tempo, memoria

Roberto Alajmo: abbandono, perdita e liberazione Nell’estate del 78

L’estate del 1978 è per Roberto Alajmo quella della maturità, quella delle giornate lunghe passate a Mondello a studiare con gli amici in preparazione degli esami, ma è anche il momento in cui sua madre decide di abbandonarlo, lasciando la casa di famiglia per poi andarsene definitivamente soltanto pochi mesi dopo.

L’estate del ’78 (Sellerio) segue il movimento di una fine adolescenza e di un doppio sentimento inscindibile che fonde insieme perdita e abbandono, un dolore che Alajmo rivede e rilegge a posteriori ricostruendo la sua vita e mettendo a confronto pezzi di un’intimità famigliare non più ricomponibili, ma almeno affiancabili gli uni agli altri: la malattia del padre, l’ansia della morte, la propria paternità e poi la depressione della madre avvallata da una scriteriata cura farmacologica che si trasforma in dipendenza letale.

Roberto Alajmo mette a nudo quarant’anni di storia privata restituendo al lettore una sorta di comune destino di quando ancora il tempo della storia pubblica penetrava nelle case di una famiglia qualunque con le tensioni politiche e le nuove tendenze culturali, un viaggio nella memoria che mostra in maniera esemplare cosa significò la fine di un discorso pubblico capace di portare il privato, il famigliare ad un piano sempre nuovo, un discorso che oggi pare arenatosi tra ansie e angoscie, tra psicosi e paranoie incapaci di ogni svolgimento ed elaborazione.

Se la polvere del tempo sembra depositarsi sulla memoria prendendo la forma di episodi a tratti solitari a tratti confusi tra i dolci del Natale e gli auguri dei compleanni, così la scrittura di Roberto Alajmo restituisce una narrazione in cui il passato si affianca al presente, la paura per il destino di Arturo – figlio di Roberto – si scontra con il ricordo di un se stesso adolescente impaurito e solo, gli amici sempre sullo sfondo, vicini, ma non sufficienti di fronte al dolore di un abbandono materno.

Tuttavia, non manca una giusta dose di leggerezza e di ironia, un fluido che Alajmo sa distribuire tra le sue pagine con sapiente delicatezza, una qualità che sempre è presente nei suoi libri, ma che in questo caso riluce ancora di più per la formidabile tenerezza che è in grado di trasmettere.

Una narrazione che si affianca docilmente ai fatti, dai più banali eppure fondamentali per la costruzione della memoria, ai più tragici che sfumati assumono uno sguardo comune e condiviso: gli abbracci con il padre e con il fratello, il ricordo del sorriso materno e la riproposizione delle sue lettere e infine il mondo allora infinito e oggi esauritosi di una famiglia fatta di zii e zie, cugini e parenti più o meno lontani e che oggi sembra racchiudersi nel nucleo cosmopolita eppure ridotto fatto da Arturo e dalla compagna Annick. Un famiglia piccola che contiene quello che fu il caos del mondo famigliare passato, quasi un individuo fatto di radicali diversità, ma conscio della propria inscindibilità.

Non è però una questione di dimensioni e nemmeno di qualità dell’affetto, Alajmo indugia invece sulla capacità individuale di sapersi affrancare dal narcisismo di un monologo sentimentale che dichiara per sé – fino alla scoperta della vicina venuta al mondo di Arturo – un passato ripetibile e quindi autoreferenziale, la volontà di una morte da stabilire a priori in nome di un tempo che ha già stabilito limiti e norme. Si affaccia così quasi timidamente un terzo movimento quello della liberazione, un movimento che si specchia proprio nella figura del figlio ossia in quella di un esistenza già vissuta eppure ancora del tutto sconosciuta, anzi a tratti irriconoscibile. E sarà proprio l’autonomia apparentemente distaccata di Arturo a restituire a Roberto la cornice di senso dento al quale vide dimenticare se stesso in nome e per colpa di un dolore difficilmente pronunciabile.

Un libro denso, fatto anche delle fotografie famigliari che compaiono come segnalibro all’interno delle pagine, quasi a ribadire veridicità non tanto al narrare, ma al ricordare. Un noir sentimentale, delicato e doloroso in cui i personaggi – perché così sono voluti ed esplicitati dall’autore – rimettono in scena un padre ed una madre, un fratello. E al tempo stesso un narratore che si fa a sua volta figlio, padre e compagno.

Ricordare è dunque inventare, ma anche restituire vita, non al tempo che fu, non al padre o alla madre, ma a se stessi, non conta che si sia autore o lettore della vicenda riportata alla luce. L’estate del ’78 vive così pienamente la declinazione di un libro senza sconti al proprio tempo che senza sente il limite di una narrazione che sa parlare tra storia pubblica e privata non a degli spettatori, ma a dei cittadini, a chi quel tempo lo ha vissuto come a chi lo vive oggi diversamente e ugualmente tra continue e strazianti contraddizioni.

Immagine di Alessio Mumbo Jumbo

Giacomo Giossi è responsabile editoriale di cheFare. Scrive per quotidiani e riviste.
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