per nulla desideroso di “spazzolare contropelo” i discorsi dominanti. Di più: infastidito dal pensiero critico, come da sempre la “maggioranza silenziosa” di questo Paese (che poi, a dispetto del nome, è sempre stata parecchio vociferante).

    Non per essere maligni, ma è come se in alcuni settori di movimento tutti i discorsi contro l’emergenza ecc. fossero evaporati non appena, con l’arrivo di un virus, c’è stata la strizza di ammalarsi.

    Chi non ha reagito come sopra, spesso ha comunque scelto l’autocensura, non solo verbale ma organizzativa, per non passare come «quello che sminuisce», il «negazionista», il «complottista» (!) e quant’altro. O, semplicemente, per paura di beccarsi il virus.

    A conti fatti, è forte la tentazione di concludere che quest’emergenza ha ottenuto un grande successo anche dove le altre avevano fallito. Le emergenze precedenti non avevano spazzato via in un sol colpo quasi ogni discorso e prassi di movimento e anti-emergenziale. Davvero l’impressione è che si debba ricominciare più o meno da capo.

    Sono convinto che Agamben intendesse dire esattamente questo. Si sarà anche espresso male parlando del virus vero e proprio (ancora una volta l’eziologia, alla quale si vorrebbero confinare tutti i discorsi), ma dove parlava dell’emergenza il suo monito era questo: attenzione, perché la situazione di questi giorni dimostra che sfruttando un’epidemia, dal punto di vista del controllo e dell'(auto)disciplinamento sociale si può ottenere di più e molto più in fretta che sfruttando altri pericoli.

    Io continuo a pensare che questo sia solo un obnubilamento passeggero, uno scacco temporaneo. Anzi, continuo a pensare che il conflitto reale si manifesterà lungo una linea di frattura più avanzata di quanto le prassi di movimento abbiano saputo immaginare.

    La cosa più lucida che ho letto su quest’emergenza resta il comunicato di Fridays For Future che abbiamo citato nella prima puntuta del Diario virale. Che il movimento più recente e più giovane tra quelli attualmente operanti sia anche quello da cui provengono le formulazioni più lucide mi dà fiducia.

  40. Max scrive:

    Da un lato, spiace che Agamben abbia scritto questo testo frettoloso e rabberciato. Da grande estimatore del suo lavoro, devo riconoscere che non è nelle sue corde comunicare affinché i più capisca, ed è un peccato. La cosa era già evidente nella piccola raccolta di scritti vari ‘Mezzi senza fine’ (1996). I suoi articoli per Liberation negli anni 90′ erano deboli, privi della forza e della profondità del suo sguardo interpretativo e analitico. Grasso ha fatto quindi bene a puntare l’attenzione sulle fragile applicazione del paradigma dello stato di eccezione in questa situazione che è caotica ed emergenziale a dir poco (per ex, regioni vs stato). Ha ragione a scrivere che ‘le grandi costruzioni ideologiche, dovremmo averlo imparato, perdono mordente se non sono in grado di impigliarsi nella realtà’.
    Tuttavia, è un peccato che si possa ridurre la valutazione dell’enorme lavoro di Agamben a questa diatriba. Non è giusto in primis perché nelle condizioni attuali si sono sentite posizioni le più diverse, e molte erano frettolose, con argomenti approssimativi. Secondo, il lavoro di Agamben meriterebbe più ampia attenzione, e la sua critica allo stato migliore riflessione. Sono d’accordo che il breve scritto su Il Manifesto non aiuta, ma da qui a condividere ridicoli e fantomatici anedotti, beh…si può far di meglio! Tra l’altro, se vi fosse sfuggito, Agamben ha reso pubblico il suo rifiuto a recarsi negli USA nel 2004. Per questo, da allora è persona non grata dalle autorità di quel paese. La storia è raccontata qui https://www.nytimes.com/2004/01/17/nyregion/in-protest-professor-cancels-visit-to-the-us.html

  41. 廃市 scrive:

    “(…) La crisi delle comunicazioni relative ai rischi per la vita e la sopravvivenza è la crisi dell’autorevolezza delle istituzioni. Oppure, se si crede, del suo precipitare in un regime di ambivalenza. Se è chiaro che la maggior parte delle persone continuerà ad attendersi delle risposte da istituzioni di governance della salute come l’Oms, è pur vero che istituzioni di questo tipo vanno smarrendo la loro centralità nei processi di governo. Quantomeno non hanno la stessa centralità nelle varie fasi della crisi. Si assiste così a un doppio o un triplo movimento. Da un lato sempre più attori hanno diritto di parola e, contemporaneamente, le popolazioni mantengono libertà di azione (possono, per esempio, assalire i supermercati o impiegare mascherine contro il parere delle istituzioni). Dall’altro la parola della scienza viene politicizzata. Ossia transita dall’ambito tecnico-politico – che, insieme al diritto, la rendeva spazio per eccellenza della produzione di verità – a quello dell’opinione; del parere, cioè, che vale quanto qualsiasi altra opinione, e a cui ciascuno può contribuire.
    In questo quadro l’emergenza diventa il terreno di un assalto condotto da attori muniti di differenti agende in differenti territori.
    (…) La politica considera ancora il virus un’emergenza, ma anche una partita all’interno di quel campionato più vasto che è la politica quotidiana: quella, per intenderci, che include le politiche per la scuola così come gli incentivi alle imprese. In un quadro di emergenze virtuali elette a lessico e grammatica della politica contemporanea, anche una emergenza globale finisce col pesare alla stessa maniera di qualunque altra questione e non merita dunque una sospensione dei normali repertori d’azione e di parola.”
    [https://www.lavoroculturale.org/corona-virus-oggetto-culturale-politico/]

  42. Celestino Todisco scrive:

    Grazie per questo suo coraggioso articolo che smonta il mito Agamben rivelandone tutta l’inconsistenza argomentativa. Meccanica della analogia,acritica e fuorviante, applicata a situazioni e contesti difficilmente riconducibili ad unità rappresenta una costante del suo pensiero. Sto leggendo in questi giorni Homo Sacer e devo dire che, al di là delle minuziose ricostruzioni “archeologiche” dei concetti, si nota subito l’operazione ideologica, appunto la tecnica delle trasposizioni e delle analogie dei concetti senza alcuna giustificazione razionale al solo scopo di affermare le posizioni preconcette dell’autore. Alla fine non lascia nulla nel lettore se non una massa informe di idee e concetti senza alcun aggancio con la vita reale. L’intervento sul Coronavirus fatto da Agamben è paradigmatico di tutta la sua opera e lei è riuscito a svelarne in questo breve articolo tutta la sua mostruosa artificiosità. Grazie.

  43. Vulfran scrive:

    Beh, in effetti credo che sia arrivato il momento di riconoscere che radical e critical theories in mani sbagliate spalancano le porte al complottismo. La trasformazione del decostruzionismo in cultura del sospetto è un grave vulnus intellettuale alla filosofia, a mio avviso. Spesso la mancanza di una prospettiva storica (anche del presente) impedisce di comprendere un fenomeno, limitandosi a ricercarvi i soliti punti della check list stilata nei departments of cultural studies: controllo dei corpi, patriarcato, discriminazione di genere, frontiere… Si confonde la ricerca con la tautologia.
    Passando all’oggi, non si tratta tanto di non compiere analisi rigorose del sistema di potere in cui siamo immersi, quanto di capire se la nostra analisi è volta al comprendere o al bisogno di spararsi la posa di quello che sa che la sa lunga. L’analisi del potere non può ridursi al “chissà che c’è dietro” (per quello basta Striscia la notizia), soprattutto quando il potere fa parte dello stesso sistema in cui siamo immersi, che ci fornisce le risorse stesse per analizzarlo e porlo in questione (per dire: Chomsky e Foucault le loro analisi le hanno compiute da professori universitari d’élite, non da outsiders; le serie televisive palesemente critiche verso il neoliberismo abbondano sui canali on demand etc.).

  44. Max scrive:

    Ahimé, i due ultimi messaggi, di Celestino e Vulfran confermano quello che avevo paventato. L’articolo di Grasso ha dato la stura ad attacchi diretti all’opera di Agamben e ad una fantomatica classe di intellettuali che non si misurano con la “realtà”. E’ un vero peccato, perché è importante interrogarsi sulla natura del potere odierno, ed è giusto farlo anche e soprattutto in situazioni “emergenziali”. L’articolo per il Manifesto non era ben riuscito, mirava un po’ a casaccio, ma forse tutto considerato non meritava tanta e tale attenzione da parte di Grasso, visto quello che ne è seguito.

    Sul fatto che Homo Sacer possa essere solo un gioco dialettico sottomesso ad una “ideologia” (ma quale?) sorvolo perché non vale la pena soffermarcisi. Sul fatto che chi critica il potere ne sia spesso parte, beh, forse si dovrebbe guardare più in là e più a fondo nel panorama che ci circonda. Alcune delle migliori menti critiche degli ultimi decenni hanno operato e scritto ai margini o al di fuori dell’accademia e del “potere”… penso a Felix Guattari, a Murray Bookchin, a Guy Debord…. lo stesso Agamben si è dimesso dall’incarico universitario diversi anni fa per dedicarsi alla cura di una collana per Neri Pozza e per scrivere i suoi libri.

  45. Elena Grammann scrive:

    “lo stesso Agamben si è dimesso dall’incarico universitario diversi anni fa per dedicarsi alla cura di una collana per Neri Pozza e per scrivere i suoi libri.”
    Un martire del libero pensiero…
    (Non che sia importante per il valore di Agamben, ma certe apologie fanno morire dal ridere.)

  46. Oronzo scrive:

    Agamben che si autodimette dall’università fa tanto Moretti che dice mi si nota di più se vengo e sto in un angolo o se non vengo? che poi boh capirai la grande protesta di autodimetterti, che poi è da verificare visto che successivamente alle dimissioni ha insegnato in Svizzera (correggetemi se sbaglio).

    Agamben è una di quelle figure che mi hanno sempre affascinato e sconcertato, è sempre stato per me un grande incantatore, lo dico con infinito rispetto ed una punta di ironia. Ho sempre ammirato questa figura che è riuscita a costruirsi quest’aura sciamanica, una sorta di fantasma postumo del ‘900, uno che ha partecipato a seminari con Heidegger, partecipato a un film con Pasolini, studiato al Warburg Institute, scoperto un manoscritto di Benjamin. Agamben è un po’ il prezzemolino della filosofia continentale, dove succedeva qualcosa di importante nel Novecento, lui in qualche modo c’era. E poi il successo, Agamben e Zizek sono forse i due poli di una feticizzazione della teoria critica che li ha ridotti a vuoti slogan che vanno ad inserirsi nella quasi autoreplicante industria delle humanities specie in America. Quanti fiumi di inchiostro sono stati spesi per dire che viviamo in uno stato d’eccezione? quanti per parlare di zone di indistinzione? sacertà della vita? La cosa più singolare è che questi discorsi prendano piede nelle corporazioni più fasciste e neoliberali presenti sulla terra ossia le università anglossassoni e americane; eppure alla luce del presente, parlare di zone di indistizione è un po’ come dire che l’inconscio esiste, lo sappiamo tutti e se ne parla da tempo, ormai il presente è ben più complesso di questi impianti teorici e simili proclami rischiano di ridursi a delle prediche à la Savonarola. Idem dicasi per Byung-Chul Han, adepto coreano di Agamben di cui ho recentemente letto le invettive contro la mercificazione del bello. Parole condivisibili contro la società dei consumi ma attuali forse 50 anni fa, non oggi

  47. salvo fedele scrive:

    scusate l’intromissione fuori dai vostri discorsi.
    solo vorrei replicare a chi cita il mio riferimento al “negazionismo”.
    Riflettiamo da profani (io sono medico e voi filosofi) sui dati di ieri del bollettino della protezione civile.
    E confrontiamoli con le previsioni OMS.
    Lasciamo perdere grafici ad effetto. Solo numeri.

    OMS (previsioni)
    (a) Casi lievi 81%
    (b) Casi Critici 14%
    (c) In terapia intensiva: 5%

    Italia (3/3/2020 ore 17)
    (a) Casi Lievi + guariti = 46% (tra i guariti però c’è qualcuno passato dalle terapie intensive)
    (b) Ricoverati (quindi non esattamente i critici di cui parla OMS, ma qualcosa vagamente simile)= 41%
    (c) in terapia intensiva= 9%
    (la somma non fa 100 perché i morti=3% non li mettiamo da nessuna parte, tanto sono… e non sappiamo ancora di che cosa sono morti realmente)

    se si negano questi numeri trovate voi un termine più appropriato di negazionismo.
    io lo adotto

  48. 廃市 scrive:

    “(…) Uno dei princìpi più noti di Ippocrate è che «i rimedi non dovrebbero essere più aspri dei mali», e man mano che la malattia si svela nella sua avanzata riusciremo, si spera, a calibrare meglio anche la cura, cioè a proteggere la salute dei cittadini senza ammazzarli con altri mezzi – per esempio privandoli delle libertà civili o distruggendoli economicamente. Ma le principali critiche mosse alle misure adottate in questi giorni per contrastare il contagio non riguardano tanto la loro efficacia, quanto problemi e disparità vecchie e già presenti, che l’epidemia non sta facendo altro che esacerbare.
    Gli attacchi al diritto sindacale, l’invasione della privacy, le diseguaglianze tra lavoratori autonomi e dipendenti, la militarizzazione del territorio e dei centri urbani, le zone rosse e così via. Sono tutte cose che non scopriamo oggi; ed è bizzarro sorprendersi all’idea che non spariranno a emergenza finita. Così come è chiaro, invece, che la biopolitica medicalizzante che si vorrebbe totalitaria sta mostrando in questa occasione dei limiti ben evidenti, nell’incapacità del potentissimo panopticon globale di frenare l’avanzata dell’epidemia – da cui gli inquietanti inviti ad ampliare gli strumenti di sorveglianza per illuminare un cono d’ombra che evidentemente persiste.
    L’epidemia è qui per restare: più che a un’emergenza, siamo di fronte a una crisi di medio periodo.”
    https://jacobinitalia.it/coronavirus-e-una-crisi-non-unemergenza/

  49. Elena Grammann scrive:

    “da cui gli inquietanti inviti ad ampliare gli strumenti di sorveglianza per illuminare un cono d’ombra che evidentemente persiste.”

    Ma che c…o vuol dire? Avete arruolato il virus fra i disobbedienti? Lo avete già tesserato? (E vero che si fa con quel che si può, quindi anche col virus)

  50. Roberto Verdi scrive:

    Ritornerei al punto: lo stato di emergenza.
    Faccio un esempio: in Lombardia vivono 10.059.914 persone e ci sono 660 posti letto di terapia
    intensiva nelle strutture pubbliche pari al 0,0065%. Prima dell’epidemia. Chi fa questi calcoli?
    Qual’e’ l’obiettivo di questi calcoli? Ora con l’epidemia se ne sono trovati altri 470 più 160 dalle cliniche
    private. Fonte sole 24 ore. E’ inevitabile: l’emergenza sanitaria a questo punto e’ normale, quotidiana,
    ben prima dell’epidemia e soprattutto, di classe ( per usare un termine antico). Quante persone sapendo che non ricevono più cure, non vanno a curarsi? Oppure affollano regolarmente i pronto soccorso? E’ inevitabile dichiarare stato di emergenza sanitaria. Dunque questo dispositivo, lo stato di emergenza, e’ la nostra normalità. Tutto qui. Come si vede, sorridiamo, si consiglia di non abbracciarsi e non baciarsi, si indicano di adottare comportamenti minuti della sfera privata. Biopolitica? In ultimo il comportamento individuale: per esempio nel lavoro: da 25 anni chi ha una linea di febbre, tossisce, non si sente bene per molte ragioni e’ considerato un sabotatore della produzione (semplifico rozzamente) Pagare la malattia a chi lavora e si ammala e’ considerato sbagliato perche’ la grande maggioranza delle persone e’ convinta, a parte se stessa, che le persone si ammalano per non lavorare e approfittarsene. La conseguenza e’ che il precario, il lavoratore autonomo, l’artigiano operaio, insegnante e tutti, anche chi non lavora, disoccupato, tutti, si va al lavoro e si circola con l’influenza, che per fortuna e’ quella stagionale, che non fa il 3% di mortalita’. Questo comportamento sembra un comportamento, dunque, improntato alla responsabilita’ dei rapporti sociali vigenti ( altro termine preistorico) indotto dal fatto che chi si ammala perde la posizione:non può concorrere a sgomitare contro il collega, ad impedire che l’atro primeggi, insomma il comportamento della concorrenza. Questo e’ proprio uno stato di emergenza tipico della gestione capitalistica della crisi ( qui si torna indietro di milioni di anni come termini) Guarda caso e’ sospeso il diritto di sciopero. I licenziamenti continuano e la crisi per lavori in proprio ( qui uso un termine contemporaneo) si fa piu’ cruda. Nei decreti di emergenza non ho visto obbligo di pagare stipendi e redditi. E come disse qualcuno secoli fa “dopo la tragedia, la farsa” .

  51. Vulfran scrive:

    @Max
    Ho semplicemente detto che radical e critical theories in mani sbagliate spalancano le porte al complottismo, facendo anche presente che molti dei nodi tematici di tali teorie hanno assunto nel tempo un ruolo dogmatico all’interno del sistema di pensiero di riferimento, per cui spesso in presenza di un fenomeno si sa già quale sarà l’inevitabile risultato dell’analisi (un po’ come l’imperscrutabilità del volere divino che i sacerdoti non possono non tirar fuori di fronte a un fatto sconvolgente per la sua dolorosità), per questo parlavo di tautologia.
    Non ho niente contro il pensiero di Agamben, ma l’articolo che ha scritto non è sembrato un granché e credo che le sue criticità scaturiscano dai limiti generali di un certo atteggiamento filosofico di cui è espressione.
    Per quanto riguarda i saperi, virologi e infettivologi si stanno muovendo con cautela, specificando che si tratta di un virus influenzale con una letalità più altra rispetto ad altri coronavirus, mentre cercano di capirne la diffusione analizzandone ceppi e linee e cercando di ricostruire la storia del contagio. Per quanto riguarda i poteri, mi pare che la gestione dell’emergenza derivante dal coronavirus riveli più uno stato confusionale che uno stato di eccezione, più istituzioni pasticcione e burocrazie ancora chiuse in schemi nazionali che una precisa logica politica. Sarà interessante vedere, piuttosto, come e quando alcune forme di controllo tecnologicamente avanzate (AI, big data), che in occidente, a differenza che in Cina, sono rimaste ai margini della gestione del potere, verranno investite di ruolo istituzionale.

  52. Mario scrive:

    Non capire la riflessione, né probabilmente l’opera, di Agamben sullo stato (vedi confusione sul CNR) e lo stato d’eccezione e attaccare a partire da un blog senza rendersi conto della differenza tra immediato e lungo periodo. L’unica certezza è che questo intervento sparirà e finirà nell’oblio alla fine dell’emergenza coronavirus mentre la riflessione di Agamben resterà e sarà oggetto di dibattito per molto altro tempo.

  53. maybe I'm dead scrive:

    Vedo che per fortuna non tutti si cimentano nel tiro al bersaglio delle filosofie continentali, magari nella speranza che fatta terra bruciata di un secolo di pensiero si possa far spazio al ritorno di un Marx positivista (o hegeliano), o alla colonizzazione anglosassone analitica/neorealista. Perché in fondo in questo paese – in questo più che in altri paesi dell’Europa continentale – la posta in gioco di tante discussioni particolari è proprio questa, posta generale di un conflitto che si vorrebbe apocalittico e finale. Lo si vede bene nella strategia che facendo un mischione di pensatori fra loro irriducibili (Heidegger, Derrida, Foucault, Deleuze: che è un po’ come dire gli onnivori, i vegani e i seguaci della paleo-dieta) punta a condensare un obiettivo omogeneo da colpire e spazzare via con poche mosse: perché ad entrare nell’articolazione delle differenze si dovrebbe lavorare non con il bazooka, ma con il setaccio, con il risultato di scoprire che non tutto ne scivola fuori facilmente, che non tutto è così facilmente liquidabile; che nell’operazione di sterilizzazione un sacco di materiale alieno ci resta appiccicato addosso. Almeno certo realismo speculativo questa vischiosità (forse i testi sono Iperoggetti?) un po’ l’ha compresa.
    Tra le cose che mi pare difficile liquidare c’è la questione del pensiero, e della teoria, in relazione al linguaggio: l’accusa di procedere per analogie, scivolamenti, equivoci, come si trattasse di errori del pensiero mi sembra per esempio abbastanza ingenua: e non solo perché chi sfrutta queste possibilità del linguaggio lo fa – quanto meno per lo più – consapevolmente, se non addirittura costruendoci intorno esplicitamente l’impresa stessa di un pensiero. Ma soprattutto perché anche a voler sottoporre il testo alla terapia della più rigorosa razionalità logica, resterà sempre un fondo non bonificabile, che non è un semplice resto, scarto non evacuabile, ma la condizione stessa del pensiero, la sua stessa apertura. Sono gli spostamenti invisibili, gli scivolamenti non rilevabili, i processi di metaforizzazione sorda, che permettono alla razionalità di svolgersi e dispiegarsi, come il punto cieco della visione permette la visione stessa senza poter a sua volta essere colto. Chi gioca con questa evidenza paradossale (è l’evidenza di un non visibile, un’inevidenza) non dimentica – per quanto sia, in generale, possibile non dimenticare, tenere presente – che nel gioco ne va di qualcosa di serio, di grave, e di rischioso, dell’incontro con la minaccia al pensiero stesso: che se fallisce, non fallisce per errore procedurale, ma perché la possibilità del fallimento lo abita da sempre, rendendolo a sua volta possibile. Se è possibile pensare, è perché da sempre si dà il rischio di cadere nel punto cieco che apre il pensiero.
    Le bonifiche ci illudono che l’impresa filosofica sia quello che racconta di sé la scienza: un processo di autochiarificazione che impila cumuli di verità riversando gli errori nella acque reflue della storia. La metafora non è ornamentale: non è questo che fa l’Occidente da almeno cinque secoli col resto del pianeta? La storia del suo pervenire alla coscienza di sé non è la storia della trasformazione degli altri in discarica, metaforica e reale? Che questo non dipenda anche dalla sfrenata volontà di autoilluminazione di un certo pensiero che – anche in incognito – traina e sorveglia le magnifiche sorti e progressive del suo movimento è, per fortuna, ancora, quanto meno, dubbio. Il nostro sistema sanitario è al collasso e alle frontiere d’Europa spariamo su quei migranti che avevamo trasformato in merce di scambio con la Turchia: confine d’Occidente per eccellenza, da sempre frontiera fra civiltà e barbarie, fra razionalità e furia ingovernata delle passioni che l’Occidente avrebbe dialetticamente sovrastato

  54. Gianluca Crispino scrive:

    Una sola, breve considerazione: a ieri sera, il numero percentuale delle vittime – fuori dalla Cina – era inferiore al 2%. Se il “limite” di allerta è fissato a 4%, di cosa stiamo REALMENTE parlando?
    Insomma: Grande Fratello no, sfruttamento politico ed economico della situazione, sì. E, purtroppo, ansia inutile e cecità da parte dei più…

  55. Elena Grammann scrive:

    Finito un secolo di pensiero (a cui da un certo punto in poi è stata data una certa piega, piuttosto comoda perché non prevede la possibilità della falsificazione), ne comincia un altro. Mi sembra che in questo non sia nulla di scandaloso.
    Speriamo in qualcosa di nuovo, Marx non mi pare candidabile.

  56. Elena Grammann scrive:

    @Gianluca Crispino

    Stiamo parlando del fatto che se un virus, innocuo nell’ 80-85% dei casi ma nocivissimo nel restante 15-20% continua a diffondersi, come in effetti sta facendo, presto non sapremo più dove mettere quel 10-15% di persone che necessitano di terapia intensiva perché senza terapia intensiva muoiono soffocate. In considerazione anche del fatto che in vaste zone d’Italia la sanità è molto peggio attrezzata che al Nord.
    Di questo stiamo parlando.
    Le sarei grata di qualche lume sullo sfruttamento economico della situazione. Non saranno mica le mascherine e l’amuchina?

  57. 廃市 scrive:

    “Microsoft has quietly started offering free trials of its premium Teams chat app to ‘support public health and safety’ amid the coronavirus outbreak”
    https://www.businessinsider.com/microsoft-teams-coronavirus-free-trial-remote-work-2020-3?IR=T

  58. Elena Grammann scrive:

    Be’ certo. Poi ci sono anche quelli che vendono l’antidoto sicuro contro il coronavirus. Un sacco di gente farà un sacco di soldi.
    E per favore non dimentichiamo le multinazionali farmaceutiche che hanno organizzato tutto per vendere il vaccino e i kit per il tampone.

  59. Marco scrive:

    Prima di pubblicare questo articolo sarebbe stato preferibile correggerne gli strafalcioni grammaticali e sintattici.
    Riguardo ai contenuti, si cita agamben frammentariamete per poi aggiungere affermazioni come fossero in contrasto con ciò che lui dice, quando sono invece ben presenti nel suo articolo.
    Atteggiamento, questo, disonesto e davvero triste. Degno di un servetto che rincorre le briciole lasciategli.
    Inoltre mi pare debole la contestazione della tesi agambeniana dell eccezionalità, quanto più mi sembra siamo di fronte a una divergenza sui dati.
    Riguardo alla tesi di fondo riguardo all uso di strumenti legislativi d eccezione in modo sempre più diffuso, ci si limita, se non sbaglio, a definirla stucchevole e già vista.
    Volgare offensivo, e davvero piccolo piccolo questo suo articolo, sig. Grasso.

  60. Elena Grammann scrive:

    Sono, professionalmente, un’esperta di grammatica e sintassi. Ho riletto attentamente l’articolo. E’ perfettamente corretto. Inoltre, a mio avviso, è ben scritto e ben argomentato.
    Naturalmente si può non essere d’accordo, e anzi io ho trovato la discussione stimolante. Però spiace che il disaccordo si prevalga di argomenti del tutto infondati.
    Mezzucci piccoli piccoli, Sig. Marco.

  61. Giuliano scrive:

    L’articolo di Grasso sul testo di Agamben è equilibrato e logicamente argomentato. L’assioma prevenire è meglio che curare è solo teorico e non realistico. La prevenzione consiste nell’eliminare le cause delle malattie. Ad oggi non è stata eliminata nessuna causa: i batteri , i virus non sono stati eliminati, dei tumori conosciamo in modo incompleto le cause e non sono state eliminate. Di fatto curiamo tutto o anticipando diagnosi o potenziando difese. Oggi cerchiamo di fermare il diffondersi del virus (lotta impari e in parte illusoria), perché le ns strutture sanitarie sono già sature e non sappiamo dove mettere i malati gravi, per ogni malato serve un respiratore e non sappiamo neanche come curare. Del testo di Agamben condivido le riflessioni che utilizzando situazioni di emergenza sociale in qs caso sanitaria lo stato da chiunque governato promuova leggi speciali che non si fondano su una legittimazione sostanziale ma formalmente solo legale.

  62. Roberto scrive:

    Sì il blog è interessante, è un documento del nostro tempo, è il solito scontro tra i difensori di un modo venerando di fare filosofia e quelli che pensano invece che siamo già da un’altra parte. I difensori di A. pensano che la sua teoria rimarrà a ispirare i nuovi cadetti, ahimè non ho nulla da dire da un punto di vista teorico perché sono convinto che non ci sia nulla da dire, vedo solo un sepolcro imbiancato che ha ripetuto per specula, attraverso buone metafore, argomenti di altri, ha avuto per carità buone intuizioni, ha scritto alcune cose che val la pena leggere, buoni documenti di quel modo antico e venerando di pensare che oggi non interessa più a nessuno, solo agli storici delle idee e agli archivisti. La filosofia è una disciplina ormai solo accademica, sono lontano gli anni in cui Severino e Colletti se le davano di santa ragione sulla terza pagina del Corriere, e la gente ne parlava al lavoro, ed è così ovunque, lo spazio della disciplina è occupato da altre pratiche, e non sorprende che alcuni abbiano difeso i diritti della disciplina a dar conto della realtà facendo affermazioni grandiose, tipo le rilevazioni biometriche bla bla bla o il coronavirus… questa roba è destinata a restare? Ma chi ne parla? In America magari si parla ancora del libro di Ackerman (Before the next attack) ma gli ambiti sono altri, diritto costituzionale, politiche pubbliche, ecc. Si parla di Agamben o di Esposito solo quando qualche sfigato prenota un’aula per un seminario, in dipartimenti di italiano o complit e trovate quattro studenti e i soliti hippy che hanno visto le locandine fuori dal campus. E in Italia? Se ne parla in quei ghetti che sono i dipartimenti di filosofia (Da Gentile a Fusaro, questa è la traiettoria) oppure avrete sentito Agamben al teatro Franco Parenti, parlare davanti alle signore bene, il livello è quasi lo stesso di Galimberti che va a pagamento a dir la sua al mercatino dell’antiquariato di Cesena… c’è sempre qualche assessore che la pensa come voi del blog (mi riferisco ai devoti) pensa cioè a) che la gente la si attira anche con la cultura e b) che si possono ben pagare quindici euro per andare a sentire la Verità. Poi così rilanciamo la fiera di Cesena… Poi c’è anche, ma non è obbligatorio, il mondo reale, con i suoi problemi reali e i suoi dibattiti, ma senza prestigiatori e sciamani… dibattiti in cui si cita Ackerman o le riviste che ha senso citare, tipo Foreign Policy… imperialismo americano? Questo articolo qui che parlava (ma gli articoli sono tantissimi, come tantissimi sono stati i moniti di quell’organizzazione per molti fascistoide come l’OMS) della prossima pandemia, nessuno di questa gente ha letto Agamben, ma non è che bisogna aver letto lui per sapere che gli stati d’emergenza sono una liability per democrazia e diritti, Uno pensa magari che esista un nuovo linguaggio, un discorso ibrido, in cui risuoni la voce di scienziati e giuristi informati, magari con qualche dato in mano, e non solo quella distante e ispirata di Deleuze
    https://foreignpolicy.com/2018/09/28/the-next-pandemic-will-be-arriving-shortly-global-health-infectious-avian-flu-ebola-zoonotic-diseases-trump/

  63. Celestino Todisco scrive:

    Confermo quanto scritto nel precedente commento. Sto leggendo homo sacer nella versione integrale di più di mille pagine e alla fine non resta nulla se non uno sfoggio di inutile erudizione, l’esibizione compiaciuta di analisi filologiche, “archeologiche” di concetti e sintagmi senza alcun reale utilità e fondamento epistemologico. Sono solo ipotesi personali è abbastanza fantasiose. Poi è insopportabile l’uso di Agamben delle analogie acritiche , delle trasposizioni di concetti. Solo due esempi: il fondamento , l’origine degli stati moderni, della divisione dei poteri alla base delle democrazie ci sarebbe addirittura la trinità, la trinità economica! La forma della moderna autorità sovrana sarebbe Fio stesso mentre gli angeli sarebbero il modello dei ministri. Roba da matti!

  64. 廃市 scrive:

    Qualcuno ha chiesto:
    Chi può guadagnare sullo stato di emergenza?
    L’articolo di Business Insider che ho linkato risponde:
    Le aziende che offrono servizi di cloud computing, come Google e Microsoft.

    Business Insider si occupa di finanza, quella nell’articolo è un’analisi finanziaria.

    Questo è uno spazio comune e io lo uso per scambiare informazioni: le chiose acide ai miei interventi sono fuori luogo.

  65. Elena Grammann scrive:

    @ 廃市

    Questo è anche uno spazio di chiose.
    Tutto parte dall’affermazione del Sig. Gianluca Crispino: “Insomma: Grande Fratello no, sfruttamento politico ed economico della situazione, sì”, che attribuisce una centralità o comunque una rilevanza allo sfruttamento politico ed economico della situazione. Non mi pare che all’iniziativa di Microsoft si possa riconoscere questo tipo di centralità nell’evento. Poi, che tutti cerchino di guadagnare su tutto…

    Comunque, rileggendomi, riconosco che sull’acidità lei ha ragione, e mi scuso.

  66. Motta Enrico scrive:

    Ma Agamben che rapporto ha mai avuto con la scienza e i suoi metodi? La mia impressione è che abbia sempre privilegiato la masturbazione mentale rispetto alla conoscenza scientifica, per quanto limitata possa essere quest’ultima. Clamorosa è la mancanza di attitudine alla verifica, alla correzione degli errori . Compreso sul Coronavirus.

  67. 廃市 scrive:

    Microsoft -prima società quotata al mondo- ha chiuso il bilancio 2019 in rialzo del 137% grazie alla crescita del settore di cloud computing.
    In Italia istituzioni e servizi -dai ministeri alle ferrovie, dai comuni alle poste- usano sistemi, software e piattaforme di comunicazione Microsoft, che guadagna dalla vendita delle licenze.
    Microsoft è leader della cosiddetta “big data economy”, il commercio dei dati su larghissima scala.
    A scanso di equivoci consiglio un articolo sui big data:
    https://it.businessinsider.com/che-cosa-sono-davvero-i-big-data-chi-ci-guadagna-e-come-fa-e-come-siamo-messi-in-italia/

    In Italia, appena indetta la chiusura delle scuole, Microsoft e Google hanno offerto gratis le piattaforme per la didattica a distanza; in Germania -dove erano state adottate in via sperimentale- le stesse piattaforme sono state bandite dalle scuole da anni perché giudicate invasive: cioè accumulano dati sugli utenti -adolescenti e bambini- per conto delle aziende.
    Sul sito del ministero della pubblica istruzione, nella pagina rivolta alle scuole, ci sono i loghi di Google e Microsoft: in Cina più di 1000 ospedali usano Teams di Microsoft, e presto potrebbe succedere lo stesso anche qui.

    Parliamo di multinazionali più ricche di tanti stati sovrani: il loro ingresso in servizi già ridotti ai minimi termini non è una questione irrilevante.

  68. Elena Grammann scrive:

    @ 廃市

    Qui veramente non si stava parlando della rilevanza o irrilevanza di fenomeni in sé, ma dell’eziologia di un fenomeno (ansia e emergenza da coronavirus) e sua possibile fondatezza o infondatezza.
    Relativamente all’eziologia di questo fenomeno Microsoft &co, pur rilevantissimi in sé, non sono rilevanti. Cioè, il loro coinvolgimento, pur massiccio, non è essenziale ma accidentale. Possiamo immaginarci l’epidemia senza Microsoft, non possiamo immaginarci l’epidemia senza virus (Agamben permettendo). Inversamente, Microsoft continuerà probabilmente a esistere, e far soldi, anche senza l’epidemia
    Comunque, Signor 廃市 , non voglio continuare a difendere una posizione che potrebbe facilmente risultare indifendibile benché abbia, credo, qualche ragione dalla sua. Ho solo voluto spiegare perché il suo link mi era sembrato fuori luogo e chiarire il motivo della mia vivace e biasimevole reazione.

  69. Elena Grammann scrive:

    @ Celestino Todisco

    “Roba da matti”, lei dice. Mi permetta di chiosare un po’ attorno a questa affermazione (che condivido). Quando ero giovane e leggevo Heidegger (post Kehre), ero basita dalla disinvoltura con cui lo Sciamano della Selva Nera inanellava etimologie prive di qualsiasi fondamento – etimologie propriamente di fantasia – allo scopo nemmeno nascosto di condurre il discorso esattamente dove voleva lui. Quando più tardi ho frequentato una discreta scelta di maîtres à penser francesi, ho continuato a stupirmi che ci fosse qualcuno disposto a lasciarsi gioiosamente menare al mercato da discorsi senza uno straccio di fondamento. Poi un amico, un filosofo, mi ha illuminata – mi ha spiegato come nascono i filosofici bambini. “L’unico problema che la filosofia non si pone – ha affermato a un uditorio ingenuo e soltanto per questo non troppo convinto – è quello della verità”. In filosofia, all’idea di verità bisogna sostituire l’idea di soglia. A quel che capisco, la soglia è l’insieme dei presupposti, spesso non esplicitati, che io devo dare per buoni e mai sognarmi di discutere per accedere al discorso (allo svelamento, che naturalmente può essere via via molto diverso). Je franchis le seuil – e da lì in poi ingoio senza fiatare tutto ciò che esce dalla bocca del maestro. Se invece voglio discutere, entro in contraddizione con la soglia, non sono degno del disvelamento, non posso accedervi: Chi è da Dio ascolta le parole di Dio; perciò voi non le ascoltate, perché non siete da Dio. Il meccanismo è lo stesso. Solo che noi credevamo di essere in un ambito filosofico, invece siamo in un ambito poetico, analogico a oltranza (come lei rileva giustamente), ascoltiamo delle parabole. Bref, siamo in ambito letterario. Che va benissimo, ci mancherebbe. Basta dirlo.

  70. Federico Gnech scrive:

    Il Covid-19 è ahimè peggio di quanto sperassi, ma con un po’ di culo passerà anche questa e tra un anno appena potremo avere un vaccino. Per il “mal franzese”, nel senso della deleuzite, dell’agambenite e di tutti i malanni provocati dai ceppi mutati del Messkirch-virus (gli specialisti mi perdoneranno l’approssimazione) ci sono voluti invece quarant’anni di epidemia e centinaia di migliaia di vittime, specie nella fascia d’età 19-29, perché finalmente cominciassimo a sviluppare gli anticorpi necessari. L’interessante coda di commenti all’altrettanto interessante articolo di Davide Grasso fa ben sperare.

  71. Roberto scrive:

    A proposito dei messkircheriani, c’erano anche in quegli anni d’oro, quelli che scrivevano a Carl Schmitt e incorniciavano la letterina di risposta da Plettenberg nel tinello di casa. A parte che Schmitt era un genio davvero, ma questi qua, si erano esercitati in questa semiotica di pose e di sprezzatura per non dire nulla… L’atteggiamento era quello di sgalambro, che nel suo risibile De Mundo pessimo scriveva nell’introduzione, verbatim, “Io non chiedo una compiacente adesione da lettore. Ma sottomissione o niente”. Da morir dal ridere… I reduci di quel tempo li si trova ancora che straparlano al festival di filosofia, senza mai un contraddittorio, niente… Ma perché non continuano a starsene nei loro santuari… Perché scrivere sui quotidiani?

  72. mauro marcenaro scrive:

    mi domando se nessuno qui
    conosca la bio politica
    l autorizzazione alla soppressione di una vita nn piu degna di esser vissuta
    nn hitler ma l democratica rep weimar inaugura la diarchia politica scienza, 1925
    Homo sacer
    la nuda vita
    e il liberismo o ordo liberismo in eu
    se qualcuno si ricorda i bambini morti a causa di lacrime e sangue della troika sulla grecia
    sui suicidi per insolvenze per gli imprenditori italiani
    la armi di massa di saddam e i gas di assad
    ecco noi dovremmo fidarci senza far domande ?

  73. Angelo scrive:

    Faccio l’insegnante di filosofia e leggendo l’intervento di Agamben mi sono per la prima volta vergognato di avere a che fare in qualche modo con la categoria dei filosofi.

  74. 廃市 scrive:

    Quando A. ha scritto “l’emergenza è immotivata”, anche il CNR diceva che il coronavirus è “poco più di un’influenza”: questa è la premessa del suo articolo, il cui tema -volendo essere pignoli- è lo stato di eccezione, non l’epidemia.
    Non sono un filosofo, i commenti degli specialisti non li capisco; anzi seguo questa discussione perché considero quotidiane le questioni che tratta.
    La mia opinione in merito è generica: preferisco condividere le mie letture piuttosto che occupare spazio per esprimerla.

    Ultima cosa.
    Non sono un accademico della crusca, ma colgo il sarcasmo, l’affettazione nel dare del lei a sconosciuti che maltratti gratis su internet.
    Non sono neanche uno psicologo, ma capisco che è un modo di chiedere attenzione.
    Cambia stile, così dai a tutti un’idea sbagliata di come sei.

  75. Elena Grammann scrive:

    Caro titolo di film giapponese,
    dal momento che non ti eri mai rivolto a me direttamente (anche questo è un fatto di stile, a ognuno il suo), non potevo sapere se, idealmente, mi davi del tu o del lei. Nel dubbio, io do del lei.
    Di tutto mi si può accusare tranne che di affettazione. Sono purtroppo la persona più spontanea, impulsiva, sincera e trasparente che conosca.
    Ti ringrazio per la consulenza psicologica gratuita (in più di un senso). Non mancherei di farne tesoro, non fosse che sono già ampiamente provvista di buoni consigli fino al 2045.
    (A proposito di condividere le letture: suggerisco di controllare, quando condividi, che gli articoli non siano riservati agli abbonati.)
    Sinceramente: buona giornata.

  76. Vulfran scrive:

    @廃市
    Veramente l’articolo di Grasso (quello che stiamo commentando) è volto proprio a dimostrare che la premessa dell’articolo di Agamben ‒ ossia che il CNR abbia affermato il coronavirus essere poco più di un’influenza ‒ è errata. Copio e incollo dall’articolo di Grasso: «Il comunicato del Cnr non afferma affatto che il Covid-19 sia una semplice influenza: semmai che i sintomi, nell’80-90% dei casi, sono simili a quelli dell’influenza. Afferma anche che nel 10-15% insorge la complicanza polmonare, che è quella che provoca il sovraffollamento ospedaliero e i decessi. (La polmonite, per quanto suoni innocua, è una delle prime cause di morte per malattia infettiva in vaste regioni del mondo, e la prima in Europa). Se il Cnr contribuisce giustamente a contestualizzare la pericolosità del virus entro una cornice razionale, ricorda anche che un 4% dei casi rende necessaria la terapia intensiva, e non è affatto una percentuale bassa.»

  77. una scrive:

    Il problema e’ che le ragioni di fondo del contagio sono dovute alla dinamica globale del capitale il quale non ne paga affatto i costi. Anzi. Sono i redditi piu bassi che subiscono l’aggravarsi delle misure di restrizione,
    Oltretutto ci sono diversi studi che dimostrano come le zone rosse non facciano che aggravare il contagio rispetto alla diluizione causata alla libera circolazione.
    E difficile non pensare che lo stato di eccezione faccia emergere un paradigma presistente, quello della frontiera risulotiva, che non e’ mai stata cosi in forma come negli ultimi tempi.

    Consiglio la lettura del ‘Diario Virale’ di WUMING, reperibile sul loro sito, in cui l’analisi della ragion d’essere delle misura adottate e’ effettuata in maniera piu che approfondita.

  78. una scrive:

    le sembianze di quella vecchia idea di Potere, concentrato e completamente individuabile, che proprio una stimolante tradizione di pensiero voleva in origine abbandonare.

    La conclusione dell’ articolo mi sembra impropria.
    La concezione del potere reticolare non esclude la compresenza di forme autoritarie (cfr, analisi della gestione della gestione della peste in Sorvegliare e punire)

  79. Federico Gnech scrive:

    @Una

    La “diluizione” attraverso la libera circolazione del virus in buona sostanza corrisponde allo sterminio dei soggetti deboli (malati, anziani, immunodepressi).
    La stessa idea è tra l’altro scappata durante un’intervista al compagno Johnson (Boris), il quale sa bene che il NHS, per come è stato ridotto, non potrebbe reggere le cifre del caso italiano. Comunque sia, non sapevo che nell’area dei movimenti si vagheggiasse l’eugenetica… d’altronde a forza di heideggerismi…tante care cose.

  80. una scrive:

    Ciao, ho letto che la quarantena funziona nel caso in cui il virus venga isolato tempestivamente. Questo non e’ successo, poiche’ il contagio in italia risale a meta gennaio e, allo stadio di diffusione in cui e’ stato individuato, sovraccarica esclusivamente il sistema sanitario dell area in questione invece di distribuire i casi sul territorio (cioe’ diluire – il termine proviene direttamente, a quanto mi ricordo, dal testo di una ricerca epidemiologica di un’ universita americana) e quindi a risolvere meglio i problemi.
    La prima zona rossa non e’ servita ad arrestare il contagio cosa che contraddice la necessita successiva di altre militarizzazioni, dal punto di vista della diffusione completamente inutili.

    Un saluto,

    una

    (mi scuso per i refusi)

  81. Elena Grammann scrive:

    @ Una
    Ciao.
    “ho letto che la quarantena”, “il termine proviene direttamente, a quanto mi ricordo, dal testo di una ricerca epidemiologica di un’ universita americana”. Queste espressioni mi ricordano una collega di storia molto cattolica (quindi con una forma mentis analoga) che distorceva sistematicamente i fatti e appoggiava le sue distorsioni sulla formula “dicono gli storici”.

  82. Celestino Todisco scrive:

    Elena Grammann,
    volevo solo farti sapere che condivido quanto hai scritto in questi commenti.
    Vorrei solo aggiungere, prendendo spunto dal tuo ultimo commento che per me i termini di assolutismo, oscurantismo, tradizionalismo, conservatorismo, autoritarismo, dispotismo definiscono , in diversa misura, tutte le religioni del mondo e tuttavia guardando alla storia anche recente al primo posto metterei la cattolica. Buona giornata.

  83. Elena Grammann scrive:

    Celestino Todisco,

    grazie per la condivisione e per il supporto psicologico.

    Non conosco abbastanza le altre religioni per stilare una graduatoria, ma posso affermare che l’oscurantismo, l’autoritarismo e il paternalismo della chiesa cattolica sono disgustosi (oltre che ancora pericolosi).
    Ci ho messo alcuni decenni a arrivarci. Però ci sono arrivata.

    Buona giornata anche a te.

  84. Roberto Verdi scrive:

    Senza parole ora?

  85. mauro marcenaro scrive:

    ho letto qualche commento
    riflettendo su cio che accade li fuori per le strade in Italia da ormai 20 anni
    mi rendo conto della poca qualita’ umana e quindi intellettuale
    di questi uomini e donne prezzolati da istituti privati e pubblici
    esseri induriti e proni
    in ogni secondo della loro vita
    sottolineano la loro nn liberta’
    difendendola davanti all evidenza
    ma nn potranno farlo davanti alla storia

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  1. Sweepsy's Blog scrive:

    […] sul come si fa analisi e quanto sia importante non soffermarsi sulla critica negativa pura, come fa bene Davide Grasso su minima&moralia con particolare riferimento ad Agamben.  Non si tratta dunque di schierarsi, bisogna rigettare i […]

  2. […] Grasso risponde direttamente ad Agamben, e alcuni passi li voglio riportare per […]

  3. […] dall’analisi di Agamben, criticando, da un lato, il manierismo di una critica che ripropone alla Agamben temi di Agamben e, dall’altro, una certa aleatorietà e inconsistenza epistemologica delle sue affermazioni: […]

  4. […] L’intervento di Agamben è stato seguito dalla risposta di Jean-Luc Nancy pubblicata il 27 febbraio sul blog Antinomie, in cui il filosofo francese si dissocia decisamente dalla posizione dell’amico affermando: “Non bisogna sbagliare il bersaglio: una civiltà intera è messa in questione, su questo non ci sono dubbi. Esiste una sorta di eccezione virale – biologica, informatica, culturale – che ci pandemizza. I governi non ne sono che dei tristi esecutori e prendersela con loro assomiglia più a una manovra diversiva che a una riflessione politica”. (qui l’articolo completo https://antinomie.it/index.php/2020/02/27/eccezione-virale/ ) Sulla linea di Nancy ma con toni più critici, Davide Grasso su Minima & Moralia nell’ intervento Agamben, il Coronavirus e lo stato d’eccezione sottolinea che: “Certa critica teorica, in ambito accademico e “militante”, ha scelto di ritagliare per sé il vezzo esclusivo ed escludente del negativo puro: si limita ad analizzare le dinamiche di potere, chiamandosi fuori dal problema decisivo che esso rappresenta anche per la trasformazione. Questo induce a sviluppare un’attitudine a un tempo cupa e contemplativa, che non vede vie d’uscite e non riesce a dare conto della complessità e delle differenze insite nello sviluppo politico. Tutto ciò che questa attitudine vede attorno a sé è narrazione, ideologia, mito e menzogna, e le uniche narrazioni analizzate sono quelle attribuibili al “potere”, appunto (….).” (qui l’articolo completo/http://www.minimaetmoralia.it/wp/agamben-coronavirus-lo-eccezione/) […]

  5. […] del trauma del presente, senza doverci far niente. Come ha affermato Davide Grasso, nell’unica critica davvero centrata dei questi ultimi exploit agambeniani: «Certa critica teorica, in ambito […]

  6. […] o eziologica per emergere, né dei quotidiani bollettini divulgati dal duo Borrelli-Brusaferro: Davide Grasso il giorno dopo ne pubblicava una centrata analisi, denunciando la fallacia di alcune associazioni e […]

  7. […] ha tenuto sveglio il dibattito biopolitico nelle ultime settimane, sulla scia di Giorgio Agamben. Davide Grasso e Luca Illetterati hanno segnato un punto su questo. Ci faccio riferimento però perché il […]

  8. […] di minima&moralia pubblicato giovedì, 27 febbraio 2020 · 92 Commenti […]

  9. […] di minima&moralia pubblicato giovedì, 27 febbraio 2020 · 92 Commenti […]

  10. […] interpretative e operative. Tra gli altri, ne hanno recentemente parlato, da posizioni diverse, Davide Grasso e Luca Illetterati, commentando una serie di interventi sulla biopolitica della pandemia firmati […]



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