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Autobiografia della nazione

Dal nostro archivio, un pezzo di Francesco Pacifico apparso su minima&moralia il 18 febbraio 2013.

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Questo pezzo è uscito su Nuovi Argomenti.

1. Tinello.

“E più tardi, nell’interminabile pomeriggio, che cosa potranno fare, poveretti? Francesca dipingerà: mazzi di rose, tramonti, il ritratto della mamma. Forse suona anche il piano, o ricama, o prega. E Fulco catalogherà pietre, o insetti, o fossili? Si ricorrerà agli animali imbalsamati? Magari, folaghe? Si arriverà addirittura alle conchiglie? Comunque, una giornata lenta, pigra, meridionale, qualunque. (Quella ‘twilight zone’ lavanda e violetta fra il ‘conosci te stesso’, l’autoritratto, e le pippe.)”

Questo fanno le famiglie italiane da sempre: anche qui, nel 1899 caricaturale in cui si svolge (non si svolge, semmai sta fermo) Specchio delle mie brame, epopea di luoghi comuni di Arbasino ‘74. Ottanta anni dopo, nel tinello di mia nonna la domenica a Roma stesso problema di noia – però non si può di fronte ad Arbasino fare indigestioni di madeleines e dire che “90° minuto” risolveva tutto alle sei e dieci del pomeriggio: 1) sia perché lui è contro le riletture melense del passato e di Proust, che costringono ogni cosa a diventare madeleine; 2) sia perché non è vero: “90° minuto” non risolveva niente, la domenica italiana non me la risolveva nessuno, era un trionfo del capitonné e del senso di morte.

In questa presa in giro di storia, Specchio delle mie brame, catalogo deliberato di luoghi comuni sull’Italia, sulla famiglia, sui dopopranzo, tutto comincia da una perfetta madre padrona, amministratrice degli affari di famiglia e madre affettata: “Nei confronti dei figli, anche en plen air, Stefania propone un monotono ritrattino di madre convenzionale, rigorosa, bigotta, quasi tiranna. Li tratta sempre con una certa durezza, un certo distacco, una vera antologia di tutte le cose che non si dovrebbero fare se si desidera che crescano senza complessi”. Qui come in molti suoi libri Arbasino mi vendica, uccide senza sforzo i vampiri dei tinelli, gli italiani, le italiane.

Ecco la madre far danni alla figlia: “Sembra non accorgersi o non ammettere che ormai Francesca è una donnona dalla femminilità prorompente e repressa, gonfia di linfe che scorrono dense”, e al figlio: “tiene lunghe prediche da confessore terroristico a Fulco sui pericoli innati della masturbazione: diventerai cieco, calvo, pazzo, paralitico, sifilitico, e andrai all’Inferno!” Così:

“In quella sua fissazione ossessiva per il perbenismo formale ad ogni costo, riesce intanto a dominare i figli e a conservarli bambini, quasi senza sforzo, forse proprio perché li tiene così a distanza: mai un po’ amica, mai “confidenziale” tipo da donna a donna con Francesca”. E per far sì che la figlia rimanga bambina (se non tornerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli), la rimprovera “come una piccina o una povera scema, perché non mangia abbastanza pasta”. La costringe a mangiare di più, la dieta oleosa della Sicilia più scontata, “magari la serve di prepotenza, anche di cibi pesanti e ingrassanti, che lei rifiuta per sé, limitandosi a una lattughina fresca”.

Arbasino è il primo scrittore che mi ha vendicato contro i dolori del pranzo, del bis, del non si va da nessuna parte dopo il bis sarai troppo pieno: tempeste di malumori in poltrona. Non fa che riproporre senza paura la famiglia italiana, come se tutte le famiglie fossero uguali, quelle italiane, i suoi libri fanno un’unica grande famiglia stipata in salotto, sala da pranzo, tinello, una famiglia a perdita d’occhio, sempre di ritorno da un ricevimento; da una prima comunione, precisamente. Ecco di nuovo la mamma, in Supereliogabalo, mamma ancora più caricaturale ma sempre la stessa, qui giudicata da ulteriori mamme, un ingorgo di mamme:Le mamme si preparano per il pranzo, rilassate e placate, ridacchiando alle spalle di una loro amica birbona e barbona e piena di debiti che vive in due stanze ma quando la si chiama fa rispondere da una figlia nana con gli occhiali ‘da intellettuale’ che le fa da serva e da spia”. (Mamme che interrompono la crescita dei figli invece che la gravidanza.)

Allargando l’obiettivo, tutta la famiglia è sistemata. Con un coraggio da esorcista, Arbasino guarda il mostro negli occhi; e però non risulta mai spietato, non dà l’idea di essersi messo lì come un Thomas Bernhard a far precipitare tutto, non c’è quel senso di piano inclinato dei libri dei castigatori di costumi. Maneggia queste statuine, questi soprammobili umani, come uno che non ha intenzione di rovesciare tutto. Tiene in ordine questo appartamento delabré di ninnoli senza mai farli cadere, senza mai invocare l’ira degli dei, senza il bisogno di far piovere rane puritane. (Possedere i due volumi dei Meridiani amplifica la sensazione di catalogo, di discarica di italiani, tracimante, mescolata, non opere staccate ma una commedia omogenea senza veri sbalzi di tono.)

Famiglia allargata a perdita d’occhio – è il turno della zia di Piacenza (da La bella di Lodi): “sui cinquant’anni, la Giuseppina, vispissima, invadentissima, un po’ ordinaria, sempre un trionfo della seta imprimée, molto 1936”. Entrano sempre così i suoi personaggi, come folate, senza sembrar portare nulla di decisivo. Debenedetti dice che Proust fa esordire i suoi personaggi così, senza annunciarli, come Albertine per esempio, ma poi centinaia di pagine dopo il lettore se li ritrova enormi e imprescindibili.

Qui i personaggi passano a folate e basta, senza portare azione, solo il loro certificato medico di malattia – gotta o meteorismo. Accanto alla zia, ecco lo zio inetto che “ha fatto relativamente in fretta a rincoglionire. (…) Una di quelle figurette coi disturbi continui alla vescica e sempre le stesse barzellette mai spiritose, quando una classe sociale riesce a risolversi tutta intera in commedia dialettale. Gli piacerebbe la tranquillità, però ormai non gli va più bene neanche Malagodi, per di più lo fanno giocare a golf a Monza (…) ha la sua mezz’ora di agitazione inutile, stanca tutti gli altri, finché lo lasciano lì e lui ricasca nell’umore torpido solito”. Mezz’ora di agitazione inutile: c’è tutto il senso di Sergio Tacchini, delle Tods, del Fernet Branca: i piaceri e le insegne di un maschio italiano mai cresciuto né con il fascismo né con gli anni Sessanta.

E poi ancora e più spesso le donne, le zie, tutte le zie: “Lei è una di quelle zie animatissime e pessimiste sempre un po’ troppo ben vestite rispetto a qualunque occasione, e che poi parlano anche sempre a voce un po’ troppo alta: quindi che fastidio. Ma finisce per occuparsi talmente tanto di se stessa (e dei suoi abiti, e come le stanno, e come ha dormito, e come ha digerito, e cosa si sentirebbe di mangiare, e cosa le ha detto il ginecologo, e quello che farà l’estate ventura se la Borsa sta lì, e come metterà a posto il salotto giallo coi tavolini presi alle aste a Milano), che gli altri riescono quasi sfacciatamente a piantarla lì, che parla e discute col suo bicchierino in mano di Punt-e-Mes”. Dopo che l’hai lasciata a parlare da sola, un carillon sopra un comò, non hai più bisogno di leggere altro: puoi uscire, lasciare il tinello, la sua carta da parati, o i muri bianco sparato, gli stucchi, lasciarti dietro l’umido delle polpette in umido.

E infine, a capo di tutta la famiglia deforme immobile italiana, la nonna che comanda, la nonna di ogni famiglia, sempre la stessa, nell’Italia di Arbasino, dove comandano le Madonne, le nonne:

Emerge dal buio scivolando in pantofole la nonna Fanny, come un topone nero, coi suoi occhiali rotondi, e un fascio di buoni del tesoro che sta tagliando con le forbicine da unghie. Non guarda in faccia nessuno.

“Il nonno insiste, allegramente: ‘Dulcinea del Toboso!’

“Ma la nonna non dà segni di buon umore. Borbotta a bassa voce: ‘Aspetta… le cedole… dove l’hai messa la ceralacca?…’

“Entra in una camera, fruga su un comò, dentro una ribaltina, trova una lente, la prova guardando i suoi buoni, li chiude tutti a chiave nei vari cassettini, fa scattare un lucchetto sulla ribalta, ed esce.

“‘Li ho chiusi nei tuoi cassettini’, dice al nonno ‘e una chiave la tengo io nella borsetta, l’altra tienila te nel taschino destro del gilet, che col va e vieni che c’è oggi in casa…’”

Organizza dove tenere la chiave, e la ribaltina del comò è la sede del suo potere. Sue le istruzioni che tengono in piedi la famiglia. Nelle battute che seguono spiega spazientita che non intende cercare banconote nuove per i regali alla servitù: “Tanto non li guardano neanche, vanno subito a spenderli tutti… Io per me darei sempre i più stracciati…” Sa tutto, organizza tutto, con regole che sono usi antichi fermentati, non sono scritte da nessuna parte. Arbasino ricapitola tutta la common law italiana, il vero sistema che regge il paese a partire dai cassetti dei comò delle nonne.

2. Macchiette

Per accompagnare l’uscita di Fratelli d’Italia, nella metà degli anni Sessanta, Arbasino scrive un saggio, Certi romanzi, in cui rende conto della sua scelta di scrivere un romanzo-saggio alla luce di quanto successo alla letteratura dopo Bouvard e Pécouchet, Ulisse, L’uomo senza qualità e Alla ricerca del tempo perduto. (Un saggio per spiegare un romanzo-saggio! Siccome anche il romanzo-saggio nel ’63 sarebbe parso troppo romanzo, bisognava far intendere precisamente perché lo si scriveva, c’era il rischio di scomunica.)

A un certo punto, introducendo una classificazione di Northrop Frye, Arbasino parla di satira. L’argomento sono i libri narrativi ma non proprio romanzeschi come I viaggi di Gulliver, Candido, Il mondo nuovo. “Frye usa un termine probabilmente infelice per individuare la ‘categoria’ di questi autori: la satira menippea, così come si è trasmessa attraverso Luciano e Varone, Petronio e Apuleio”. Un genere che secondo Frye non tratta “i personaggi come tali quanto come atteggiamenti mentali: pedanti, bigotti, eccentrici, parvenus, ‘virtuosi’, entusiasti, professionisti d’ogni tipo più o meno rapaci e incompetenti”.

Per Arbasino, la satira menippea come la definisce Frye sembra “veramente riassumere la maggior parte dei connotati della ‘narrativa’ che ci sta a cuore”: “… non si interessa di eroi ma del libero gioco della fantasia intellettuale e di osservazioni umoresche che generano caricature; quando è concentrata al massimo, presenta una visione del mondo in termini di un singolo pregiudizio intellettuale…” Se il romanziere vero e proprio, scrive Frye, si esprime in “esaurienti analisi di rapporti umani come James o di fenomeni sociali come Tolstoj; il ‘Menippean satirist’ (…) mostra la propria esuberanza intellettualmente, o accumulando un’enorme massa di erudizione intorno al suo tema, o soffocando i suoi pedanteschi bersagli sotto una valanga di loro luoghi comuni”.

Arbasino trova nella sua scrittura una doppia soluzione:

1) Scrive un romanzo, Fratelli d’Italia, in cui i protagonisti sono giovani colti, in fuga, in grand tour: quasi non sono personaggi, è quasi impossibile vederli, si può solo sentirli parlare; si liberano parlando, si emancipano nascondendosi dietro i discorsi sull’arte europea e gli appuntamenti da raggiungere in macchina di corsa, per l’Italia, come scusa per non fermarsi a farsi catturare. Arbasino stesso in un elenco di caratteristiche di Fratelli d’Italia che compare in Certi romanzi menziona l’ambiguità dei personaggi: “Non li conosciamo mai veramente, neanche i nostri amici. Non si conoscono in realtà neanche fra di loro. Parlano enormemente: ma si dicono (e ci dicono) le cose più contrastanti. Non di rado mentono; e l’accumulo dei particolari allontana invece che ricondurre alla verità. E sono poi personaggi? Qualcuno bara anche lì…”

2) In tutto il resto del romanzo, e poi nei libri che seguono, utilizza soprattutto macchiette, caricature: per soffocare i pedanteschi bersagli sotto una valanga di loro luoghi comuni.

Ma il destino di un autore ‘può essere quello di mancare il proprio destino: per capovolgerlo non gli resta che rappresentarlo’ (Citati). Come passo successivo si infiltrerà così nel romanzo la tentazione di un romanzo non più del romanzo o sul romanzo: ma sulla impossibilità o sulla non-volontà di scrivere un certo romanzo”. Cercando di capire quale romanzo potesse scrivere, approdando invece piuttosto alla satira, forse Arbasino trova il suo destino: l’enfasi però non è sulle dosi di saggio da iniettare nel romanzo. La soluzione decisiva, più che il romanzo-saggio, è fare un passo indietro rispetto al romanzo, ossia rinunciare al personaggio, affidare tutto alla potenza dell’affresco, alla relazione fra le parti, alla precisione degli appunti, del dettaglio: un’accuratezza tale, nei ritratti, e una tale coerenza nei pesi e contrappesi della narrazione, da garantire tensione e senso di verità a un lettore che perde la sua stella polare, il personaggio da seguire.

D’altra parte può darsi che scrivere senza personaggi, più che una risposta al problema internazionale della piega presa da Flaubert e poi, dopo, Musil, Proust e Joyce, sia una necessità locale, italiana: l’Italia è particolarmente inadatta al personaggio romanzesco, alle sue ascese e cadute, ai suoi tentativi di definirsi, di trovarsi. In Uno, nessuno e centomila Pirandello mostra come un italiano, nel momento in cui si mette a ragionare da individuo, può solo venir considerato pazzo. Se l’Italia è ferma e i suoi abitanti non si muovono che insieme, in un mulinello, eternamente postprandiali, fra i comò e le ribaltine, forse il romanzo-saggio senza personaggio è perfetto per l’Italia.

Messo da parte il Personaggio, Arbasino può dare spazio a quella che chiama la Narrativa dei Vivi: dove “la gente sgallina e traccheggia, entra ed esce da tutte le porte, e non è mai sicura di cosa starà facendo fra un attimo”. Per quanto non sia proprio la verità (che la gente sgallini e traccheggi senza sapere cosa farà domani è un’approssimazione quanto lo è il personaggio a tutto tondo: la gente sa quasi sempre dove andrà l’attimo dopo), è proprio quello che gli riesce bene e che illumina il movimento su se stesso della vita italiana. Non dovendo occuparsi del tragitto interiore di un personaggio vero e proprio, ha potuto concentrare tutta la sua attenzione sui tipi italiani, creando un corpo imbattibile, un catalogo, senza mai perdere buona educazione, garbo, leggerezza nemmeno trattando di violenza carnale o salotti fascisti.

Questo tono, che è sempre se stesso nonostante il variare, libro dopo libro, delle dosi di iperbole, dà all’opera di Arbasino un passo sicuro che lo porta a vincere su altri scrittori italiani più narratori, più centrati.

3. Rispetto a Parise e Pontiggia, per esempio.

Ecco Pontiggia in un racconto di Vite di uomini non illustri in cui il protagonista cerca moglie attraverso un’agenzia matrimoniale:

“L’autunno per vagliare le lettere ed entrare in famiglie tetre, dove si subiscono persecuzioni senza fine, silenzi d’odio, incesti, e dove la vita è gridare, piangere, servire, ribellarsi. Appelli mesti, dissimulati sorrisi delle fotografie, sullo sfondo di declivi erbosi o di porti gremiti di alberature. Qualche contatto telefonico, tra imbarazzo e malizia, qualche rinuncia rivelata, più che occultata, da arrivederci cordiali. Anche penose richieste di denaro e offerte grossolane di incontri clandestini per vincere, come suggerisce Adele C., di Grosseto, la timidezza. Due incontri in stazioni secondarie, sotto le tende di caffè all’aperto, con segni di riconoscimento superflui dopo le esitazioni di entrambi. Lui ascolta, guarda, parla poco, partecipa, valuta. (…) Differenze spesso vistose tra la fotografia e la persona, a volte anche di dieci anni, con metamorfosi del corpo che la rendono difficilmente riconoscibile”.

In questo bel paragrafo Pontiggia non rinuncia al dovere morale di far sentire come sia tutto molto squallido. La versione di Arbasino è molto diversa. Ecco un uomo che “riflette” su come cercare una moglie serena e di buon senso:

“Non si pretendono delle doti eccezionali. Che sia carina; e di buon gusto (…) che sappia almeno l’italiano, e ‘qualche cosetta’ in più, per seguire i bambini, che poveretti, quante volte, tutto quel che imparano dalla madre è la confusione fra il condizionale e il congiuntivo.

“Che non spenda come una pazza. Che sappia tenere una casa e farla andare avanti senza sbalzi, sappia imporsi alla cameriera con calma, sappia affrontare l’entrata degli ospiti senza l’angoscia, sappia inserire una ferma coerenza tra le altre virtù materne.

“Non credo di chiedere tanto. Ma l’esperienza fa un quadro pessimistico: ricordo troppe osservazioni sceme, ricordo troppe ragazze da cui non ho mai udito che l’espressione ‘he, he’ (risatina gutturale); oppure ‘che matto!’ (anche se in tono ghiotto) dopo che assecondando puntualmente le loro aspettative, si era stati lì a intrattenerle per ore continue. Si dirà che la memoria gioca il cattivo scherzo di conservare solo i ricordi sgradevoli degli incontri; ma questa impressione di silenzi grevi, di cervelli chiusi e inerti, di ‘stare lì bella tranquilla’ e basta, io non me la sono sognata”.

Arbasino dà più ossigeno: il modo in cui l’uomo cerca moglie non viene reso più squallido per assicurarci che un tale atteggiamento sia sbagliato, sia squallido. All’uomo viene concesso di dire la sua. Ma in quel non credo di chiedere tanto c’è tutto. I pregiudizi di quest’uomo sono credibili, riconoscibili, fanno ridere, e non vengono tendenziosamente virati sul tono squallido. L’uomo cerca moglie e teme i cervelli chiusi e inerti, l’uomo è parte sveglio parte ottuso e spera di non trovare una moglie ottusa.

Ecco il ritratto che fa Parise di un bambino anche lui a suo modo col cervello chiuso e inerte: “Era molto distratto, nuotava e sciava bene, ma di colpo si stancava, certe volte quando era distratto e mangiava alla mensa in distrazione, masticava come uno che non sente nessun sapore e teneva gli occhi fissi al pensiero, non dentro di sé, guardando e parlando col pensiero, ma come se il pensiero fosse una persona, seduto o lontano da lui, sola”. L’ottusità in Parise viene evocata affinché ce la poniamo come problema. Questa ottusità deve distruggerci: nessun sapore; occhi fissi; non dentro di sé; sola. Il piacere della lettura non deve farci dimenticare che c’è sempre una questione morale da risolvere, una tendenza da segnalare in tutta serietà.

Poi ci sono i genitori del bambino ottuso, protagonisti della voce Italia dei Sillabari. Parise cerca di munirli di un “noi”, una coppia di “io”, per cui la loro italianità si possa definire in modo non caricaturale, ma serio, consapevole. Il risultato è paradossale: “Capivano com’era vero che la sola persona di cui potevano fidarsi era l’uno e l’altra. Non che avessero un’idea precisa dell’istituto della famiglia o del matrimonio così come si intende, avevano semplicemente la pratica della vita insieme e la sempre più grande conoscenza che degli altri, italiani come loro, ci si poteva fidare sì, abbastanza, ma non molto, meglio poco. Cosa significava ‘fidarsi’?”

C’è qui un modo di prendere sul serio il discorso: cercare di far sì che quel problema italiano della sfiducia, del farsi i fatti propri, si trasformi in una seria questione sulla quale un italiano, due italiani, possano porsi questioni precise, districarle con serietà civile dalla massa di pregiudizi e costumi che rende l’Italia italiana e fa sì che una corsia preferenziale degli autobus non sia davvero una corsia preferenziale o lo scontrino non sia davvero un diritto del consumatore/contribuente. L’italiano da solo, come singolo, non è individuo: non può affrontare i dilemmi morali come personali, ma solo come risvolti di dinamiche condivise, collettive, familiari, dove la doppia morale è la cosa più logica, la responsabilità individuale non esiste.

Il soggetto, il personaggio non sarebbe davvero possibile in Italia, non ci aiuterebbe a capirci meglio: come se non avessimo un’anima individuale, come se giudicarci uno per uno fosse inutile. A scuola dicevano sempre le professoresse: “Ma se lo prendi da solo è un ragazzo caruccissimo”. Il problema è che non siamo mai soli, e allora forse Arbasino ha ragione, e scrive le storie di un popolo di persone che non stanno mai sole.

4. Luoghi comuni.

Dopo il generoso sforzo teorico di Certi romanzi, l’opera di Arbasino è una fastosa rassegna che da un esperimento all’altro, dalla Bella di Lodi a Specchio delle mie brame, da Fratelli d’Italia alla caricatura estrema e senza protagonisti de La narcisata non perde coerenza, consistency, consistenza: un gioco serio, con regole, sul rapporto fra tipi italiani e luoghi comuni; come giocare sui luoghi comuni arrivando a dire la verità; come districarsi fra i luoghi comuni che servono a definire gli italiani e i luoghi comuni con cui gli italiani si definiscono invece di essere individui.

In Specchio delle mie brame: “Tutto sommato (…) la solita Sicilia ‘export’ può ancora servire, sia con le mode e sia con i ricicli (…) e le vaste magioni sepolcrali naturalmente, estremamente, gattopardesche in campagna. Spalmate di lutto, frananti nel tedio, con un gran bel balzo indietro di parecchi secoli anche a pochissimi chilometri di distanza, in fondo al catino assolato e tenebroso di un modo di vita interessantissimo perché perfettamente feudale, impeccabilmente primordiale, squisitamente arcaico e délabré, carico di manie pazzesche e pregiudizi invariabili…”. E arrivato a questo punto, questo narratore, che non ha niente da perdere, alla signora lettrice, alla signora bene che compra i libri in Italia dice: “Stupendo, signora, vero? / Ne prende ancora un po’?”

Dopodiché dà a intendere che quel che racconta assomiglia al modo in cui sta cercando di raccontarlo: “Abitudini immobili, convenzioni ossessive, assortimenti fissi di tabù demenziali con produzione di luoghi comuni pittoreschi, anche per i festival e i mercati esteri. E secolare timor del prete, millenario terror del vescovo, incubi di Madonne che piangono, santi e sante che soffrono fra angiolotti che volano e flagellanti che menano e satiri o sileni o sirene che cantano e ridono e sbracano, in bel sincretismo. E tanto dolore.

Paura assolutamente di tutto, fra iettature e feticci e presepi e permali generali circa l’Onore: localizzato (come secondo Genet) mai in sedi “elevate” quali testa, mente, occhi, magari le manine operose, ma giù giù in organi oscuri e imbarazzanti fra le cosce mai lavate dei condannati in attesa di ghigliottina ‘à la Santé’ o delle bambinacce tappate in casa nella Conca d’Oro. (…) E sullo sfondo una grande orchestra di sussurri perfidi e malefici di vicine e di vecchie, sempre ascoltatissime e mai mandate al diavolo. Bibbie ed enciclopedie di vendette covate in casa e rispettosità tenute al caldo sotto il sedere di famigliacce maniache per più generazioni ingorde di proverbi ancestrali sulle sardine e golose di idiomi abitudinari circa le nespole”.

Il luogo comune è in rapporto con l’immobilità, con l’assenza di sorprese. E anche se alla fine del capitolo precedente la baronessa viene violentata e derubata per l’ennesima volta, dal successivo si ricomincia, incapaci di riconoscere gli eventi, così: “Al finale della Santa Messa festiva nella pittoresca chiesina del villaggio atavico, la baronessa e i due figliuoli siedono sereni e compunti nel loro banco privilegiato e lucidissimo. Sono i signori del luogo, la villa è poco lontana, è una domenica ‘come tutte le altre’. La ‘solita vita’, quotidiana, insulsa, immutabile, uffa, uffa, non succede mai niente”.

Ancora più struggente l’immobilità quando si parla dei giovani come categoria. Ecco una festa ne La bella di Lodi: “E si ha continuamente l’impressione che possano star succedendo crisi anche d’una qualche importanza per la maggior parte di questi qui – che si vedono e non si vedono, in giro senza fermarsi attraverso l’infilata delle camere, e su e giù per i vari livelli, ripetendosi volentieri ‘non entrare in crisi’ o ‘riconosci i tuoi limiti’ – ma in realtà non si capita mai su una scena esplicita, aperta, rimane solo un’impressione. S’intravvede tutt’al più qualcuno che piange agli angoli, dietro un portavaso, si sentono arrivare delle parolacce incazzate non si capisce di chi, chissà dove, come un’eco di liti differenti, si ha una sensazione come di rapporti che arrivano al loro anti-climax, o seduzioni lasciate in sospeso da gente mezza ubriaca che dopo deve ancora guidare”.

I rapporti arrivano sempre al loro anti-climax, e le seduzioni vengono lasciate in sospeso. In una scena impersonale, di gruppo, senza nomi.

5. Per esempio, il fascismo.

Arbasino deve aver scritto l’autobiografia della nazione. Il filo conduttore fra i salotti delle dame fasciste e quelli della repubblica: le Ferri Fazzi, dinamico duo fascista madre-figlia di via Paisiello, Parioli, per farci capire il vero chic fascista:

“La madre era stata una delle bellezze del fascismo: una delle prime, e forse la prima di tutte, a farsi fare l’operazione al naso e alle orecchie. Si vedono ancora i segni: rossi, quando ride o piange o prova delle emozioni“. Cos’è l’aristocrazia nera sopravvissuta alla guerra in aristocratica impacciata scioltezza: una casa senza un granello di polvere, due cameriere molto giovani per pagarle meno, vestite di raso nero lucido, con grembiulino di organdis, crestina, paramani alla moschettiera. “Che cosa si offre in casa Ferri Fazzi per un dopo-Opera. Si fa presto a dire il ratafià. Ma non è vero. Loro non troverebbero niente spiritoso. Loro vivono sì nel ’38, ma tante cose le hanno sentite, i giornali e le riviste li guardano pure, e hanno sempre intorno un po’ di Gente, i tre autori de ‘La Pierina Placata’, che sono pronti a dare i consigli e a eseguire la canone del Vav: ‘Lo sapete cos’è il Vav – del buon vivere è la chiav – è un velluto che discende al cor soav!’”. Il fascismo è nei posacenere con il motto: “Sopperire! Ottemperare! Non incorrere!”

E infine, per capire il fascismo, la storia delle tarme deluse: operina sulle tarme, scritta per la Ferri-Fazzi figlia, dove le tarme – attori vestiti da tarme su un palcoscenico che sarà l’interno di un armadio – mangiano ogni stoffa: ma le povere tarme non trovano mai la lana vera perché c’è la crisi. L’opera si conclude quando viene spruzzato il DDT, “e le tarme muoiono tutte, tranne una, che da principio sembrava la grulla, la facilona, la tarma che qualunque cosa vedesse, il nylon, il raion, la filanca, gridava contenta ‘lana, lana, oh che bella lana, buona, buona, buona’, e divorava entusiasta, proprio come queste nostre conoscenze che vanno a un party, e c’è il rum, prendono il rum, c’è il gelato, il gelato, il brodo, il brodo”. Così di colpo le tarme sono le scroccone da buffet, quelle nobili un po’ nere che ancora fanno capolino alle presentazioni di libri al Senato e al Campidoglio. “E la morale, perché è un’operina che ha una sua profonda morale, è che coi tempi che corrono la lana buona è poca, poca, non si trova quasi mai e non è quasi mai vera… e la lana vera può essere un mito irraggiungibile”.

Come la tarma, Arbasino ha pensato che se la lana romanzesca non si trovava perché era stata esaurita si doveva mangiare di tutto – il nylon, il raion, la filanca – con ottimismo, e così Arbasino ha fatto dopo che Flaubert, Joyce e Proust hanno reso irreperibile sul mercato la vera lana del romanzo: ci ha dato altro, ma senza lamentarsi, e con invidiabile stile, senza neppure passare per umorista, ci ha spiegato l’Italia precisamente:: “C’è la romanza della tarma 1938, che ricorda con nostalgia i tempi del Lanital, fatto col latte, che è un vero capolavoro con una mucca e dove si capisce tutto, anche il fascismo”.

Francesco Pacifico è nato a Roma nel 1977, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (minimum fax), Storia della mia purezza (Mondadori) e Class (Mondadori). Ha tradotto, tra gli altri, Kurt Vonnegut, Will Eisner, Dave Eggers, Rick Moody, Henry Miller. Scrive su Repubblica, Rolling Stone, Studio.
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