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Ah ah ah. Ovverosia, per un’innovazione del linguaggio comico usato nella politica.

La (fiacca) battuta di Berlusconi su quante volte la donna alla convention di Green Power viene (con il comunicato aziendale che la donna si è divertita e si è sentita onorata, poi la controsmentita della donna che dice che non si è divertita né sentita onorata…), Crozza che fa l’imitazione (fiacchissima) di Berlusca a Sanremo (e la gente che lo contesta e poi la controsmentita che in realtà la gente contestava i due tizi prezzolati del Pdl che gli urlavano contro)… Ancora, i fiacchi teatrini di Berlusconi con imitazioni di Bersani acclusa, le fiacche repliche dello tsunami tour di Grillo, la fiacca cosiddetta satira di sinistra con la quale ci siamo sentiti tanto affratellati in questi anni… Potremmo commentare la campagna elettorale adesivi a questa scia deprimente, oppure fare un passo all’indietro di vent’anni.

Riandiamo al 1993. A delle ultime apparizioni Rai di Beppe Grillo, la trovate qui per esempio, nel pezzo in cui se la prende con chi rema contro una possibile rivoluzione tecnologica democratica, contro il capitalismo che ci imprigiona con le macchine a benzina e non ci fa sviluppare quelle elettriche, contro gli airbag che sono una truffa e non servono alla sicurezza (sic)… La sua retorica è già tutta politica, anche se non lo confessa, anzi. Ma a un certo punto Grillo, dopo essersi preso gli ennesimi applausi, si rivolge al pubblico, si stoppa un secondo e dice: “Non sto qui a fare come quello di Quinto potere. Se divento un messia, fatemi un gesto e mi metto subito questo”: estrae dalla tasca un naso rosso e se lo infila.

Nessuno evidentemente gli fece il gesto, verrebbe da commentare. Così, quello che poteva restare un clown, uno zanni che manifesta la verità attraverso il suo corpo umile e buffo, si trasformò un tribuno simil-dannunziano che si fa a nuoto lo Stretto di Messina.
Ma anche questa conclusione è riduttiva: non è solo Grillo a essersi trasformato in un profeta qualunquista. È che da quel video sono passati vent’anni e in questo ventennio che per comodità abbiamo definito berlusconiano, qualcosa di irreversibile è cambiato nella comunicazione politica: l’indifferenziazione tra piano letterario e piano ironico, l’identificazione dell’informazione con la performance, la riduzione della verità alla “versione che ha più successo” (Rorty e i suoi epigoni hanno avuto ragione). Grillo ancora non lo sapeva, Berlusconi (“un imprenditore che ha 4000 miliardi di debiti” come lo apostrofava Grillo) invece sì; e pochi mesi sarebbe apparso a fare il suo famoso discorso del Questo è il paese che amo. Le idee non servivano più, bastava l’attorialità.

Ora, in questa campagna elettorale, nessuno si stupisce che il valore delle parole non venga praticamente mai messo a confronto con una dialettica di idee, ma appunto solo con la sua capacità performativa – che siano i sondaggi o lo spread a fare da indici di consenso. Quello che è invece meno visibile è come i candidati abbiano capito di sfruttare una retorica teatrale precisa, quella comica: privandola però della sua capacità di rovesciamento, di paradosso, di polemica. La comunicazione politica di Bersani e Vendola è stata in definitiva messa all’angolo in questi ultimi mesi da tre comici che utilizzano tre repertori diversi: Grillo, Berlusconi e Renzi.

Il primo si rifà ai comedians anni ’80, i figli di Lenny Bruce, George Carlin, Richard Pryor, Bill Hicks (coloro che lo ispirarono per i programmi tipo Te la do io l’America) da cui ha eliminato l’afflato libertario per conservare invece solo la vis accusatoria, una denuncia che spesso di riduce alla ricerca di capri espiatori. Anche per questo riesce a catturare il voto degli under 30, di coloro che sono cresciuti con il sarcasmo liquidatorio dei Griffin o di Beavis & Butthead. Berlusconi invece, lasciato il bramierismo barzellettaro, va riesplorando in repertorio della commedia scollacciata anni ’70. Sa che c’è un sacco di gente, soprattutto nella fascia anagrafica over ’60 che si concede volentieri una risata franca sui froci che sculettano, sulle tettone, sui fascisti buoni, sugli ebrei che se la sono cercata. Anche qui, l’elemento goliardico dell’autosberleffo viene completamente rimosso: la scena della sedia pulita da Santoro come l’uscita al Binario 21 come l’imitazione di Bersani si rivolgono a elettori preventivamente euforici, disposti a essere scorretti e a darsi di gomito. Di fronte a lui però Berlusconi non incarna un Pierino indifendibile – ma con un gesto speculare al naso rosso di Grillo, si trasforma in un Alvaro Vitali che si toglie i calzoncini e si infila il completo Caraceni.

La comicità di Matteo Renzi è forse quella più contemporanea, anche se datata difatto agli anni ’90: il suo modello evidente (lo faceva notare in un bel pezzo recente Francesco D’Isa) è un mix tra Panariello e Pieraccioni. Ossia il toscano cazzone che alla fine liquida le questioni con una battuta da adolescente, uno che finisce ogni frase con una specie di adagio del Benigni innocuo degli ultimi tempi: “Si fa per ridere, eh”. Il bacino di elettori che va a prendere è proprio quello dei suoi coetanei, la “Generazione Bim Bum Bam” delineata da Francesco Aresu.

La cosa incredibile ma deprimente e ovvia è che in un paese così arretrato da un punto di vista retorico, tre comunicatori che emulano gli stilemi degli anni ’70, ’80 e ’90 siano la novità di questa campagna elettorale, ma la cosa ancora più incredibile è che questo tipo di comunicazione metta in difficoltà uno come Bersani, che al massimo rimanda qualche frecciatina lieve lieve, mentre di solito è tutto preso ogni volta nel ribadire che il piano informativo non è quello performativo, strillando contro chi non cita i fatti, chi non manterrà le promesse, chi è demagogico; o ancora peggio nel tirare delle staffilate semplicemente livorose… Ma la sua strategia, su questo profilo, è assurda: è come rimproverare Arlecchino perché fa lo scemo in scena.

Quale allora la contromossa da opporre agli attori, goffi pagliacci o virtuosi che siano? Occorre rovesciare il meccanismo, o svelare il trucco. Avete presente il coup-de-theatre che i repubblicani avevano preparato nell’ultima convention americana: Clint Eastwood che fece un discorso velenosissimo a una sedia vuota? Beh, non ci volle molto a Obama per capire che non era utile smontare Eastwood argomento per argomento. Bastava mettere una foto su twitter che ritraeva una nuca di Obama seduto sulla poltrona presidenziale e il messaggio: “Questo posto è occupato“.
Anche qui la capacità della comunicazione obamiana è quella dei grandi comici: la reattività. In questo bel pezzo Pietro Minto fa una fenomenologia degli heckler, ossia di quello che si alzano e disturbano un comico che fa uno show. Nella carrellata dei video che Minto infila si vede come – se siamo sul piano della performance – reagire fa parte del gico, della competenze del comico. Mettete a confronto queste immagini con quelle di Crozza ieri a Sanremo, e non vi sentirete come imprigionati in un’Italia dove appena si cambia copione non ci sono più i claquer che si assicurano il loro consenso, in un paese abituato a vedere le inchieste civili col Gabibbo e con Capitan Ventosa, che da anni vive l’invadente presenza dell’eco di quelle risate registrate che nessuna sit-com ormai usa più?
Non si potrebbe introdurre nelle sezioni di partito, nelle scuole, un corso accelerato di comicità, almeno da Seinfeld a Louis C.K., per le prossime elezioni che per queste mi sa che comincia a essere tardi?

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
7 Commenti a “Ah ah ah. Ovverosia, per un’innovazione del linguaggio comico usato nella politica.”
  1. Giaggys scrive:

    Quindi la chiave di tutto sarebbe nell’analisi fenomenologica della comicità degli attori. e non che Bersani i è costretto a fare i comizi nei chiostri delle accademie e invece Grillo può liberamente scarrozzare per le piazze gremite.
    Berlusconi poi ha le tv si sa.
    Chi è che parla al paese reale, alla gente, allora?
    Prima di tutto la domanda è questa.
    Sul “come” poi avrei due o tre cose da dirti se t’interessano.
    Una di queste ad esempio è che Grillo va a lezione da Dario Fo, mentre Bersani va da Crozza.

  2. v.f. scrive:

    Con quest’articolo metti in discussione la democrazia? oppure ho capito male? E’ vero, l’idea che una campagna elettorale possa essere decisiva per ottenere la maggioranza mi sembra incompatibile con il concetto stesso di democrazia, spari due mesi di cazzate, vinci le elezioni e governi per 5 anni! Insomma ci credo che non vai a votare! quasi quasi mi hai convinto.
    Stavo per smettere, per scrivere ciao grazie, ma non ti nascondo di avere il dubbio di aver frainteso qualcosa, o sbaglio? Sono sempre andato a votare, questa volta ero pure convinto a chi darlo ma il tuo articolo ha avuto lo stesso effetto che ebbe, sempre su di me, una puntata di report sul calcio, alla fine mi chiesi, ma faccio il tifo per chi? imbroglioni viziati privilegiati strapagati, lo so di essere ingenuo, non per niente seguo report e forum interessanti come questi, spero sempre di imparare qualcosa, perciò non ricordatemelo nei commenti sotto per favore, lo so, non posso proprio farci niente, sono così, non credo di esserlo diventato, ingenuo
    ciao grazie
    v.f.

  3. Davide scrive:

    Ma siam sicuri che Grillo si rifaccia ai nomi che hai snocciolato?
    Di Hicks mi pare poi abbastanza strano: più famoso in Canada e Uk piuttosto che negli Usa e svariati anni dopo l’81.
    Inoltre l’altro articolo di Minto che hai linkato mi pare sostenga l’esatto opposto di ciò che affermi: le laugh track le utilizzano praticamente tutte le sitcom tranne due show.

  4. S. G. F. scrive:

    C’è un altro punto che mi sembra non sia stato trattato in questo importante articolo: Grillo, Berlusconi, Renzi, ecc. occupano nello stesso tempo più posti diversi: quello di politici e di comici, principalmente (ma ve ne sarebbero anche altri di posti occupati, per esempio quello di venditore di pentole).
    Lo stratagemma retorico è quello di spostarsi di posto al momento opportuno. Se si viene attaccati su una argomentazione politica scarsamente difendibile, si dice che quella appena espressa era stata una frase di tipo comico e non politico, e viceversa, se si dice che la comicità appena espressa è sciatta e di bassa risma, ci si difende dicendo che quello era un intervento politico e non comico.
    Un altro artificio retorico, forse prossimo a questi stratagemmi, è quello della diversione, che ha reso rissoso, fumoso e inconcludente qualsiasi dibattito politico televisivo (e non solo): se l’argomento, ad esempio, è “il prezzo troppo alto delle patate del signor Giovanni”, l’antagonista del dibattito comincia a parlare del prezzo ancor più alto delle patate del signor Vittorio, poi si parlerà, aumentando sempre di più il volume della voce e l’accavallarsi degli interventi, di zucchine, di pomodori, e alla fine tutti urlano, contemporaneamente, di ortaggi, ma anche forse di mucche e dinosauri, di farfalle e di pantaloni alla zuava.
    E qualcuno alla fine, smarrito, si domanda: ma di cosa si stava parlando?

  5. S. G. F. scrive:

    P.S.
    Dal film “Ritorno al futuro”:
    riporto il dialogo in cui Marty, il giovane protagonista, incontra nel 1955, a seguito d’un viaggio nel tempo, nel passato (provenendo dal 1985), il suo amico scienziato Doc.
    Marty cerca di convincere Doc sulla propria identità di “viaggiatore nel tempo”:

    Doc: Allora dimmi, ragazzo del futuro: chi è il presidente degli Stati Uniti nel 1985?
    Marty: Ronald Reagan.
    Doc: Ronald Reagan?! L’attore? Ah! E il vicepresidente chi è, Jerry Lewis?

  6. S. G. F. scrive:

    E il dialogo continua così:

    Doc: Suppongo che Marilyn Monroe sia la First Lady […] e John Wayne il Ministro della Guerra!

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