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A proposito di Alaska, il film di Claudio Cupellini

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di Valerio Valentini (fonte immagine).

Dopo aver visto il trailer ufficiale di Alaska, credevo francamente di aver visto anche troppo del film: di aver visto, cioè, in quei centocinquantuno secondi, come i due protagonisti (Fausto e Nadine) si fossero conosciuti, perché Fausto fosse finito in galera, i motivi della loro rottura, l’intromissione di un altro uomo e di un’altra donna. Avevo visto perfino l’istante dell’incidente in macchina in cui era rimasta coinvolta Nadine. Davvero troppo. Il gusto della sorpresa – resto convinto che gran parte del piacere del cinema stia nel non sapere cosa si va a vedere – mi sembrava irrimediabilmente compromesso.
E invece, alla fine delle due ore e passa di proiezione, mi sono ritrovato a ringraziare il mio amico che aveva tanto insistito per trascinarmi in sala: Alaska è uno dei più bei film che mi sia capitato di vedere quest’anno.

Innanzitutto per gli attori. Su Elio Germano si sono spesi tutti i complimenti che era possibile spendere: e sono tutti meritati. In questo film, in particolare, è disarmante la sua capacità di passare con apparente semplicità non solo da uno stato d’animo all’altro, ma – viene da dire – da una condizione antropologica all’altra: assecondando così, e al contempo esasperando, i mutamenti a cui il suo personaggio (Fausto) è costretto. Basta un semplice tic che improvvisamente scompare, la diversa intensità di un suo sguardo, la repentina perdita di fluidità nei movimenti, e Germano è in grado di rendere con esattezza la nuova condizione esistenziale in cui Fausto è immerso. Il modo in cui, nelle scene finali, riesce a far evaporare la pesantezza della tragedia vissuta dai due protagonisti con un paio di battute e di sorrisi, è semplicemente commovente.

Poi c’è Astrid Berges-Frisbey (Nadine), attrice di inconsueta bellezza e di gran talento. Anche lei regala un’interpretazione sontuosa di un personaggio fragile e determinatissimo, che attraversa, senza mai evitarle, le peripezie in cui resta inviluppata. Un altro attore che dimostra la sua bravura è sicuramente Valerio Binasco: il suo Sandro è il personaggio in cui la dimensione comica e quella tragica si amalgamano meglio per creare un grottesco che in certi momenti (come quando, coi postumi della sbornia di Capodanno, si mette ad esplodere dei petardi nel parcheggio di un Autogrill) richiama alla memoria i disgraziati più riusciti del cinema di Scola o Monicelli.

E però, se gli attori offrono nel complesso una così alta prova di sé, lo si deve anche ad una sceneggiatura che, proprio nella costruzione dei personaggi, ha i suoi meriti maggiori. E dire che non era scontato dare coerenza all’evoluzione di uomini e donne che, come s’è detto, vivono cambiamenti bruschi e incessanti, e soprattutto di farlo senza scadere nella banalizzazione o nella giustapposizione di tante scene volte soltanto a mostrarci quei cambiamenti (un altro regista che insiste molto sul ribaltamento dei suoi personaggi, come Ivano De Matteo, cade spesso proprio in questo errore: e non del tutto a torto, infatti, per La bella gente e per I nostri ragazzi si è parlato di «sociologismo»). Quando Nadine decide di passare il veglione di Capodanno nella discoteca diretta da Fausto – l’Alaska, appunto – sappiamo già che evidentemente ha deciso di riannodare i fili spezzati del loro rapporto, e dunque non restiamo sorpresi dal fatto che faccia di tutto per avvicinare il suo ex ragazzo. E tuttavia, se nel momento esatto in cui gli dice «Ci sono ancora delle tue cose a casa» è difficile non sentire una stretta al cuore, è perché Cupellini riesce, con quella frase, a rappresentare bene, ma senza ricorrere a stereotipi, l’intima macerazione in cui il pentimento di Nadine dev’essere maturato.

Non solo la sceneggiatura, però, dimostra il valore di Cupellini. Anche per quel che riguarda la regia, Alaska è senza dubbio il suo miglior film (almeno fino al prossimo, si spera). Basta vedere come Cupellini riesce ad inserire, in molte delle scene di maggiore gravità (un suicidio, un incontro in carcere) un controcanto ironico o beffardo che in realtà non stempera la suspense, ma anzi la rende più vera. Proprio quello che è mancato – viene spontaneo pensarci, anche in virtù della collaborazione di Cupellini e Sollima nella serie Gomorra – in Suburra, dove la ricerca ostinata dell’enfasi sconfinava nella retorica, se non nel kitsch.

Non ho ancora parlato della trama, è vero. Ma forse più che la successione fattuale di eventi, ciò che sostanzia la narrazione in Alaska è la ripetizione di un unico motivo: l’impossibilità dei due protagonisti di vivere, entrambi nello stesso momento, la propria felicità. Perennemente in controtempo l’uno rispetto all’altra, Fausto e Nadine sembrano condannati a rincorrersi nell’intrico delle loro disavventure senza mai incontrarsi davvero nella gioia o nel dolore. La fortuna dell’uno coincide con la sciagura dell’altra, e viceversa.

Emblematico di questa discordanza è il modo in cui dialogano i due protagonisti, i quali per lunghi tratti del film non riescono ad utilizzare la stessa lingua. «Puoi parlare in italiano», dice Nadine a Fausto, come per rassicurarlo della sua comprensione, della sua volontà di accoglierlo nella sua vita: e infatti è nell’italiano di Fausto che Nadine si mette a nudo, raccontando le proprie paure; senonché Fausto, inibito nella sua stessa capacità di confidarsi da due anni di carcere, risponde spesso in un francese meccanico.

Ci sono però delle infrazioni a questa norma: una molto bella sta nella stessa scena dell’incontro in discoteca citata in precedenza, quando Nadine, mentre invita Fausto a tornare in quella che era la loro casa, vira sul francese: il che è, certo, un espediente per non farsi comprendere da Francesca (la nuova ragazza di Fausto, interpretata da una Elena Radonicich brava a rendere il suo personaggio insopportabile), ma è anche un tentativo di recuperare una certa intimità tra Nadine stessa e Fausto, ricorrendo ad un linguaggio per certi versi solo loro. (Ed è un bene dunque che il film non sia stato doppiato nelle sue parti in francese, conservando tutte le sfumature di significato che il plurilinguismo implica: per contrasto, si pensi all’orrido appiattimento causato dal doppiaggio al recente The Walk, che giocava anch’esso sull’alternanza e la compresenza di inglese e francese).

Non è un caso, dunque, se una prospettiva di salvezza, per Fausto e Nadine, si concretizzerà soltanto quando uno dei due riuscirà ad abbassarsi – ma trovando finalmente, proprio in quell’umiliazione volontaria, la propria realizzazione – per recuperare la vicinanza della persona amata: quasi a dirci che smaniare per il proprio successo personale, nell’attesa che la redenzione del partner renda completa la perfezione della coppia, non funziona: è nell’accompagnare il riscatto di chi ci sta accanto che s’intravede l’unica pace da poter condividere.

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