Habille’ D’eau EUFORIA - Armunia Inequilibrio XXI - foto di Antonio Ficai-3

Al festival di Castiglioncello. Danze al castello

Habille’ D’eau EUFORIA - Armunia Inequilibrio XXI - foto di Antonio Ficai-3

Se permettete parliamo di danzatrici, potremmo dire parafrasando le lezioni spettacolo di Luca Scarlini che al Festival di Castiglioncello ha intrattenuto e fatto pensare il pubblico con una serie di storie di donne “mitologiche”, pioniere della scena italiana e spesso stregate da Tersicore. Ed esordiamo così, in questo racconto del festival, perché la programmazione di danza dell’edizione numero XXI di Inequilibrio (curata dalla direttrice Angela Fumarola) ha presentato una serie di spettacoli davvero notevoli dove – almeno dal punto di vista della danza nostrana – il femminile gioca un ruolo di primo piano. Il pezzo forte della programmazione del Castello Pasquini è stato certamente «Euforia» di Habillè d’Eau, uno spettacolo affilato e preciso come pochi, in grado di costruire un paesaggio coreografico non solo esteticamente rilevante, ma dove ogni peso – ogni corpo nello spazio, ogni gesto nel tempo – apre squarci di riflessione sull’essere e sulle vibrazioni che lo attraversano.

“Vibrazioni” può sembrare un termine new age, qualcosa di così sideralmente lontano dall’universo evocato da Silvia Rampelli che è bene fermarsi a capire cosa intendiamo con i termini che usiamo: un corpo vibra perché vivo, perché attraversato dall’energia del movimento – come lo sono in scena i tre danzatori – ma anche da una temperatura emotiva, quel qualcosa che in certe condizioni relazionali chiamiamo sentimento e che va distinto dall’emozione. L’emozione pura, effimera e istintuale è la materia transitoria su cui il mondo contemporaneo edifica le relazioni, sempre più liquide e proteiformi. Silvia Rampelli, con le sue coreografie, sembra intenzionata piuttosto scandagliare l’umano nelle sue forme pure – il corpo, il gesto, la relazione – senza lasciarsi distogliere dal rumore di fondo della contemporaneità. L’euforia chiamata in causa dal titolo è quindi una condizione, un sentimento appunto, che si può tradurre come una forma di intelligenza del corpo. Diversa dall’emozione transitoria ma non per questo statica: i tre danzatori sembrano anzi incarnare una perpetua metamorfosi che però si svela piano, nel tempo.

Le immagini di “Euforia” si danno come quelle ierofantiche dei sogni più inquieti e rivelatori. Si esce dallo spettacolo con la precisa sensazione che si ha dopo un sogno che ha illuminato una parte nascosta di noi stessi ma per cui non si dispone delle parole per poterne riferire. La figura vestita ed enigmatica di Eleonora Chiocchini, quella nuda e svelata di Alessandra Cristiani, il volto androgino e magnetico di Valerio Sirna, abitano lo spazio come elementi di un ambiente onirico, la cui dimensione spaesante eppure estremamente precisa è segnata dalle luci preziose di Gianni Staropoli e dagli elementi sonori di Daniel Bacalov, che misurano la dimensione dello spazio con la distanza – voci bambine di un ambiente esterno, suoni lontani di uccelli.

L’affresco che ne esce ha un impatto estetico fortissimo, che ricorda gli accostamenti di simulacri che David Lynch fa nella sua Loggia Nera – ma attenzione: le grammatiche sono diversissime, così come i significati, tuttavia la capacità di agire nella veglia con gli strumenti del sogno è molto simile. D’altronde la coreografa romana lo dichiara, nelle sue note, che il suo interesse si concentra sul simulacro da un lato e sul corpo come costrutto assoluto, come “fatto” da cui va separata chirurgicamente la parola. Più semplice a dirsi che a farsi se non si possiede un apparato di pensiero rigoroso, in grado di far deflagrare i simulacri in un orizzonte di senso anziché utilizzarli come forma dietro cui nascondere il vuoto. Ma se il rigore ha un nome quel nome è Silvia Rampelli.

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È in un certo senso ancora il paesaggio – il corpo come luogo, come spazio, come possibilità del viaggio – che ritroviamo in «Clorofilla», spettacolo/performance di Alessandra Cristiani, stavolta da sola ma soltanto sulla scena, perché accompagnata e abitata dalla poesia di Marcello Sambati, che firma con lei lo spettacolo. Il corpo come “reliquia” è il nocciolo della riflessione dei due artisti – così si legge nelle note. E come le reliquie medievali andavano raggiunte in terre remote, viaggiando per mari e per terre lontane, così allo spettatore è chiesto un viaggio nello spazio (tre stazioni, tre ambienti diversi) e in differenti dispositivi di percezione. Chi andava a caccia di reliquie tornava in patria con un carico che solo in parte era costituto dalla reliquia in sé: ben più importante era il carico di storia e di leggenda che la reliquia si portava appresso.

Lo sa bene Sambati, maestro di un lirismo spazializzato che cerca di indagare “l’invisibile poetico” e “l’indicibile corporeo” attraverso un’evocazione. E lo sa altrettanto bene Alessandra Cristiani che incarna nella sua danza l’idea di sacro, consapevole che lo sguardo che noi spettatori puntiamo su di lei è sempre per forza di cosa uno sguardo che, in fondo, stiamo rivolgendo a noi stessi. È l’ascoltatore il vero depositario di una storia mitizzata, poiché è disposto a credervi. Ed è lo spettatore il depositario della sacralità animalesca che la danza innesca, perché il corpo del performer agisce sempre come tramite. Il tramite, in questo caso, di un’evocazione della natura che troveremo infranta nella terza delle tre stazioni di “Clorofilla”. La prima è aperta dalle immagini fotografiche di Daniele Vita, bellissime e fortemente espressive, in bianco e nero, “sfondate” nell’abisso di un’infornata di porte che attraversano lo spazio come la mise en abyme di due specchi che si guardano.

La seconda stazione è un neutro bianco, una stanza lunga e vuota, dove Alessandra Cristiani si muove come un animale ferito, mordendosi i polsi, leccandosi la pelle, portatore – nel suo trovarsi al limite tra morte e vita – di una sacralità muta, inesprimibile ma comprensibile. Lo spazio di colpo si satura di verde, facendo immergere lei e noi in un ambiente percettivo alterato – e certo connesso all’evocazione della natura vegetale del titolo – che fa da contrappunto al movimento (ancora alle luci c’è Gianni Staropoli).

Il terzo e ultimo quadro si svolge in corridoio, all’interno di una nicchia nel muro (lo spazio che accoglie «Clorofilla» è uno spazio espositivo), dove per vedere il corpo della danzatrice il pubblico deve fare un piccolo ulteriore pellegrinaggio, come di fronte a un’icona religiosa. È un passo in più verso il limite disegnato dalla scena precedente: un mucchio di piume bianche, come di animale spennato, è il letto su cui il corpo della performer continua la sua esplorazione del gesto, che pian piano si fa più lento, quasi affaticato, quasi estinto.

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Cristina Kristal Rizzo ha deciso, col suo «VN Serenade», di interrogarsi sulla forma del balletto, sul respiro di una composizione coreografica di dimensioni medio-grandi spesso assente dalle scene del contemporaneo, almeno in Italia (sono undici i danzatori coinvolti). E nell’indagare una forma codificata si torna, inevitabilmente, all’esplorazione del rapporto tra musica e danza, che ha tenuto banco nella storia della creazione coreografica. «VN Serenade» sono in realtà due spettacoli in uno: Verklärte Nacht di Schönberg è l’ambiente sonoro del primo quadro, Serenade op. 48 di Cajkovskij – primo balletto che Balanchine creò per gli studenti dell’American Ballett nel 1934 – lo è del secondo. Si entra con più attrito nel primo quadro, forse più complesso, mentre il secondo è emotivamente spalancato dall’apertura romantica della musica di Cajkovskij, ma in entrambi gli atti dello spettacolo tiene banco una composizione che entra ed esce dalla forma, proponendo figure corali spezzate e contrappuntate da momenti di assolo.

La scena, completamente spoglia, si agglutina di colpo nelle immagini create dalla danza che prontamente si sciolgono, così come viene inondata in certi momenti dall’incedere della musica. È come se nel guardare alla classicità Cristina Rizzo avesse voluto sottolineare l’aspetto metamorfico che è proprio del movimento, del linguaggio del gesto: ogni forma contiene dunque la propria possibile dissoluzione ma anche la propria rinascita. Sono di particolare effetto scenico i costumi – curati dalla stessa Rizzo e da Laura Dondoli – realizzati cucendo assieme spezzoni di stoffa differenti e creano un effetto di assemblage che ricorda lo stile delle avanguardie storiche. Intensa la performance dei danzatori coinvolti nel progetto, molti dei quali attivi con percorsi personali nella scena contemporanea: oltre a Rizzo c’è Marta Bellu, Linda Bolmqvist, Jari Boldrini, Marta Capaccioli, Nicola Cisternino, Lucrezia Palandri, Giulio Petrucci, Stefano Roveda, Sara Sguotti e una Annamaria Ajmone che spicca per presenza scenica e luminosità della sua danza (sarà poi presente nel programma del festival con lo studio del suo nuovo e atteso lavoro «Norama Valley»).

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Chiude questa ricognizione uno spettacolo particolare, buffo e malinconico, sboccato e romantico, a metà tra la danza e il teatro, che si intitola «Non ricordo». Simone Zambelli è un interprete straordinario, una vera maschera teatrale per certi versi antica, che ricorda Buster Keaton in certe sue figure stralunate, in certi passaggi del suo breve assolo che sono comici e allo stesso tempo ricci della piacevole malinconia del ricordo. D’altronde Zambelli lo spiega della presentazione del suo lavoro che “ricordare” ha per lui una valenza emotiva, che pesca nell’etimologia stessa della parola che mette assieme il prefisso “re-”, indietro, e “cor”, il cuore: ovvero riportare al cuore. Zambelli ha una presenza scenica matura e debordante, nonostante la giovane età, già riconosciuta dal Premio Equilibrio dove è stato finalista. Per questo suo quasi memoir sopra le righe si è affidato ai testi di Carlo Galiero, all’aiuto drammaturgico di Arianna Mandolesi e a un confronto con Maurizio Lupinelli, altra presenza storica del festival.

E il risultato è un oggetto magari informe ma prezioso, perché volutamente non trova una cifra distintiva tra la danza, il teatro, la comicità e il sogno ma in tutto questo universo di evocazioni – badate bene, che si dipana e si ricontrae in soli 23 minuti! – c’è il seme di un interprete in grado di maneggiare con disinvoltura comico e poetico, danza e teatro. Lo si capisce fin dal primo quadro, quando Zambelli entra camminando su un taglio di luce trasversale che taglia l’oscurità della scena: un passo solenne e lento, da coreografia contemporanea, che ben presto si dinoccola in una serie di attraversamenti convulsi e comici, che seguono il ritmo incalzante della di una musica circense di ottoni. Lo spettacolo attraversa diverse temperatura, dall’assolo di danza sull’Ave Maria di Schubert alle riflessioni sulla masturbazione, realizzando un caleidoscopio di fragilità ed emozioni la cui somme finiscono per raccontarci un’identità. Lo stesso fa la qualità della performance, che ci rivela un’identità artistica in cerca della sua cifra ma estremamente interessante.

Graziano Graziani (Roma, 1978) è scrittore e critico teatrale. Collabora con Radio 3 Rai (Fahrenheit, Tre Soldi) e Rai 5 (Memo). Caporedattore del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha collaborato con Paese Sera, Frigidaire, Il Nuovo Male, Carta e ha scritto per diverse altre testate (Opera Mundi, Lo Straniero, Diario). Ha pubblicato vari saggi di teatro e curato volumi per Editoria&Spettacolo e Titivillus. Ha pubblicato l’opera narrativa Esperia (Gaffi, 2008); una prosa teatralizzata sugli ultimi giorni di vita di Van Gogh dal titolo Il ritratto del dottor Gachet (La Camera Verde, 2009); I sonetti der Corvaccio (La Camera Verde, 2011), una Spoon River in 108 sonetti romaneschi; i reportage narrativi sulla micronazioni Stati d’eccezione. Cosa sono le micronazioni? (Edizioni dell’Asino, Roma, 2012). Cura un blog intitolato anch’esso Stati d’Eccezione.
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