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Disperazione e speranza nella poesia di Agota Kristof

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La vita di Agota Kristof è segnata come quella di molti altri intellettuali, scrittori, poeti dell’Europa orientale ed esuli, sin dalla giovinezza dalla necessità della partenza e della fuga. Nata in Ungheria nel 1935, nel 1956, in seguito e a causa all’intervento dell’Armata Rossa in Ungheria, fuggirà con la famiglia in Svizzera, nella città di Neuchatel, dove vivrà fino alla fine dei suoi giorni.

In un bellissimo volume edito dalla casa editrice svizzero-italiana Casagrande, dal titolo Analfabeta, Kristof ripercorre alcuni dei momenti più importanti della sua vita, dalla felice spensieratezza dell’infanzia agli anni di solitudine durante gli studi: uno dei momenti più interessanti di questa narrazione autobiografica è la parte che si concentra sulle lingue («All’inizio, non c’era che una sola lingua. Gli oggetti, le cose, i sentimenti, i colori, i sogni, le lettere, i libri, i giornali erano quella lingua») che Kristof si è trovata davanti nel corso della vita, con una forte opposizione tra la lingua materna, l’ungherese, e le lingue straniere, come il tedesco, il russo e, in parte, anche il francese.

Perché il titolo del libro riflette l’incapacità della scrittrice di scrivere in una lingua non sua, la lotta per la sua padronanza, la lingua di esilio che proprio per la sua natura ambivalente, da una parte sfugge e dall’altra caccia dai pensieri quella materna. Sembra paradossale considerando che il suo più grande capolavoro, nonché una tra le vette più alte della letteratura del Novecento, la Trilogia della città di K., Kristof lo scrive in francese, con il mezzo della scrittura che si trasforma in una lotta, vinta, per la sopravvivenza.

Assume allora un ruolo ancor più prezioso la raccolta poetica Chiodi edita sempre da Casagrande, perché qui sono raccolte sia poesie in francese, tradotte da Fabio Pusterla e Vera Gheno, che in ungherese, la lingua madre, tradotte invece dalla sola Gheno. Quando Kristof scappa dall’Ungheria con la sua piccola bambina (le parole su questo in Analfabeta sono terribili: «Due di noi sono tornati in Ungheria nonostante la condanna alla prigione che li aspettava. Due altri, uomini giovani e celibi, sono andati più lontano, negli Stati Uniti, in Canada. Altri quattro, ancora più lontano, nel posto più lontano di tutti, oltre la grande frontiera. Queste quattro persone di mia conoscenza si sono uccise nei primi due anni del nostro esilio. Una con i sonniferi, una con il gas, le altre due impiccandosi. La più giovane aveva diciotto anni. Si chiamava Gisèle»), oltre che lasciarsi alle spalle per sempre la sua terra, abbandona altresì il suo quaderno di poesie che allora, arrivata in Svizzera, vuole riscrivere, per tentare di mitigare il dolore e la sofferenza.

Nascono così le poesie di Chiodi, che certo rimandano alla mente dei lettori di Kristof i temi più noti e importanti dei suoi romanzi e racconti, come lo smarrimento, l’esilio, la perdita e la sofferenza, che qui, attraverso il mezzo poetico, sembrano raggiungere un grado di forza e intensità ancor più penetrante. Insiste su questo la generosa e partecipe nota di Pusterla che chiude il volume, in cui il poeta italiano propone una sua lettura delle poesie di Kristof che si attesta sullo sconcerto per la forza e la disperazione che si rintracciano nei versi, proseguendo però su questo il discorso che già le sue opere in prosa avevano intrapreso: «le poesie di Chiodi non aggiungono dettagli narrativi, né ci consentono di sapere molto di più; eppure, leggendole, abbiamo la sensazione di avvicinarci considerevolmente alla cosa “per la quale non c’è parola”», la tragedia della vita di Kristof.

Lo iato che segna l’esilio nella sua vita riversa le conseguenze in gran parte delle poesie: sono frequenti infatti confronti tra la terra che è stata costretta ad abbandonare e la Svizzera in cui si è rifugiata, terra che però le appare talvolta ancor più dura dell’altra, soprattutto durante le fatiche della vita in fabbrica. In generale Kristof rintraccia una differenza viscerale con le persone che incontra e manca la soddisfazione del desiderio di consolazione che accompagna il suo peregrinare: «Qui le  persone sono così felici / che nemmeno amano / sono realizzate non hanno bisogno / l’uno dell’altro nemmeno di dio / la mattina si siedono davanti alle loro case inondate di luce / e fino a sera aspettano la morte». Torna poi con insistenza il tema, quasi pascoliano, del nido ormai smarrito e della conseguente perdita della profondità dei legami: a rimanere è dunque solo il dolore: «Nel crepuscolo che ha perso l’equilibrio / un uccello libero spicca un volo sghembo / a terra c’è solo il seminato / silenzio indicibile / e insopportabile / attesa / Ieri era tutto più bello il canto / tra le fronde degli alberi / tra le tue mani tese / il sole / Ora nevica sulle mie palpebre / il mio corpo / è pesante come roccia / e non c’è motivo per cambiare marciapiede / e non c’è motivo per / andare alle montagne».

Eppure, se anche la disperazione occupa molte delle pagine della raccolta, resta un residuo di speranza molto importante nelle parole di Kristof, che risiede nella comunanza e nell’accordo tra gli uomini, unica radice capace di unire tutti coloro che hanno subito violenze e ingiustizie. Sta in questo nocciolo il lascito più forte di Kristof, che nelle poesie di Chiodi talvolta si mostra in tutta la sua disperata forza: «fratelli / voi non vi ha amato nessuno ma domani / metterete piede sui raggi / della luna / i vostri occhi si abbelliranno laverete via macchie di sangue / dalle vostre mani dalle vostre labbra / attorno a voi cresceranno gli alberi / si placherà anche la notte e il vento porterà / cenere tiepida sulle vostre terre sterili».

Matteo Moca si è laureato in Italianistica all’Università di Bologna con una tesi su Landolfi e Beckett. Attualmente studia il surrealismo italiano tra Bologna e Parigi, dove talvolta insegna. Tra i suoi interessi la letteratura contemporanea, la teoria del romanzo e il rapporto tra la letteratura, la pittura e il cinema. Suoi articoli sono apparsi su Allegoria e Alfabeta2. Collabora con varie riviste di carta, in particolare con Gli Asini, rivista di educazione e intervento sociale, con Blow Up per la sezione libri e con L’indice dei libri del mese e online (DUDE Mag, Crampi sportivi, Nazione Indiana, ecc.).
Commenti
2 Commenti a “Disperazione e speranza nella poesia di Agota Kristof”
  1. gino rago scrive:

    Omaggio a una grande interprete dello straniamento europeo del ‘900. Fa onore a Matteo Moca che nel suo magnifico scritto diffonde, contribuendo alla sua conoscenza, un’autrice di versi che della verità del vivere fa la sua cifra lacerante.
    (gino rago)
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    Ágota Kristóf, Chiodi, Edizioni Casagrande, Bellinzona, 2018, pp.112, Eu 16,00
    Prefazione di Fabio Pusterla. Traduzione di Vera Gheno e Fabio Pusterla

    Recensione di Gino Rago

    Goffredo Fofi commentando Chiodi di Ágota Kristóf sul domenicale del Sole 24 ore segnalava che i “chiodi” della raccolta poetica della Kristóf non possono che essere i chiodi di Cristo sulla Croce:«I “chiodi” che danno il titolo a questa raccolta di poesie evocano irresistibilmente quelli della Croce».
    L’evocazione deriva sia dai temi trattati (lo smarrimento, la perdita della lingua madre, il distacco, lo straniamento, la condizione dell’esilio, l’amore nel ricordo dell’amore, l’attesa, il desiderio di una patria linguistica, le sconfitte, le emarginazioni, il sentimento della povertà da vivere in una terra ricca), sia dallo stile asciutto dell’autrice.
    Nel 1956, poco più che ventenne, Ágota Kristóf fugge dall’Ungheria con la sua bambina di quattro mesi, fugge dal paese dell’infanzia ed è costretta a separarsi dai quaderni con le sue prime poesie. Una perdita crudele. E’ il dolore per la perdita di quei versi a spingere l’autrice a riscriverli sul filo della memoria, così come è in grado di ricordarli, e forse a reinventarli. Negli anni, Ágota Kristóf scrive altre poesie sia in ungherese sia in francese, la sua nuova lingua. E come ricorda Fabio Pusterla:«Poco prima di morire la Kristóf esprime il desiderio di vedere raccolte tutte queste poesie in un libro. Il desiderio si avvera nel 2017, quando le Éditions Zoé le pubblicano in un’edizione bilingue ungherese-francese[…]».

    E ora si avvera il desiderio della Kristóf anche in Italia, per le Edizioni Casagrande di Bellinzona.
    «Qui le persone sono così felici
    che nemmeno amano
    sono realizzate non hanno bisogno
    l’uno dell’altro nemmeno di dio
    la mattina si siedono davanti alle loro case inondate di luce
    e fino a sera aspettano la morte».
    Quasi in un rimprovero severo verso l’indifferenza delle società opulenti che gioiscono per le diseguaglianze sociali, ma anche in un rimprovero verso il lettore, la Kristóf in questi versi parla dei privilegiati che ce l’hanno fatta mentre per i più che poi sono i tantissimi «la vita non è un regalo» ma una condanna senza nessun conforto.
    La questione linguistica è centrale per la Kristóf anche in poesia e ha una ben precisa origine suggellata in queste parole:
    «Non ho ancora trovato la parola per qualificare ciò che è capitato. Potrei dire dramma, tragedia, catastrofe, ma nella mia mente chiamo tutto questo semplicemente “la cosa” per la quale non c’è parola».
    E’ un caso emblematico e fortissimo di poesia del translinguismo l’esperienza poetica di Chiodi della Kristóf, questione che in una ermeneutica a lei rivolta su una pagina de L’Ombra delle Parole Giorgio Linguaglossa ricondusse a «zona spaesante» della poesia.
    Scriveva Linguaglossa:«[…]Per Ágota Kristóf quella «zona spaesante» del mondo è stata l’Ungheria del comunismo sovietico, quel regime dispotico e capillare di controllo e di educazione delle coscienze, l’ideologia della felicità dispotica promulgata per decreto poliziesco, l’abbandono da parte della poetessa del suo paese e della sua lingua, il dover imparare un’altra lingua, il francese, come propria lingua madre, l’esperienza del trovarsi senza lingua, o meglio, spodestata «tra» due lingue, in quella «zona» oscura inospitale, spaesante… La poesia della Kristóf nasce da qui, da questa «zona» inospitale e spaesante, priva di lingua, dalla ricerca spasmodica di una lingua di significati stabili[…]».

    Emblematici sotto questo aspetto di zona spaesante nel vasto tema del Grande Gelo linguistico e delle parole congelate appaiono questi versi di
    Ágota Kristóf

    Tre anni fa mi sono persa in una città dove
    Non avevo nessuno quindi non importava dove fossi
    Pubblicità saltellavano si dondolavano come scimmie
    Tram correvano a casaccio sulle rotaie
    Avrei potuto essere perfettamente libera e felice allora
    Se avessi trovato almeno un po’ di soldi
    Stavo sulla riva ferita da luci di un lago blu scuro
    Un’ombra mi passò accanto mi diede un’occhiata…

    Gino Rago
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Leggi commenti...
  1. […] delle struggenti e disperate poesie di Agota Kristof, da poco uscite in traduzione italiana. Oggi ne ho letto altre parole interessanti qui: le ha scritte Matteo Moca, che illumina alcune parti rilevanti del discorso poetico di Kristof e […]



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