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Raccontare la città visibile. Sull’ultimo libro di Giuliano Santoro

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(fonte immagine)

Abbiamo scoperto gli immigrati mentre si appropriavano di spazi che a noi sembravano obsoleti e oramai scomodi anche per parcheggiare

Franco La Cecla

Cosa sarà che fa crescere gli alberi, la felicità?

Lucio Dalla- Francesco De Gregori

Se scrivete su google Pantanella 1991 scoprirete che i primi tre risultati della ricerca sono archivi fotografici che conservano tutte le immagini di una vicenda, oggi, in gran parte dimenticata. Guardatele (qui e qui) e se avete più di quarant’anni ve le ricorderete, come è successo a me. Perché alla Pantanella, per la prima volta, si metteva in scena, in forma visibile, qualcosa che poi sarebbe diventato parte costitutiva del nostro immaginario: il problema dell’immigrazione.

La vicenda della Pantanella ritorna spesso nell’ultimo libro inchiesta di Giuliano Santoro: Al palo della morte. Storia di un omicidio in una periferia meticcia (Alegre, 2015) che racconta la vita e soprattutto la morte di Shahzad, cittadino pakistano, morto a Roma nel 2014 in una strada di Torpignattara. Ma non solo. Santoro, infatti, riallaccia tutti i fili che collegano questa morte al suo contesto, parola che tornerà spesso nel racconto. Contesto che non si limita al qui ed ora del 2014 ma affonda le sue radici in quell’episodio fondativo nella storia del rapporto fra città e migranti, l’occupazione della Pantanella appunto, ricostruendone non solo la rilevanza nell’ordine degli eventi che da allora hanno portato quello dell’immigrazione ad essere un’emergenza nazionale, ma anche, e soprattutto, i motivi per cui il discorso pubblico sulle migrazioni si è andato costruendo proprio a partire da quell’edificio, sulla via Casilina, a metà strada fra San Lorenzo e il Pigneto.

L’invenzione del problema. La Pantanella era un pastificio dismesso sulla via Casilina, abbandonato, fatiscente, fino a quando, nell’ottobre del 1990, era stato occupato da qualche migliaio di migranti, extracomunitari come si diceva allora, 2.629 per l’esattezza. A gennaio dell’anno successivo si contava un flusso di 3.532 persone. L’occupazione era nata per rispondere a necessità abitative sempre più gravi e diffuse ed aveva aperto gli occhi sulla mancanza di politiche per l’immigrazione che la repubblica italiana, fino a quel momento, aveva considerato irrilevanti. Ma in quel 1991, all’improvviso, da irrilevanti, le politiche sull’immigrazione, erano diventate addirittura urgenti.

L’occupazione della Pantanella aveva inventato non solo il “problema” dell’immigrato ma anche il linguaggio attraverso cui raccontarlo: era stato Renato Curcio, allora a sottolinearlo, in un’inchiesta intitolata Shish-Mahal (Sensibili alle foglie, 1991) nome storpiato del palazzo degli specchi che sorge a Lohore, diventato per contaminazione nomignolo affibbiato ai locali fatiscenti dell’ex pastificio dagli stessi occupanti in parte pakistani. Pakistano è anche Shahzad, involontario protagonista della piccola storia ignobile raccontata da Santoro: «Questo libro racconta la morte di un uomo pakistano di nome Shahzad. (…) Colui il quale merita di essere ricordato. Cominciamo dall’accaduto. Potrei cavarmela in 343 caratteri, spazi inclusi. A via Ludovico Pavoni, alla periferia sudest di Roma, un pakistano di 28 anni è stato ucciso da un ragazzo. Pare che l’extracomunitario fosse ubriaco e si fosse rivolto in 10 modo provocatorio, sputando in faccia ad un minorenne romano e causandone l’esplosione di rabbia. Lo straniero è stato colpito dal giovane. È caduto per terra ed è morto». È il 18 settembre 2014.

La storia di Shahzad è per Santoro come il sasso nello stagno di Gianni Rodari, fa riemergere oggetti narrativi dimenticati, smuove cerchi concentrici di una cronologia orizzontale che riguarda la capitale attraversata dalle tensioni razziste del 2014, e di una cronologia verticale tesa ricostruire le trame che hanno portato Shahzad a Roma, i pakistani ad abitare lungo la via Casilina, Torpignattara ed essere da quartiere antifascista e resistente luogo nel quale i conflitti esplodono fino a maturare un omicidio dai risvolti razzisti e di destra. Perché, e questo Santoro lo dice prendendo in prestito le parole da Camus, nella morte di Shahzad non c’è niente di casuale, anche se alla tragica fatalità si appella la difesa: «Riepiloghiamo, signori», ha detto il Pm «Ho rintracciato davanti a voi il susseguirsi di avvenimenti che ha condotto quest’uomo a uccidere in piena cognizione di causa. E insisto su questo, adesso. Perché qui non si tratta di un comune assassino, di un atto inconsulto che voi potreste considerare attenuato dalle circostanze».

E sono le circostanze e il loro valore probatorio e non attenuante, che Santoro ricostruisce: a partire da un evento culturale. L’invenzione dell’emergenza. A partire, appunto, dalla vicenda della Pantanella, nelle parole rintracciate da Curcio nel 1991, e in tutte quelle usate negli anni della discussione sulle due leggi sull’immigrazione, dell’ascesa della lega, del recupero da parte del movimento 5 stelle di molti lemmi inventati negli anni novanta, primo fra tutti “emergenza” e “contagio”.

Scrive Santoro «La relazione tra migrazioni e contagio, tra malattie e sbarchi, viene evocata senza mezze misure anche da Beppe Grillo con un testo pubblicato sul suo sito. L’articolo si occupa del «ritorno di malattie debellate da secoli in Italia. “Per la tbc non esiste un vaccino che provveda una protezione affidabile per gli adulti, si trasmette per via aerea e le cure richiedono anni. Vogliamo reimportarla, reimportiamola! Ma facciamolo alla luce del sole, informando la popolazione che alla polizia non vengono forniti neppure gli strumenti minimi di profilassi. Qui per evitare il tabù del razzismo arriviamo alla situazione grottesca degli Stati africani che chiudono le frontiere tra loro per paura del diffondersi dell’ebola, che ha 21 giorni di incubazione, mentre noi le lasciamo spalancate senza fare alcun accertamento medico sui chi arriva da chissà dove nel nostro paese». Secondo Grillo, «i triti e ritriti confronti degli italiani come popolo di migranti che deve comprendere, capire, giustificare chiunque entri in Italia, sono delle amenità tirate in ballo dai radical chic e dalla sinistra che non pagano mai il conto e da chi non vuole affrontare il problema».

Eppure molti sono gli studi che dimostrano che col tempo si è prodotto un “effetto migrante sano”, una forma di selezione naturale all’origine per cui decide di emigrare solo chi è in buone condizioni di salute.

Ma il legame fra immigrazione e contagio è ancora una volta una questione del discorso. Una scelta del lessico. E soprattutto è una falsa notizia.

Credevano in ciò che si avevano appena inventato. «Rifugio stregato. Lager. Fatiscente struttura. Vecchio casermone. Lembo extraterritoriale. Hotel immondezzaio per vù lava’. Inferno pericoloso. Casbah. Monumento al degrado. Porcile. Polveriera. Labirinto umano. Ospizio. Angolo da Terzo mondo. Purgatorio degli immigrati. Calderone etnico. Zona franca. Porcaio. Bomba ad 39 orologeria. Fabbrica degli extracomunitari. Bomba etnica. Hotel disperati & diseredati. Mega-accampamento. Kampo. Maxi-ghetto nero. Casa di Mohammed. Letamaio. Covo di terroristi. Antro apocalittico. Posto a rischio. Hotel della vergogna». Queste le parole utilizzate dai mass media per descrivere la Pantanella così come riconsegnateci dalla ricerca di Curcio e dal racconto di Santoro, che ne sottolinea l’importanza «perché istituiscono il nostro rapporto nei confronti dell’Altro, perché producono e riproducono separazioni e appartenenze. Costituiscono una specie di archivio perturbante, una cassetta degli attrezzi del linguaggio razzista dei lustri a venire». Indispensabili per ricostruire il contesto entro il quale l’omicidio di Shahzad è stato possibile.

Se il contesto incrimini o scagioni è tema caro a Leonardo Sciascia, attenuanti, aggravanti sono fattori che nascono dal contesto, appunto.

In questo caso il contesto è Roma, non un suo quartiere né una sua strada, ma Roma tutta intera, vediamo perché. Per farlo torniamo alla Pantanella, oggi, sede di un bingo e di appartamenti costosi, dove abitano soggetti allo stesso tempo benestanti ma anche disponibili a vivere in mezzo a due quartieri così caotici e bohemiens. La stessa sorte dell’altro ex pastificio di San Lorenzo, Cecere, tocca alla Pantanella: molti dei residenti sicuramente nel 1991 avranno partecipato alla Pantera e speso una parola di solidarietà per gli occupanti, ma questa forse è un’altra storia. O forse è la stessa, perché Santoro racconta sì un omicidio, un ragazzo ucciso, un quartiere dal nome e dal cognome chiaro Tor Pignattara, una storia circoscritta insomma, ma anche la metonimia di una città, dei suoi meccanismi di inclusione ed esclusione, delle sue logiche di potere e di gestione dell’emergenza, logiche e meccanismi che hanno portato fino al sistema di mafia capitale, del nesso inscindibile fra gestione migranti e gestioni rifiuti, guarda caso cresciuto anche in seno a quella classe dirigente che iniziava a muovere i primi passi proprio in quel lontano 1991.

E allora torniamo alle parole, che acquistano peso, diventano pietre, si sedimentano e costruiscono muri di incomprensione, luoghi comuni, intolleranza, edifici che si sorreggono grazie a solide fondamenta: le false notizie. Ne scrive Tacito, quando afferma: credevano inciò che avevano appena inventato. Ci torna Marc Bloch, quando individua in esse il motore della mobilitazione bellica del 1914. Da allora niente è cambiato. «Un uomo vive in un appartamento in un sobborgo di periferia, in una zona piuttosto povera della città. Ad alcune case di distanza è venuta a vivere una famiglia pachistana. Un giorno, l’uomo sente dei rumori provenire dal solaio, tra il tetto e l’ultimo piano. Potrebbe trattarsi di topi, o di piccioni che hanno trovato il modo di intrufolarsi. Ma i rumori sono troppo forti, non può trattarsi di animali così piccoli. Certo ormai circolano topi enormi, ratti spaventosi che mettono in fuga i gatti più feroci. Quando i rumori continuano il tizio decide di andare a vedere. Apre la botola che conduce al solaio e vi trova, imbarazzati e beccati con le mani nel sacco e con i piedi scalzi, diciassette pakistani. Avevano affittato un solo appartamento e poi avevano occupato tutti i solai del fabbricato.

L’aneddoto di cui sopra non è accaduto realmente, è una leggenda metropolitana che ha cominciato a circolare a Londra negli anni Sessanta, all’epoca delle migrazioni provenienti dal Commonwealth». L’aneddoto è uno dei tanti che possiamo incrociare quotidianamente anche in Italia, sulla stampa, in tv, in rete fino ai gruppi whatsapp dei genitori, nuovo e temibile mezzo di propagazione delle false notizie. Giuliano Santoro prende dunque quelle relative a Tor Pignattara e le smonta, pezzo per pezzo. Luogo comune per luogo comune. E riporta sotto il nostro sguardo intorbidito l’orizzonte limpido e assurdo della realtà che spesso si rivela, narrativamente parlando, un capolavoro, come quando ci presenta la storia dei materassi della Certosa, pile di materassi trovate in giro per il quartiere, perché, si sa: «dormono ammassati anche in 17 in una sola stanza». Ma è davvero per questo?

La città visibile. «Osserva Giorgio Caproni, in una serie di reportage sulle borgate scritti per Il Politecnico di Vittorini all’indomani della Seconda Guerra mondiale: «Tutta la storia intima di Roma è la storia della spinta centrifuga di chi sta meglio contro chi sta peggio, spinta iniziatasi quando gli agiati sostituirono il marmo e la monumentalità alla “casae” di origine. Si dimenticò subito che Roma era stato un asilo di diseredati e si iniziò la spinta centrifuga contro i diseredati. Si iniziò da quando fu ordinata la demolizione delle “insulae” (casamenti di quattro, cinque, e spesso perfino dieci piani) per dar luogo alla costruzione di nuovi fori e di nuove basiliche nella prima età imperiale, sempre informando ogni piano regolatore (da quello di Giulio Cesare a quello di Sisto V e a quello del loro piccolo epigono Mussolini) più a una mania di monumentalità che a un sano concetto di igiene. E i metodi dei vari cesari contro la povera gente furono sempre gli stessi: lo sfratto e la segregazione oltre le mura». Molti sono i registi, gli scrittori, gli studiosi, i politici e gli urbanisti che hanno ragionato e continuano a ragionare, onestamente, su questo processo centrifugo. Mi vengono in mente Stefano Liberti con il suo documentario Container 158, Andrea Segre e il suo Magari le cose cambiano. E Giuliano Santoro, appunto che di questa spinta centrifuga fa un tema portante della sua ricerca ricostruendo alcuni degli interventi di esclusione sociale messi in pratica a Roma attraverso i piani urbanistici e regolatori nel corso dei decenni.

Uno strumento rovesciato, quello del piano regolatore, in teoria di inclusione in realtà più spesso di segregazione come ha notato David Forgacs nel suo ultimo libro Margini d’Italia (Laterza, 2015) con una tradizione complicata e per niente riferibile soltanto ai palazzinari, agli speculatori, ai democristiani, ai cattivi insomma. Perché della storia dell’esclusione sociale, della marginalizzazione, dell’opposizione centro/periferia sono responsabili anche gli urbanisti democratici, quelli che hanno pensato il Corviale per esempio, o la città delle “centralità” periferiche, ma anche i fotografi militanti, che hanno inchiodato i disperati alla loro disperazione; gli intellettuali che hanno, negli anni, «grazie alla loro capacità di adoperare i nuovi mezzi di comunicazione di massa, avuto il potere di inchiodare l’altro da sé in una definizione, mettendolo ai margini della società nazionale. L’altro era l’uomo o la donna analfabeta, l’abitante di un piccolo paese in collina o di un quartiere povero di una grande città, il soggetto indigeno nelle colonie, la persona malata di mente, il rom nel campo nomadi» ha scritto Forgacs.

Anche le migliori intenzioni generano retoriche, luoghi comuni, false notizie. Santoro sta attento a non farlo non punta l’indice, non si appiglia alla logica del decoro, dell’abitazione, della proprietà, logica che traccia un confine nettissimo fra chi sta dentro e chi sta fuori. Anzi la rovescia nel suo opposto: la logica dell’indecoroso, dello stravagante, dello scandaloso, come Shazad che canta di notte in una strada di Torpignattara invece di starsene chiuso in un loculo con altri 16 pakistani. «Il governo della città, stando alle priorità stabilite dagli ossessionati dal decoro, assomiglia alla somma di infimi interessi particolari incapaci di coalizzarsi tra loro: la riunione di condominio. L’amministrazione è una specie di consesso tra inquilini, le questioni di interesse pubblico sono ordini del giorno, le faccende fondamentali relegate in coda alla lista, tra le «varie ed eventuali» che non impegnano nessuno e servono solo a riempire i verbali dell’amministratore. La città assomiglia a un gigante, infernale raduno di condomini durante il quale parlarsi addosso, far valere i millesimi, porre veti, difendere orticelli, sollevare cavilli, protestare contro gli schiamazzi, difendere la piccola proprietà dall’invasione. Qualsiasi cosa pur di perdere di vista le cose importanti e le vicende dirimenti».

Shahzad che canta solo la notte in una strada che sarebbe deserta se non ci fossero botteghe pachistane, Shahzad che vive in mezzo a una strada, Shahzad che ha lasciato un figlio che non ha mai visto in Pakistan, Shahzad è indecoroso ma è importante e dirimente. Grazie a Giuliano Santoro che ce l’ha ricordato perché alla fine ha un senso anche cercare l’ingiusto, dove giustizia non c’è, come cantavano tanti anni fa Lucio Dalla e Francesco De Gregori.

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  2. […] «Anche le migliori intenzioni generano retoriche, luoghi comuni, false notizie. Santoro sta attento a non farlo non punta l’indice, non si appiglia alla logica del decoro, dell’abitazione, della proprietà, logica che traccia un confine nettissimo fra chi sta dentro e chi sta fuori. Anzi la rovescia nel suo opposto: la logica dell’indecoroso, dello stravagante, dello scandaloso, come Shazad che canta di notte in una strada di Torpignattara invece di starsene chiuso in un loculo» Vanessa Roghi su Minima Et Moralia […]



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