Agamben, nuda vita, oikonomia

Tenendo conto dei dibattiti delle ultime settimane sulla crisi economica – nonché del dibattito interno al nostro piccolo spazio di minima&moralia – per una riflessione sulla vera natura dell’economia, e su quella dei suoi sviluppi, spero di fare cosa gradita segnalando Etwas fehlt,  un sito internet che raccoglie documenti anche molto importanti a proposito della filosofia dell’economia. Qui sotto, sempre da Etwas fehlt, uno scritto di Andrea De Santis sul pensiero di Giorgio Agamben.

di Andrea De Santis

1. L’argomento

La prima domanda da fare sarebbe: che senso ha isolare la nuda vita come problema filosofico?

Nuda vita indicherebbe, in maniera fin troppo facile a dirsi, un ipotetico grado zero, o grado minimo della vita, vita in quanto tale, “semplice esistenza biologica”, come ci hanno detto, e richiamerebbe immediatamente lo spettro di qualcosa d’altro, una vita vestita e presa in commerci di ogni tipo, più o meno umana, più o meno parlante, la vita che conosciamo e che incontriamo ovunque, e di cui la nuda vita rappresenterebbe, appunto, il residuo, o il fondamento, o la parte più intima.

Quando pubblica Homo Sacer nel 1995, Agamben non ha probabilmente in mente la fortuna editoriale cui andrà incontro, né la maniera in cui alcuni concetti chiave presenti nelle sue riflessioni (lo stato d’eccezione, la nuda vita stessa) sarebbero diventati i protagonisti collaudati di qualsiasi discorso filosofico-politico della fine del millennio.

L’uso forte e ridondante della formula “nuda vita” comincia in Agamben con Homo Sacer (“protagonista di questo libro è la nuda vita, la cui funzione essenziale nella politica moderna abbiamo inteso rivendicare” scrive Agamben nell’introduzione) e resta il filo conduttore di tutte le ricerche sulla sovranità, andando a scomparire quasi del tutto solo con l’ultimo libro, Il Regno e la Gloria. Ed è stata senz’altro una scelta, da parte di Agamben, quella di usare come concetto strategico, quindi di mettere al centro dei suoi discorsi, quello che era stato usato prima di lui piuttosto come la formula di un problema-limite. (Va detto inoltre che l’uso sistematico del concetto di nuda vita nelle ricerche politiche rappresenta per Agamben l’abito di una tematica che attraversa la sua riflessione sin dai suoi esordi).

Tra le fonti agambeniane, Benjamin aveva parlato di nuda vita alla fine della sua Critica della Violenza, accusando la sacralizzazione, il mito che intorno a essa il pensiero borghese, nel suo lungo viaggio, aveva creato, nello sforzo di stabilire un contrappeso alla violenza della forza rivoluzionaria che percorre la storia: sacralizzare la vita per salvarsi la pelle. Heidegger aveva parlato, a più riprese, dell’impossibilità di un’’ontologia della vita’, le cui condizioni sono piuttosto costrette ad una “interpretazione privativa” del vivente che può tutt’al più ipotizzare qualcosa come un “nur-noch-lieben”, qualcosa come un “solo più vita” la cui consistenza ci è preclusa per ragioni essenziali. La vita nuda, solo più vita, non è né semplice-presenza, né ancora un esser-ci. Allo stesso tempo, dice Heidegger anticipando il punto dal quale si muoverà il discorso agambeniano, l’esser-ci non può essere pensato “come un vivere … a cui si aggiunga, oltre al vivere, qualcos’altro”. L’uomo non è il vivente- che-ha-il-linguaggio, almeno non in maniera così pacifica.

Hannah Arendt, le cui riflessioni nelle prime pagine di The Human Condition rappresentano il nucleo di quel meccanismo “eccettivo” della politica occidentale di cui Agamben traccia una analisi pervasiva e radicale, si sofferma abbondantemente sull’idea di una doppia struttura della vita dell’uomo. Tale duplicità segna lo schema costante delle ricerche agambeniane. E’ Arendt a parlare per prima in maniera netta di una frattura tanto insanabile quanto inapparente tra l’oikos, dove si tiene capo, si amministra, si governa la vita nelle sue mute necessità biologiche, e la polis, luogo della vita politica, la “buona vita” di Aristotele, che si gioca tra gli onori, gli scontri e le pubbliche parole. Avere linguaggio, avere politica, storia, è ciò che rende realmente umana una vita, e la nuda vita è di tutto ciò il presupposto nascosto. La politicità dell’uomo è qualcosa di aggiunto alla sua natura di essere vivente, ma questa aggiunta, o congiunzione, non può essere tematizzata in nessun modo. Di più, la politicità dell’uomo, la sua vera umanità, non ha nulla a che fare, né deve portare alcuna traccia, della sua animalità, ma anzi deve essere da essa sempre ben distinta (come noto, nel passo della Politica cui fa riferimento Arendt, e che Agamben cita in continuazione nel corso degli anni, Aristotele distingue la voce, contrassegno dell’essere in vita, e comune a tutti gli animali, al linguaggio come proprio dell’uomo, ed è proprio il linguaggio a fondare per l’uomo storia politica e tradizione).

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
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2 Commenti a “Agamben, nuda vita, oikonomia”
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  1. […] in realtà usare. Il monologo si sviluppa così in un crescendo di tragicità che evoca la nuda vita (Agamben) attraverso la “messa in mostra” di un essere umano feroce, fragilissimo e scomodo […]

  2. […] non solo a subire, ma a scegliere, di propria apparente volontà, un’esistenza in cui la nuda vita prevale in ogni senso sulla vita […]



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