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Alan Rusbridger e la nuova era del giornalismo

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di Francesca Borri

Molte notizie. Più notizie di sempre. Ma anche meno notizie. Siamo in molti a provare la stessa sensazione, oggi: avere allo stesso tempo più e meno informazione di prima.

Sapere di più, forse. Ma capire di meno.

Nel giornalismo, d’altra parte, è in corso una rivoluzione. Letteralmente. Il giornalismo è stato a lungo un processo verticale. I quotidiani avevano il monopolio dell’informazione, perché avevano il monopolio dei mezzi di produzione dell’informazione, intesi proprio come mezzi materiali: le presse. E quindi ogni notizia veniva trasmessa, appunto, in verticale: da chi scriveva a chi leggeva. Ora invece è tutto orizzontale. Chiunque, con il suo iPhone, può parlare alla sterminata platea di internet, aprirsi un canale Youtube, un account Twitter, un blog, e definirsi un citizen journalist – anche se nessuno di noi si affiderebbe mai a un citizen dentist. Però, è innegabile: prima, per dire qualcosa avevi bisogno dei giornali. Oggi, non più.

E il problema è che il caos è gratis. La qualità è a pagamento.

Pochi possono discutere di giornalismo con più autorevolezza di Alan Rusbridger, al timone del Guardian per vent’anni. E non solo perché il Guardian online è ora il quotidiano inglese più letto al mondo. Ma soprattutto, per quello che è il Guardian. Che viene fondato nel 1821, dopo che un giorno d’agosto, a Manchester, 60mila cittadini si radunano in piazza per un comizio in cui si parla di suffragio universale e uguaglianza di diritti: e la polizia fa irruzione. Si avranno 11 morti e 400 feriti. E innumerevoli arresti, tra cui quello del solo reporter presente. John Edward Taylor, imprenditore, decide allora di scrivere un pezzo in sua sostituzione: perché sia noto a tutti quello che è avvenuto, e che è avvenuto davvero. Perché nessuno possa dire che la polizia ha agito per difendersi. Nessuna manifestazione sarà più repressa con tanta violenza. Il Massacro di Peterloo segna una svolta nei rapporti tra i cittadini e le autorità. Tra i cittadini e il potere. E segna l’inizio del Guardian: come servizio pubblico.

Guardian. Il guardiano, il sorvegliante. Il protettore. Il nome dice tutto.

Per Alan Rusbridger, è l’essenza stessa del giornalismo: public service. E infatti, il suo Guardian è stato il Guardian di Nick Davies, uno dei migliori giornalisti di inchiesta di tutti i tempi. Che oggi è noto a tutti per Wikileaks, ma in realtà, ha indagato il potere per tutta la vita. Perché viene dall’Inghilterra operaia, da periferie difficili di violenza e degrado, e di sé dice solo: I just wanted to get my own back on people who abuse power. Cercavo rivalsa e riscatto. Nick Davies potrebbe sembrare un giornalista atipico. Uno che raramente fa capolino in redazione, e giusto per dire un po’ come va. Quante querele, quante rogne aspettarsi. Uno con l’eterna tentazione di lasciare tutto e andarsene in giro per il mondo – ma sempre trattenuto da questo senso morale: dall’incapacità, davanti a un’ingiustizia, di non reagire.

Uno che in realtà, ci dice che gli atipici sono tutti gli altri. “Per dire che un treno è deragliato in Polonia, sono sufficienti le agenzie”, dice un giorno ad Alan Rusbridger. “Il nostro ruolo non è rielaborare le notizie che arrivano dalle agenzie. Il nostro ruolo è capire quali sono, tra migliaia di notizie, le notizie che contano davvero, e dedicare ogni nostra energia all’indagine. All’approfondimento. Al commento”.

Negli anni della rivoluzione, la stella del Guardian resta il giornalista più tradizionale di tutti. Quello che come nei film, bracca le sue fonti. Si piazza alla porta. Certo, internet gli offre nuovi strumenti. Ma al fondo, mentre gli altri macinano sette pezzi al giorno, Nick Davies lavora a un’inchiesta per mesi. Il suo primo strumento è il meno tecnologico di tutti: il tempo. Esattamente quello che nell’era dell’informazione istantanea nessuno ha più.

E però, è anche vero l’inverso. Il Guardian di Nick Davies è il Guardian di Alan Rusbridger. Non c’è l’uno senza l’altro. Entrano al Guardian lo stesso giorno del 1979, insieme: e insieme lasciano nel 2015. Perché non esistono giornalisti senza giornali. Da freelance, e da freelance di guerra, è una cosa che ho imparato presto. Se in Siria si sono avuti così tanti sequestri, non è perché la Siria è la guerra più pericolosa di sempre. No. Il Libano di Robert Fisk era uguale. La differenza è che siamo i giornalisti più vulnerabili di sempre. Non esiste vero reportage senza sostegno logistico, legale, finanziario. Editoriale. Il Guardian a un certo punto finisce in tribunale con la Tesco. Una catena di supermercati che ha accusato di elusione fiscale. Le parcelle degli avvocati potrebbero arrivare oltre i 5 milioni di euro. Ma quale freelance può mai permettersi di sfidare davvero un governo, o una multinazionale?

Il giornalismo non è un’avventura individuale, è un’impresa collettiva.

Non c’è giornalista senza giornale: e né c’è informazione senza giornali. Alan Rusbridger racconta per esempio tutta l’opera di filtro e analisi sui documenti di Wikileaks. E lo scontro con chi invece, come lo stesso Julian Assange, vorrebbe semplicemente gettare tutto in rete. Così. Senza il minimo interesse per le conseguenze. Senza il minimo senso di responsabilità. Ma perché ormai, siamo passati dai newspapers ai viewspapers. Un giornale è complessità. Un giornale è fatti e sfumature, dice. Mentre ora conta solo la semplificazione. L’impatto. E nella sua accezione più negativa. L’impatto su di sé, sulla propria visibilità. Non sulla società.

Alan Rusbridger arriva alla guida del Guardian nel 1995. Quando tutti parlano di internet, ma nessuno ha ancora chiaro cosa sia. E quindi, giorno dopo giorno, si ritrova ad affrontare tutti gli eventi che cambiano il giornalismo. Uno a uno. Perché sono tanti piccoli eventi, in realtà. Alcuni, ovvi. Come l’avvento di Facebook. Dei social network. Altri, meno. Come la fine delle inserzioni. Degli annunci. Parte essenziale degli introiti. Anche per gruppi editoriali blasonati come quello del Guardian: che non campava dei suoi Nick Davies, ma dei profitti di una rivista di auto usate. Quello che è noto a tutti, comunque, di questi ultimi vent’anni, è il risultato: il crollo delle vendite, e quindi dei lettori, e quindi della pubblicità, e quindi delle risorse. E quindi, ulteriormente, delle vendite. E dei lettori, e della pubblicità, e delle risorse. In un avvitamento che sa di fine della stampa. Eppure, c’è domanda di informazione di qualità. Il Guardian non ha mai concesso niente alla semplificazione, all’impatto: e nella sua versione online, è diventato, appunto, il più letto al mondo. C’è domanda, sì. Ma c’è mercato?

In questi anni si sono moltiplicate fonti di finanziamento alternative. Come le fondazioni. Le ONG. Perché una cosa è certa: le notizie non sono mai state così tante come oggi. Ma se non sono più i giornali a pagare, chi paga? Chi c’è, dietro tutto quello che leggiamo? Sembra una domanda sul futuro del giornalismo. Ma è una domanda sul futuro della democrazia.

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