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“Al buffet con la morte”: le poesie di Anna Toscano

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Photo by Samuel Zeller on Unsplash

di Laura Liberale

Al buffet con la morte è la sesta raccolta poetica di Anna Toscano (la terza per La Vita Felice, dopo Una telefonata di mattina e Doso la polvere). Antonella Cilento, in una delle due postfazioni, scrive: «A oggi, questo è il suo libro più maturo, il più ironico e il più personale». Nadia Terranova, nella seconda postfazione,usa parole molto intime, offrendo squarci dolorosi della sua vita ai lettori del libro di Toscano: «(…) e dopo quella prima ondata di sterminio la morte sembrò placarsi. Almeno per qualche anno, dopo che erano morti tutti, non morì nessuno».

L’ironia. Dire la morte con ironia. C’era sempre la morte/a tavola con noi/giocherellava con le pastiglie/a lato bicchiere di mia mamma/le infilava sotto il piatto/le spingeva nel tovagliolo/poi in terra/«che mi venga un colpo/se non le avevo messe qua»/diceva una, l’altra/se la rideva a crepapelle. La morte è la Disadorna e pretende spoliazione.

Tutti i “vecchi corpi” che incontriamo nella raccolta (e l’aggettivo “vecchio” non vale tanto per “anziano” ma piuttosto per “obsoleto”) sono corpi che vengono dismessi, abbandonati, come in quel passo celebre della Bhagavad-gītā: «Come un uomo si sbarazza dei vecchi abiti e ne prende altri nuovi, così colui che possiede un corpo si sbarazza dei vecchi corpi e si unisce ad altri nuovi»; con la differenza che a Toscano non interessa la metafisica, o quantomeno decide di non occuparsene qui (ma non è del tutto vero e ci torneremo); i corpi sono colti nei gesti ultimi — spesso banali, quotidiani —, nell’articolazione della parola ultima (le mot de la fin, per citare lo scrittore francese Claude Aveline), in un’espressione di generatività tutta domestica e colloquiale: Mi hai detto / il tuo vecchio corpo / «no, non farlo cremare / fai come me / fatti seppellire / così posso trovarti / il giorno della resurrezione».

La Disadorna è il Convitato di pietra ai pasti nelle nostre case, in tutte. E nelle case coabitano più o meno pacificamente vivi e morti: i primi ereditano le parole dai secondi (così da poter dar loro una voce), come ha scritto Robert Pogue Harrison, e i secondi… i secondi continuano a morire: mentre chiedono dei tortellini in brodo, mentre si spazzolano, mentre danno disposizioni per il pranzo, mentre stanno per uscire con un cappello in testa e un vestitino a fiori addosso. E poco cambia se i morti sono celebri, se morendo hanno privato il mondo di qualcosa di grande. Anche gli amati morti celebri fanno parte della nostra famiglia, sono parenti del sangue ancor più di quelli di sangue, perché il sangue ce l’hanno rimestato per bene, come, nel caso di Toscano: Goliarda Sapienza, Janet Frame, Primo Levi.

Toscano ha garbo. Non eccede, entra in punta di piedi ma con passo fermo. Talvolta, mi ha fatto pensare ad Aghi Mishol, poeta da lei molto amata: Ogni mattina ti porto da casa/dei sandwich piccoli e belli / perché tu abbia / belle parole di pane / per rabbonire Madama la Morte (Mishol); Ti sei seduta e hai detto /«il ragù mettilo su tu» / i suoi passi davanti ai tuoi occhi verdi, / hai sentito l’apri e chiudi del frigo? (Toscano). Certo, non è semplice rompere la “congiura del silenzio” sulla morte; spesso sono richiesti anni e anni, anche quando sembrano nate così, le parole, bell’e pronte, senza sforzo. Ironia pure questa.

Dicevo che a Toscano la metafisica non interessa. Salvo nel caso in cui decida di accodarsi a Cesare Pavese, al giorno tranquillo e di luce fredda che fa poeticamente da scenario ultimo. Come sarà la nostra morte? Il vecchio giochino di immaginarcela. Giochino serio, però. Per Pavese non sarà necessario lasciare il letto, quel mattino che ci si sveglierà una volta per sempre. Toscano, invece, forse, scenderà dal letto e s’infilerà le pantofole, oppure salirà un ponte coi suoi piedi di donna per poi ritrovarseli con meraviglia dentro scarpette di quattrenne, in un abbraccio che tutto fa ricominciare, diversamente.
O non sarà così,
sarà un attimo e poi niente.

 

C’era sempre la morte
a tavola con noi
fissava mia nonna
le girava intorno
la guardava di lato
di spalle, da dietro un orecchio
le aveva tolto tutto:
i denti l’udito la forza
il marito una figlia il passato.
Superata la soglia del secolo
la morte la fissava ancora
le tolse la gelateria sotto casa:
mia nonna morì.

 

Il tuo vecchio corpo
si è sporto al lavandino
per vomitare la vita;
avevi chiesto la sedia a rotelle
per respirare alla finestra
dicono che lì seduta
fossi contenta come una bambina.

Non amandoti
nemmeno in morte
ti hanno sepolta sola
a pochi metri dalla famiglia.

 

Il tuo vecchio corpo
lo hai lasciato al banco
di un pastificio
— stavi chiedendo mezzo chilo
di tortellini da fare in brodo —
tua moglie già sedeva in chiesa
tua figlia spezzettava fagiolini
l’altra figlia dal parrucchiere
io baciavo un fidanzato
nell’androne buio di casa.

L’indomani lo spazzino
faceva rotolare tra foglie secche
l’apparecchio acustico
raccolto da tua figlia
mentre la commessa assicurava
che era stato un attimo.

 

Ti vedo furioso
sulla poltrona di cuoio
dove ora siedo a cucire
volevi un medico, un medico per dio
tua moglie portò un veterinario
di domenica non c’era nessun altro
imprecavi contro di lei, contro tutti:
fu lì che rimase il tuo vecchio corpo,
sotto lo sguardo vacuo di tua figlia.
E io attacco bottoni
coni tuoi occhi, i tuoi lineamenti,
non ti ho mai incontrato.

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