Alberto Arbasino incontra Louis-Ferdinand Céline: Docteur Destouches

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“…Mussolini. Io l’ho conosciuto bene…abbiamo spesso lavorato insieme, a Palazzo Chigi…”. Con queste iperboliche parole, nell’estate del 1957, il Dottor Destouches, nel ricevere un Alberto Arbasino ventisettenne, rievoca quelli che erano stati i suoi ultimi rapporti con l’Italia quando, tra il luglio e l’agosto del 1925 per conto della Sezione d’Igiene della Società delle Nazioni, aveva guidato una delegazione di medici latino-americani in Italia per un viaggio di studio sulle condizioni igieniche, la campagna di bonifiche e l’applicazione dell’uso del chinino, con visita alle città di Torino, Ferrara, Ravenna e Roma dove la missione venne ricevuta dal duce a Palazzo Chigi.
Il resoconto di quell’incontro, insieme a quelli che Arbasino fece a Mauriac, Simenon, Miller, Cocteau e i reportages sulla scena letteraria e artistica parigina ed europea della fine degli anni ’50, apparve nel 1960 nel volume Parigi o cara edito da Feltrinelli. Arbasino riferisce di “un vecchio sfinito, in stato di assoluto abbandono, troppo stanco e confuso…perché sembri importargli – in definitiva – di nulla…circondato da uno squallore incredibile”. Nel 1995 Arbasino, secondo una consuetudine che caratterizzerà quasi tutta la su opera, sottopone il libro a una nuova riscrittura e rivisitazione (questa volta il volume viene pubblicato da Adelphi). L’ormai remota intervista a Céline viene così accresciuta dal breve racconto del suo ritorno al 25 ter di Routes des Gardes trentotto anni dopo. Ad accoglierlo é l’ultraottantenne vedova Lucette che nonostante l’artrite è ancora “vispissima e cortesissima” e nel salutarlo gli dichiara emozionata “gli italiani sono sempre stati i migliori, con mio marito!”.

DOCTEUR DESTOUCHES
di Alberto Arbasino

A Meudon, giù dalla ‘route nationale’ che conduce a Versailles, percorsa da vecchie automobili volgari come nei film in bianco e nero del Front Populaire, si attraversano sentieri fangosi quasi deserti, terreni vaghi fra casette sordide, e anziani esemplari di una specie umana scoraggiata: il tocco ultimo della miserabilità solitaria sembra dato dagli apparecchietti acustici col cordone. Aria da reportage fotografico d’altri tempi, da archivio. Sopra una massicciata della Route des gardes, fra abitazioni in rovina e orticelli melmosi pieni di gatti, due cartelli si affiancano al di là d’una rete metallica. Rosso, di celluloide, il più vistoso dice: LUCETTE ALMANZOR, de l’Opera-Comique, Laureate du Conservatoire de Paris, Danses classiques et de caractère, Danses orientales et espagnoles, Castagnettes, Compositions, Assouplissements, Tous les jours cours d’ensemble et particuliers. L’altro, di bronzo semicancellato, appeso ad un paletto, porta come una lapide mortuaria solo un nome, DOCTEUR L.F. DESTOUCHES, e due cifre, 14-16 sauf vendredi. In questa villetta dilapidata, circondato da uno squallore incredibile, vive ancora l’autore del Voyage au bout de la nuit, che tanti anni fa scambiò il suo nome da ‘chevalier’ di Barbey d’ Aurevilly con quello di sua madre o sua nonna contadina o artigiana, Céline. E dopo la pubblicazione del nuovissimo libro D’un Chateau l’ autre, montato come un evento fra i più sensazionali e paragonato per importanza all’ opera almeno di Proust, amaramente assiste alla propria riscoperta come post mortem dopo un silenzio ufficiale tanto lungo. Dice “è inutile”, dice “è troppo tardi”. I visitatori delle settimane recenti gli prestano propositi disumani e pieni di ferocia. Riferiscono suoi mots rivelatori di odio contro la Francia, odio contro la letteratura, contro l’ umanità, contro Gallimard che l’ha voluto nell’abiezione per creare un caso mostruoso, e preferibilmente postumo. Ho trovato un vecchio sfinito, in stato di assoluto abbandono, in un maglione a pezzi, fra mobili e pavimenti che invitano al grido di “ma non ce l’avete uno straccio per la polvere in questa casa? Piuttosto ve lo porto io”, troppo stanco e confuso e al di là d’ogni possibile moto del cuore perché sembri importargli – in definitiva – di nulla. “Un italiano?” si stupisce facendomi entrare. “Da decenni non ne ho visto più uno”. Guarda qua e là. Mai in faccia. “Del resto, troppo giovane” fa “per avere avvicinato Mussolini. Io l’ho conosciuto bene, quando voleva bonificare Roma. Parlo di più di trent’anni fa. Abbiamo spesso lavorato insieme a Palazzo Chigi, in una gran sala con un gran mappamondo, e dove gli piaceva tanto fare entrate teatrali… Andavo là con una commissione di medici della Società delle Nazioni. C’erano parecchi sudamericani, specialmente; e il professor Ottolenghi che rappresentava l’Italia. Era estate, faceva anche allora un gran caldo… Forse è proprio per sfuggire al caldo che i romani partivano sempre per conquistare l’ Europa… Ricordo come si cuoceva davanti a quell’immenso monumento bianco, che pare fatto apposta per servire di sfondo ai veli delle vedove”. Poi attacca. “Imbevuto di miti esclusivi, il francese è asociale, politicamente stupido, tende all’assolutismo in qualunque cosa, tira a fare effetto, non importa a quale prezzo, e questo spiega tutte le convenzioni, e spiega le gelosie… Non che io mi fidi, naturalmente, non mi sono mai voluto immischiare… E spiega anche fra gli avvenimenti del recente passato, per esempio, la costituzione del ‘trust dei martiri’ , molto esclusivo anche quello, tutti di una parte sola… Direi che è proprio curioso come in un paese così indiscreto e così bavard si riesca a mantenere un vero silenzio più o meno ufficiale su certi fatti, su certe persone… Prontissimi tutti a piangere sui poveri ungheresi, a commuoversi per gli eroici polacchi… Mai su alcuni francesi… “Ma il Francese continua a nutrire le proprie illusioni… Crede sempre d’ essere Luigi XIV… E che basti un gesto per imporsi a chiunque… Mentre si trova in un paese ridotto all’ importanza di un dipartimento… O meno ancora… Ah, le sorprese spiacevoli che poi continuamente gli càpitano, se le merita tutte… Ma del resto, cosa m’importa di quello che dicono o possono dire… Le generazioni nuove, che poi sarebbero diverse dalle generazioni vecchie, vero… Puahé… Per quel che importa… I soli interessi sono la letteratura e la cucina… La cucina, si fa tanto per dire… Ma la letteratura… Ah, la letteratura… “Vedete: il francese è una vecchia lingua, secca, asciutta, decrepita, disseccata dagli accademici e dai gesuiti… Tutto quello che ha preso dalle letterature classiche, è stato continuamente prosciugato, e raffinato a fondo per quel che riguarda il lato giuridico della faccenda, cioè lo sforzo di esprimere chiaramente le idee e i concetti… Ma io mi domando che senso ha tutto questo sforzo raffinatissimo, questo linguaggio ormai secco e morto e ‘giuridico’ , che non riesce a prender dentro né la realtà né la verità… E lascerà sempre fuori le emozioni e i sentimenti… “Lo aveva già capito benissimo Goethe, parlando con Madame de Stael dell’esprit francese, che la maledetta clarte ha rovinato tutto, e senza rimedio… Basta guardare ai mistici e ai romantici tedeschi, per intendere cos’è quel senso del mistero che i francesi non sono mai più in grado di rendere con la loro lingua… E invece esiste. È l’essenziale della natura… Solo, non si può afferrarlo, e riprenderlo, e riuscire a farlo sentire, con gli strumenti troppo razionalizzati che ci sono rimasti… “Lo dice bene il biologo Sauvy (?)… Non è vero niente che in principio era la parola…Macché, viene prima l’emozione! dagli esseri unicellulari in su… La parola, semmai, viene dopo: per descrivere l’emozione… E per descriverla, a che cosa ci serve quel linguaggio secco, adoperato in maniera disseccata?… A un certo punto, ecco, tutti vengono presi da questa mania! e si mettono a voler scrivere come Voltaire: vedi poi France, vedi poi Bourget… E si credono tutti tanti Voltaire: maniaci… Vedi le scuole, vedi i concorsi per le carriere… tutto… E poi basta aprire un giornale qualunque: on fait du chromo… “Sulle pubblicazioni per medici che ricevo ancora, guardo le riproduzioni d’arte, che spiegano questo meglio di tutto… Il Francese vuole riconoscere e riconoscersi, tutto contento di trovare la somiglianza: il modello che somiglia alla fotografia, e la fotografia che somiglia al modello… Si va avanti così, e tutto è predisposto: si continua a rifare il liceo, tutto, sempre, nei concorsi, nei diplomi, nelle carriere… Anche quando si tratta di raccontare le viol de la grand-mère da parte dei nipotini sui quotidiani della notte… “Ah, qui non sarebbe più possibile a un Balzac di descrivere la vita di un medico di campagna, né a un Flaubert di raccontarci i suoi adulteri provinciali… Come deve fare a esistere, oggi, il romanzo documentario di un tempo, quando si trova una massa di documenti dappertutto… Ci sono i giornali, le riviste, la radio, e le ragazzine imparano il parto senza dolore, e a quattordici anni i bambini sanno già tutto, dopo Gide e molto meglio di Gide, sull’omosessualità, sul fouet… “Il risultato è che tutto è banale, niente è originale… Se non il colorante. “Nel 1941, condannato a morte, in circostanze bizzarre… Un essere umano condannato a morte (si può ben dire) dal mondo intero… che è una drole d’attitude, e come atteggiamento può dare una ‘visione del mondo’ abbastanza deformata… Allora le parole assumono un valore tragico… Cioè, il colore conveniente… Questa è la cosa che m’interessa… Perché lo stile è questione di colore… E bisogna aver vistoé… Non dirò veni vidi vici, dirò piuttosto ho perso… Perché sono stato battuto… Però c’ ero… Proust ha descritto il mondo in cui viveva. Io che non sono pederasta e non vado in società, ho raccontato ciò che ho veduto, senza esagerare niente… Semmai limitandomi… “… Perché io sono uno stilista, solo questo… Mi importa soltanto lo stile, dunque m’interessa solo il colore… Del resto, dal romanzo non c’ è più nulla da aspettarsi… né da imparare… Ormai i contatti umani sono tanti, e così invadenti, che l’insegnamento e l’educazione non hanno più niente in comune con la letteratura… e viceversa… Ma a me interessa solo il punto di vista emotivo: solo questo appare nel libro. “E adesso basta: l’ autore è un fornitore e non un consumatore, non deve giudicare niente. Chi prende una nave desidera svagarsi; mentre io sono giù alle macchine e lavoro alle prese con nafta e carbone… Ma questo non riguarda il passeggero che ha pagato la crociera, e ha il diritto di divertirsi… Sono due mentalità diverse, quella del passeggero e quella del macchinista… Dunque ciascuno stia al proprio posto: tanto, si troverebbe a disagio, nell’ambiente dell’altro… Il cliente, poi, dev’ essere soddisfatto: non tocca a me giudicare le altre navi, spetta a lui… E se non gli piace la mia, ne prenda un’altra… È una questione di concorrenza fra compagnie di navigazione… Addirittura c’è chi preferisce il treno o l’aereo; e così la concorrenza diventa ridicola… “Ma per scrivere, bisogna esser giovani e avere soldi… Io, vecchio come sono, scrivo senza nessun entusiasmo… Non si fanno più i merletti… Mia madre li faceva ancora… Sono cose che andavano bene quando la vita non aveva un prezzo, ora tutto è finito… Romanzi? Macché, c’è troppa gente che va in automobile, che vuole arrivare in fretta… Vivono sospesi in un mondo fra il comunismo e le vendite a rate… Senza contare che il comunismo stesso diventa sempre più conforme, fidèle, bourgeois… È inutile marchiarli a fuoco come facevano gli antichi per non lasciarseli scappare… Avrete schiavi più fedeli per mezzo delle vendite a credito… E ci arriveranno presto anche gli stati comunisti, a questo sistema… Del resto, basta guardare tutti quelli della Renault, qui intorno: dormono per terra, non mangiano, però hanno tutti la macchina, e non si muovono più… “Anche il papa, ci arriverà… Del resto nel Rinascimento teneva fior di galere, l’ho letto nelle memorie del capitano Pandéra (?)… Chi gli impedirà di produrre automobili e lavabiancheria?… Ogni confessione, un buono per una rata… E le comunioni abbinate ai concorsi a premio… È abbastanza furbo, lo farà, lo farà… Del resto ha sempre detto di no alle ideologie che puzzano di sangue, di razza, di conquista della terra… Mentre dimostra tanto entusiasmo per la civiltà delle macchine… “E cosa deve importare, a questi, del romanzo?… È un impegno che sorpassa le forze attuali: manca il coraggio, la costanza, ci sono i modelli già fatti, lì pronti… Così esiste spesso il piano dell’opera, ma poi il romanzo manca… È molto comodo anche qui applicare la formuletta… Adoperare la piccola frase fatta, appresa al liceo… E continuare a rifare il liceo per tutta la vita… Ho l’impressione che gli sforzi e il lavoro si applichino solo nelle professioni tecniche, mai nell’arte… Tanto, c’ è il cinema… ‘Ah, la rigueur des vieux agesé’ come diceva il Misantropo di Molière… “… Ma io sono soltanto uno stilista. Per questo non scrivo romanzi… M’importa solo il colore, il mistero delle emozioni e delle parole… Soltanto questo si dovrebbe vedere in tutti i miei libri…”. E quando si arriva alle ultime domande sciocche, inevitabili (si chiederanno i suoi progetti?), risponde “morire”. E se cercando una frase cortese – dopotutto è stato con me un intero pomeriggio – dico, adagio, che spero di rivederlo, allora ha il primo gesto d’impazienza. “Mais oui, mais oui, monsieur” sbuffa. E si volta a occuparsi solo delle pentole per i cani. (Estate ’57) Tornando lì dopo quasi quarant’ anni, il vecchio pavillon sembra abbastanza immutato, al di là del cancelletto ora verniciato di celeste. Ma tutt’intorno si innalzano dei condomini uniformi di parecchi piani, coi fiori ai balconi e le automobili sulla porta; e la grande stanza deserta è suddivisa adesso in ambienti più piccoli e pieni di sofà e tavolini e cuscini e gabbie d’uccelli e televisori. C’ è stato un grosso incendio, ha distrutto anche molte carte. E i cani paiono sempre i medesimi: cinque o sei, enormi, però Madame Lucette sostiene di averli trovati randagi. Lei ha passato gli ottant’ anni, ha l’ artrite però è vispissima e cortesissima, e gli amici che l’assistono spiegano che ha insegnato la danza fino a poco fa. In queste periferie? Ma certamente: proprio qui la borghesia piccola e smaniosa spinge le proprie bambinacce più grasse e brutte dalle maestre di signorilità. Siamo un po’ emozionati, e mi offre il volume della Pléiade con la Trilogia del Nord. Non vorrei che rifacesse le scale apposta: li ho già tutti nelle prime edizioni di Gallimard. Ma la signora insiste: “gli italiani sono sempre stati i migliori, con mio marito!”. (estate ’95)

Commenti
Un commento a “Alberto Arbasino incontra Louis-Ferdinand Céline: Docteur Destouches”
  1. maurizio montanari scrive:

    http://lf-celine.blogspot.com/

    per tutti gli amanti di Celine. Qua trovate anche la recensione dell’ultimo libro ‘Celine ci scrive’

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