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Alcune modeste proposte per le case editrici, a cominciare dalla mia

Negli ultimi anni, quando mi è capitato di parlare agli studenti del Master in Editoria dell’Università La Sapienza o agli allievi del corso di editoria di minimum fax degli aspetti commerciali di una casa editrice, ho più volte espresso un concetto (interiorizzato negli ultimi tre anni passati a fare il direttore commerciale, e della cui intuizione ero piuttosto fiero) che qui sintetizzo in brevi affermazioni: noi editori spesso sbagliamo perché abbiamo sempre in mente come nostri diretti referenti i lettori; pensiamo al pubblico di lettori che segue le nostre scelte da anni e ci chiediamo: “Cosa penseranno di questa scelta? Leggeranno anche questo libro? Apprezzeranno il titolo su cui stiamo lavorando ora?” Ma in realtà quello che dimentichiamo è che noi editori solo molto raramente abbiamo un contatto, un rapporto diretto coi nostri lettori. Prima di convincere i nostri lettori dobbiamo convincere una serie di soggetti intermedi: il responsabile della nostra rete promozionale; che a sua volta convincerà i singoli promotori o agenti di vendita; che a loro volta parleranno del nostro libro a centinaia di librai di ogni regione d’Italia, che infine – solo al termine di questo tortuoso percorso – proporranno il nostro libro all”‘utilizzatore finale”. Perché è così che funziona normalmente il sistema distributivo editoriale.

Ora, però, sbugiardando quel mio stesso ragionamento, credo sia giusto riconquistare proprio la centralità del rapporto (mediato o immediato che sia) fra l’editore e il lettore. Credo che noi editori abbiamo sbagliato, e sbagliamo, a lasciare che sia il mercato, e i suoi tortuosi percorsi, a regolare le nostre scelte, o anche solo le forme del rapporto fra noi e i lettori. Quello che il mercato vuole o impone a un editore che non voglia sparire dalla libreria è la crescita, è una produzione maggiore, la conquista di uno spazio nei negozi, che (invertendo il principio di causa-effetto) è sempre più limitato.
E così noi editori rischiamo di dimenticarci di parlare ai lettori, e parliamo invece al mercato. O quanto meno: cerchiamo di imparare (il più delle volte goffamente) alcune frasi idiomatiche che crediamo siano la lingua del mercato, nel tentativo di parlare al mercato che ci chiede di volta in volta di essere più aggressivi; di semplificare i materiali informativi perché il mercato non è un lettore colto; di usare paratesti sempre più simili al packaging di un prodotto da banco del supermercato; di confezionare i nostri libri con delle copertine che assomiglino ad altre copertine di successo; di promuoverli come qualcosa di riconoscibile non perché unico ma perché al contrario simile a qualcos’altro; di adottare strategie commerciali più facili come sconti, campagne promozionali, politiche di prezzo al ribasso. E così ci concentriamo più sul rapporto che la casa editrice ha o dovrebbe avere con gli agenti di vendita, con i buyer delle catene, con la grande distribuzione che sul rapporto con il lettore, l’unico che davvero conti, e rischiamo di trascurarlo, di non parlare più la sua lingua, che prima era la nostra lingua. E ci allontaniamo. Per un problema lessicale.

Abbiamo ceduto insomma, noi editori, al ricatto del mercato, abbiamo assecondato alcune sue richieste che se ci fermiamo a riflettere appena un istante riveleranno tutta la loro assurdità; abbiamo allentato la morsa del nostro codice deontologico e abbiamo finito col chiudere almeno un occhio quando ci guardiamo dentro (nello specchio dell’anima che è il nostro catalogo) e rischiamo adesso di non riconoscerci più, di non riconoscere più nella nostra proposta (magari non nel suo contenuto, che resta coerente, ma nel modo di veicolarlo, che però come sappiamo bene ne è parte integrante) qualcosa di coerente con quello che eravamo prima di cedere.
Si dirà: bisogna pur sopravvivere. Oppure: è la libreria, baby. O ancora: è tutta colpa del mercato. Ma non è vero, il mercato è fatto di lettori, e se sappiamo parlare ai nostri lettori uno a uno, alla fine avremo parlato anche al mercato. In fondo, lettori e mercato sono la stessa cosa, solo che paradossalmente agli uni sappiamo parlare (ma stiamo rischiando di dimenticare come farlo) e all’altro non sarebbe poi così necessario ma ci sforziamo continuamente di farlo.
Corriamo insomma il rischio di assomigliare a quei produttori di cattiva televisione che si dicono costretti a produrre programmi di così basso profilo per andare incontro ai gusti del pubblico mentre il pubblico (una porzione di pubblico) è molto più elevato di quella proposta, vorrebbe qualcosa di meglio, se solo ci fosse, e magari quando un raro prodotto di intrattenimento di qualità arriva in tv viene premiato. Ecco, quella porzione di pubblico spesso è già una quantità di lettori sufficiente, se siamo in grado di intercettarla, se sappiamo parlarle col cuore e con la qualità dei nostri prodotti e delle nostre idee che ci abbiamo messo dentro, e non con la lingua del mercato: una quantità che farebbe prosperare o quanto meno vivere dignitosamente le nostre case editrici.

D’altro canto, e non è un dato trascurabile, il mercato editoriale italiano è solo uno dei tanti aspetti in cui si manifesta l’anomalia del nostro paese. Stando alla sua definizione e alla sua dichiarazione di intenti, “L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, meglio nota come Antitrust (…) garantisce il rispetto delle regole che vietano le intese anticoncorrenziali tra  imprese, gli abusi di posizione dominante e le concentrazioni in grado di creare o rafforzare posizioni dominanti dannose per la concorrenza, con l’obiettivo di migliorare il benessere dei cittadini”. Non dovrebbe quindi accettare o permettere che i principali distributori siano anche i soggetti che possiedono le più grandi catene di librerie, e addirittura siano a loro volta anche editori (e poi perfino grossisti, marchi di franchising, librerie online…) Nel nostro mercato editoriale, soggetti che in teoria dovrebbero avere interessi non coincidenti (librai, editori, distributori, grossisti) sono presenti in tutte le varie associazioni di categoria, e questo fa sì che si travesta da “accordo fra le parti” ciò che in realtà è solo l’esercizio di un potere dei pochi.

Allo stesso tempo più volte si è affacciata – proposta dal “mercato” sotto forma di consigli da parte di lettori librai promotori distributori, o suggerita implicitamente dai tabulati di vendita, dalle classifiche Nielsen, dalle ospitate al programma televisivo del momento, e così via – la possibilità di trovarci al bivio a cui ci affacciamo ogni giorno da anni ed essere tentati dalla via più battuta, dalla scorciatoia. E così magari ci è capitato di non limitarci a valutare un libro solo per le sue intrinseche qualità letterarie linguistiche contenutistiche formali ma anche immaginando le sue potenzialità di vendita. Anche qui si dirà: è il mercato, la casa editrice è un’azienda, deve far quadrare i conti. Eppure la storia di molte case editrici è fatta di goffi tentativi di andare “verso il mercato” senza averne la predisposizione capacità attitudine, e di successi di critica ma anche di vendite ottenuti proprio dai libri che “il mercato” (banalizzandolo e immaginandolo erroneamente come un enorme stomaco in grado di digerire solo best seller di scarsa qualità) apparentemente o teoricamente avrebbe dovuto rigettare. Il titolo di qualità che vende, l’autore letterario che vende (e ovviamente per vendita non parlo di giga-seller ma di numeri ancora dignitosamente, onestamente a quattro cifre) esistono.
Dobbiamo resistere alle tentazioni, alle richieste, alle regole che qualcuno vorrebbe far passare per le uniche leggi di mercato che valgano (iperproduzione, crescita, semplificazione, imitazione) e dimostrare che non è vero, che si riesce a restare sul mercato anche senza pubblicare solo le mode del momento, che un romanzo si vende anche senza la fascetta fosforescente o senza una donna ammiccante in copertina, che un libro ha il suo valore anche per la rilegatura e l’impaginazione che usa, per l’investimento che l’editore ha fatto nella traduzione o nell’editing, e nel numero di correzioni di bozze cui ha sottoposto il testo, per la strenua ricerca del nostro libro di essere difficilmente classificabile, di non assomigliare a niente se non a se stesso. Perché il lavoro di ognuno di noi, credo, in fondo vuole dimostrare un principio semplice: il mio libro non è ilmiolibro.

Concordo dunque con l’idea di una graduale decrescita editoriale (proposta recentemente da Simone Barillari (leggi l’articolo) nell’ambito di una discussione in seno al gruppo di lavoro TQ-editoria, ma assai ben praticata e comunicata a lettori, giornali e librai, già qualche anno fa, dall’editore Marcos y Marcos): produrre meno per affogare meno le librerie, dare tempo ai librai e ai lettori (ma anche ai critici letterari e alle pagine culturali) di “assorbire” con i giusti tempi la produzione delle case editrici.

Se dovessi proporre ai miei amici e colleghi editori un ipotetico codice deontologico, mi soffermerei innanzi tutto su questi punti:
1. Impegnarsi insieme, e reciprocamente, in una campagna di “decrescita felice”: produrre meno per produrre meglio, per dare tempo ai libri di vivere più a lungo prima e dopo la pubblicazione;
2. Impegnarsi a non cadere nella tentazione delle scorciatoie, della semplificazione, dell’imitazione;
3. Impegnarsi a resistere alle storture del mercato e a fare di tutto per cambiare le sue regole che non ci piacciono.
Il mercato in sé non è un’entità necessariamente brutta e cattiva, ma le regole che lo governano a volte sì. Fra le storture che regolano il mercato italiano oggi c’è quella di una legislazione fallace. Così come i Mulini a vento (un gruppo di editori di cui fanno parte Donzelli, Instar libri, Iperborea, minimum fax, La Nuova Frontiera, nottetempo, Voland) negli ultimi due anni si sono spesi per contribuire a porre un primo piccolo argine (altri bisognerà costruirne) alla stortura della legislazione in materia di prezzo del libro, forse oggi ci si potrebbe impegnare a proporre al garante per l’Antitrust di regolamentare il mercato per evitare che tutta la filiera editoriale sia in mano a pochi soggetti in posizione dominante.
Perché le regole del mercato non le fa il mercato ma le facciamo (e quindi possiamo anche modificarle) noi che il mercato lo alimentiamo e lo nutriamo con le nostre idee, le nostre proposte, le nostre battaglie.
E ancor più perché – ricordiamo le parole trascritte poco sopra – in ballo non è solo la sopravvivenza di una piccola libreria di quartiere o di un editore indipendente, ma “il benessere dei cittadini”. E il nostro benessere – cioè di noi editori, lettori, librai; di noi cittadini – passa in gran parte per le pagine dei nostri libri.

Commenti
59 Commenti a “Alcune modeste proposte per le case editrici, a cominciare dalla mia”
  1. fra scrive:

    Encomiabile. Quasi commovente. Leggere un “manifesto” così sentito, che pulsa di passione, oltre che di “professione” è raro oggi.
    Forse “resistere” è anche questo: investire in un progetto che magari può sembrare azzardato, “in perdita”, ma comunicare un’idea, un principio a chi ha fiducia in te e ti seguirà senz’altro. Il lettore non vuole lasciarsi trasportare dal mercato e case editrici che si battono per le proprie scelte di qualità (e non di quantità), che vogliono parlare a un pubblico che ascolta e non che subisce la d’urso in tv perché “tanto è la gente che lo chiede” hanno tutta la mia stima. Ce l’avevano anche prima. Ma da oggi ancora di più. Per quanto questo possa contare.

  2. Nicola scrive:

    La ringrazio Marco per la chiarezza con la quale ha espresso il suo pensiero. Condivido pienamente il suo articolo ed ho apprezzato soprattutto il passaggio finale riferito al “benessere dei cittadini”.
    Non mi occupo di editoria e parlo quindi da “comune lettore” ma ritengo che nonostante le enormi difficoltà da lei espresse, i libri e le case editrici di valore, in un modo o nell’altro riescano comunue ad arrivare ai lettori.
    Ma tutti avvertiamo la necessità di migliorare lo stato delle cose soprattutto osservando il degrado culturale e civile del nostro paese.
    Lei parla di idee, proposte, battaglie. Il nodo centrale sembra essere la legislazione Antitrust. E allora partiamo da qui. Noi come lettori e voi come editori oltre ad incontrarci nelle librerie abbiamo forse il dovere di progettare qualcosa di diverso. La recente positiva esperienza dei referendum può insegnarci qualcosa.
    Non solo il benessere ma anche il progresso di una nazione passa per le pagine dei nostri libri.

  3. Larry Massino scrive:

    Il contenuto dell’articolo è senz’altro da condividere, ma oramai è troppo tardi per riformare il mercato con la buona volontà degli oppressi. Penso ci voglia uno scatto d’immaginazione. Ne propongo uno tra i miliardi possibili, mi rendo conto un po’ idiota, ma peggio di quello che c’è ora non c’è nulla.

    http://accademia-inaffidabili.blogspot.com/2011/06/epistola-sesta-agli-editori.html

  4. Caro Marco,
    se solo altri editori la pensassero come te…

    La questione del rinnovato rapporto tra editore e lettore potrebbe essere foriera di nuovi esperimenti di filiera corta e sostenibile, che dal marginale diventino un po’ la regola, aiutando la stessa editoria che si dice sempre in crisi – come il Paese – e investe poco nell’innovazione, e tanto nell’immobilismo.

    Parlo ad esempio del metodo della sottoscrizione come ha proposto intelligentemente Sossella con “Dai Cancelli d’Acciaio” di Frasca – un libro che, se anche sparirà dagli scaffali commerciali, mi auguro che appaia negli scaffali dei lettori. Pensiamo così ad altri metodi “di base” per ricollegarci a dei lettori che mi paiono stufi e agitati, ma sempre intelligenti, mai stupidi e sprovveduti (anche di portafoglio) rispetto all’idea di lettore medio che si sente alleggiare come triste fantasma.

    Certo è che questo movimento verso la sostenibilità e la sottoscrizione deve portare anche ad una discussione sulla qualità dei prodotti che vengono coltivati, necessariamente. Non significhi cioè nè autoproduzione nè consorteria.

    Forza,
    A.

  5. mazingazeta scrive:

    Criticamente (da ex libraio stimo immensamente Marcos, M.Fax, E/o, Iperborea e altri ancora) bisogna ammettere che i prezzi dei libri sono altini altini però…gli economici da 6-7mila lire sono passati da anni a €7-9, i libri nuovi di 130pgg sono tranquillamente oramai tutti a €15-16 invece che €13-14 come 5-6 anni fa con capitoli distanziati da pagine in bianco e scritti a caratteri per semi-ciechi. Critica generale sia ben inteso.
    Consigli in positivo : non cambiate il vostro magnifico logo commerciale, la m con la codicina di volpe, è stata un’idea grafica e commerciale geniale e azzeccattissima.

  6. Caro Marco,

    condivido in pieno le appassionate note che qui scrivi, da lettore e anche da editore.

    Gli oligopoli che dominano l’economia italiana, alla faccia di ogni ente Garante, non risparmiano nemmeno il settore editoriale.

    E’ esattamente per questo che la mia casa editrice, Garamond, ha deciso di uscire dall’AIE qualche mese fa: le lobby corporative che difendono solo gli interessi di pochi oligopolisti, dominate sempre dalle solite facce (gente che che intanto si è pure fatta vecchia, ma non molla…), sono lo strumento in mano a chi ha il potere “sul mercato”, per motivi esclusivamente quantitativi e finanziari, come da te evidenziato, con confilitti d’interesse grandi come una casa che tutti fingono di non vedere.

    L’assetto dell’industria della stampa, in cui sta l’editoria, comporta la definizione di un sistema in cui il produttore non conosce il consumatore, ma affida ai suoi uffici markting la confezione della merce migliore, distinta come tale solo in base alle vendite.

    Ciò accade perché di editori veri, che fanno questo mestiere in prima persona, indipendenti e non al servizo dei mega-manager dei grandi gruppi industriali, ce ne sono rimasti pochi. Per loro però (per noi) il web è un’ottima risorsa: qui infatti possiamo riprendere il filo diretto del rapporto con il nostro pubblico, con i lettori, mettendoci in gioco, come fai tu stesso qui, in prima persona, con un nome e un volto.

    I mercati, come dicevano gli amici del Clutrain manifesto, qui sono “conversazioni”. E i contenuti culturali possono tornare ad essere qualcosa di molto diverso dalle merci, consentendo a noi lettori, autori ed editori di riprenderci il ruolo che più si addice a chi ha passione più per le idee che non per i numeri.

  7. simone battig scrive:

    Sottoscrivo le idee guida espresse da Cassini. Non è mai troppo tardi per rendersi conto di aver sbagliato, quindi non è tardi, quindi meglio tardi che mai.
    Aggiungerei solo un argomento che mi pare Cassini non abbia toccato.
    Parte del disastro in cui siamo è colpa del mercato, gran parte degli editori e dei media anche culturali, ma una parte è sicuramente anche da imputare a tutta una genia di “finti scrittori” che più che scrittori sono “operatori culturali”, sia detto con il massimo disprezzo possibile. Gli editori, in particolare quelle più piccoli, DEVONO amare i loro scrittori, crederci e lasciargli il tempo di scrivere, maturare ed esplorare la loro lingua e le loro idee. Ma gli scrittori devono smetterla di metterci la faccia, l’immagine e tutta quella sequela da furbetti del quartierino che c’è nei rapporti che regolano i rapporti editoriali odierni. SE si comincia a rinnovare anche puntando su questo e cominciando a lasciare a casa qualcuno che ormai ha fatto i suoi 24 libri in 10 anni ecco… forse si va da qualche parte e forse anch’io allora potrei volere un giorno pubblicare per minimum fax e magari minum fax un giorno volere un mio libro o pubblicarne uno da 900 pagine in 9 nove anni….

  8. Carlo scrive:

    Carissimo,
    da (neo)editore e tuo ex “alunno”, concordo pienamente e già dal prossimo anno la tua idea diventerà realtà almeno per Sagoma Editore. Il vero problema è che tutti gli altri produrranno un sacco come sempre e i nostri poveri titoli rischieranno di scomparire ancora di più. Ma tant’è. Mi son detto, dopo lunga e approfondita riflessione: chisenefrega.
    Spero qualcuno mi segua (senza aspettare una regolamentazione dell’iniziativa, evidentemente illusoria).

    Resistere, resistere, resistere

    P.S. quanto ai prezzi dei libri: in un mercato dominato dalla distribuzione e dalle grandi catene, come trovare un prezzo “equo” che consenta all’editore di affrontare il fatto che gli rimane meno del 35% di copertina per prenotazioni dei propri titoli spesso di poche centinaia di unità?

  9. carmelo scrive:

    Da lettore condivido e apprezzo le idee espresse dall’autore che in qualche modo riprendo l’articolo di Simone Barillari.
    mi permetto di dire due tre cose.
    I piccoli editori hanno solo una strada da percorre e un ab>brand. da proporre ai LETTORI (che sono cosa ben diversa dai consumatori di libri, “target” dei garndi editori di libri di consumo omologati e funzionali al “mercato”):
    La qualità che implica necessariamente un processo di rigorosa selezione e, quindi, di riduzione drastica della quantità.
    Devono cioè guardare, puntare, e soprattutto coltivare i lettori di qualità, quei lettori che ancora cercano e vogliono opere di Letteratura.
    Dopodichè, l’individuazione dei canali di vendita e delle forme di comunicazione autore-editore-critici-lettori, diventano un fatto secondario di non dificile soluzione soprattutto se usa l’immaginazione nell’uso delle nuove tecnologie.

  10. alberto battaglia scrive:

    Grazie Marco. Se mi consenti una premessa vi ho visto nascere come casa editrice a Belgioioso (PV) tanti anni orsono e poi vi ho aiutati per una mostra dalla Carla Sozzani sulla beat generation. Dopo anni in Einaudi ed alla direzione di librerie milanesi sono riapprodato alla consulenza commerciale per alcuni piccoli editori ed il tuo articolo mi ha convinto nel sostenere con ancora maggiore attenzione le proposte che da tempo rivolgo agli editori con cui lavoro. Mi piacerebbe approfondire questi temi non per spicciola invadenza o intellettualismo sciocco ma solo perchè la grande bolla di sapone dell’editoria italiana penso sia prossima allo scoppio e vorrei si potesse salvare quel tanto di positivo che anora viene sommessamente prodotto. Mi piacerebbe poter essere d’aiuto in questo percorso. Ciao e grazie ancora A presto.

  11. maurizio montanari scrive:

    Sono colpito dalla bellezza dell’articolo, nonchè dal suo spessore.
    Ma è merce rara.
    Molti sanno che chi, come me, sceglie di pubblicare, sovente si trova a nuotare in un mare di squali.
    La opera prima l’ho dovuta pagare, e qua ci sta.
    L’editore ha pagato con i mie soldi la stampa, dopodichè si è disinteressato del libro.
    Ho provveduto io, città per città, regione per regione, a parlarne e intavolare tavole ( è un testo di psicoanalisi applicata).

  12. Scusate, è partito un invio..

    Sono colpito dalla bellezza dell’articolo, nonchè dal suo spessore.
    Ma è merce rara.
    Molti sanno che chi, come me, sceglie di pubblicare, sovente si trova a nuotare in un mare di squali.
    La opera prima l’ho dovuta pagare, e qua ci sta.
    L’editore ha pagato con i mie soldi la stampa, dopodichè si è disinteressato del libro.
    Ho provveduto io, città per città, regione per regione, a parlarne e intavolare tavole ( è un testo di psicoanalisi applicata). Dopo le vendite, lui è scomparso.
    Non ha mai inviato alcun resoconto vendite, ha cambiato sede. Ha cessato di rispondere al telefono.
    Ho dovuto allora , per vie legali, fare causa.
    Dopo 2 anni l’ho vinta.
    Lui ha pagato pochi euro, dopdichè, ha smesso i pagamenti

    I piccoli editori sono anche questo

    Maurizioi

  13. DaniMat scrive:

    Marco,
    sarò franca e spietata: gli editori in primis devono parlare con gli scrittori, e ancor meglio ascoltarli per costruire con ciascuno di loro progetti fondati su quella straordinaria azione artistica e civile che e’ ciascun singolo libro. Parlare con tutti gli altri, che sono succedanei, nella ‘gerarchia’ editoriale può venire solo dopo. Parlare con gli autori e ripeto ascoltarli soprattutto e’ la via più breve e sicura di un contatto col lettore – viceversa il lettore si disperderà nelle acque alte del temibile mare editoriale e si estinguerà (non come individuo ma come specie pregiatissima e per nulla passiva nel processo scrittore-opera-libro. Nel marasma generale mi pare che intanto stia sparendo l’autore a vantaggio dell’automa.

  14. DaniMat scrive:

    … acque del mercato editoriale, meglio che mare editoriale…

  15. marcocassini scrive:

    rispondo, in maniera sintetica, ad alcuni dei commenti. iniziamo dalla fine:

    @danimat: ovviamente do per scontato che l’editore abbia un dialogo costante con i suoi autori; come scrivevo all’inizio del mio intervento, queste sono considerazione limitate all’ambito “commerciale” dell’editoria, ossia agli aspetti della vendita dei libri (non della loro ideazione, ricerca, selezione, scrittura, traduzione, editing ecc), e di come questi, o alcune deformazioni di questi e del mercato, finiscano spesso per irretire gli editori. il rapporto fra editore e autori (ma anche traduttori, editor, critici, grafici, redattori, illustratori e così via) è alla base stessa del lavoro di un editore, perché da lì nascono le idee.

    @lorenzo tondi:
    scrivi nel tuo intervento (“la cultura è un prodotto, trattiamola come tale”) che io avrei detto (copio e incollo) “in sostanza le piccole librerie, le case editrici indipendenti e gli autori emergenti sarebbero in difficoltà perchè si stampano e si vendono troppi libri brutti”. preciso di non aver mai parlato di libri belli o libri brutti (ne ha parlato caso mai luca sofri riprendendo il mio intervento). il discorso è assai più complesso, e mi sono limitato a osservare alcune regole che vengono imposte dal mercato (iperproduzione, semplificazione dei paratesti, omologazione dei prodotti culturali, non solo nella loro confezione ma, ahimè, addirittura nei loro contenuti) che a mio avviso sono una “stortura” a cui noi editori ci stiamo adattando. fra queste, la stortura massima di una concentrazione in pochi soggetti di tutta la filiera del libro (distribuzione, catene librarie, case editrici, franchising, logistica e così via). è chiaro che non si può non tenere conto dell’incipiente rivoluzione del mercato data dalla presenza del libro digitale; ma si tratta di altro argomento e io mi sono soffermato solo su un aspetto del mercato, e cioè la vendita dei libri nelle librerie “tradizionali”. per me, peraltro, lo dico per inciso, quella che a te, e a molti altri, sembra essere una gran democratizzazione della cultura, ossia l’abbattimento di alcuni passaggi grazie appunto all’opportunità di autopubblicarsi in forma digitale (senza quindi più la “necessità”, in primis, del ruolo dell’editore e del ruolo del libraio) presenta invece un rischio in sé. non ci sono più filtri, e se già oggi un lettore che frequenta le librerie tradizionali ha vita difficile a muoversi fra le 150 novità librarie che vengono pubblicate ogni giorno (e sì che c’è stato un filtro attuato appunto da editori e da librai) senza alcun passaggio intermedio quei libri (in rete) diventeranno 1.500, o 15.000 ogni ventiquattro ore. infatti non a caso dicevo che “il mio libro non è ilmiolibro”.

    @maurizio montanari: il discorso dell’editoria a pagamento è, come quello dell’editoria digitale, tutt’altro discorso dal mio in questo frangente. mi permetto solo di commentare che quando scrivi “La opera prima l’ho dovuta pagare, e qua ci sta” non sono d’accordo. secondo me, non ci sta. un editore è un imprenditore, è lui che rischia, mentre lo scrittore scrive. l’editore a pagamento non rischia nulla, e pertanto non rientra nella categoria. ma nel mondo dell’editoria digitale preconizzato da lorenzo tondi e tanti altri, e dal sito ilmiolibro.it, succederà esattamente questo: se sparisce l’editore, l’autore diventa editore di se stesso, è lui a dover investire, non c’è filtro, non c’è editing, non c’è ufficio stampa, non c’è altro che autopromozione. che va bene, per carità: non dico che non abbia diritto di esistere un’operazione di questo tipo (sarà una versione appena differente di un blog), ma non è editoria.

    @mazingazeta: è vero i prezzi sono aumentati (non di tutti i libri e non di tutti gli editori, ma nella media sì) e questo dipende da cosa (oltre che dall’inflazione, dall’aumento dei costi di materie prime, benzina, trasporti, ecc)? principalmente da uno dei mali cui ho accennato: la corsa agli sconti. si aumenta il prezzo del libro del 30% per poterlo poi vendere con lo sconto del 30%. basta guardare quanto costano oggi i tascabili delle due collane gemelle lanciate dai due grandi gruppi mondadori e rcs: 13 euro. è il prezzo medio di un libro nuovo (con bandelle, rilegato a filo refe, alla sua prima e non alla sua ennesima edizione ecc) della mia come di molte altre case editrici.

  16. CLAUDIA NARDUZZI scrive:

    SALVE,
    APPOGGIO LE SUE CONSIDERAZIONI. L’UNICA COSA CHE SENTO DI DIRE E’ CHE IL MONDO DEGLI EDITORI IN QUESTA IPERPRODUZIONE FA FATICA AD ESSERE INDIVIDUATO E CONOSCIUTO. TROPPI EDITORI, TROPPE ETICHETTE, GENERANO CONFUSIONE E POCA CONOSCENZA DA PARTE DEL PUBBLICO. ALLORA VISTO CHE I LETTORI NON SONO NE’ PIGRI NE’ IGNORANTI, PERCHE’ NON FARE QUALCOSA DI PIU’ PER LORO? LE LIBRERIE COME CASE, GLI EDITORI CHE STRINGONO MANI E SI FANNO DARE DEL TU, I LIBRAI CHE RIACQUISTANO IL LORO RUOLO… LE DISTANZE SI ANNULLANO, I RAPPORTI SI SEMPLIFICANO E I LIBRI CORRONO. MENO RUOLI E TITOLI ALTISONANTI. PIU’ UMILTA’ E SEMPLICITA’. PERCHE’ TUTTI GLI EDITORI NON SCENDONO IN PIAZZA CON LIBRAI E LETTORI? GIROTONDI DI LETTURA?
    SALUTI.

  17. Massimo Citi scrive:

    Soltanto una breve nota.
    Sono libraio indipendente da più di trent’anni, direttore di una lìbreria universitaria con un’ampia sezione di letteratura. Da un paio d’anni a questa parte ho drasticamente ridotto la sezione della letteratura. Ho chiuso il conto con Mondadori e Rizzoli, mi servo dai grossisti e continuo a lavorare con le Messaggerie per semplici motivi di adozioni in campo scientifico. Ho in qualche modo risolto il problema della sovrapproduzione passando dall’avere a magazzino 20-25 mila titoli ai 5-7 mila attuali. Ho salvato la libreria ma mi domando per quanto tempo l’editoria maggiore – maggiore esclusivamente da un punto di vista quantitativo – continuerà a proporre titoli e autori autosimili come tanti frattali letterari. I lettori appaiono decisamente stanchi di questo genere di editoria ma i nuovi titoli vengono scelti seguendo criteri esclusivamente extraletterari (ovvero economici) e spinti per mezzo di sconti e promozioni. Personalmente ho chiuso con le promozioni e tengo in vetrina libri scelti personalmente, anche se non so quanto durerà. Le librerie di catena determinano di fatto l’offerta e le condizioni di acquisto. Se un editore volesse ribellarsi dovrebbe preoccuparsi per prima cosa di porre un limite allo sconto da lui praticato, con ciò definendo anche quello praticabile alle librerie di catena e alle grandi superfici. Sinceramente non credo che minimum fax e altri medi e piccoli editori – che pure stimo e non poco – possano decidere di autolimitare la propria distribuzione o pretendere di collaborare con direttori e non con buyer più o meno universali. Sinceramente credo che sia inutile discutere di editoria senza prima affrontare il tema della distribuzione. E affrontare il tema della distribuzione significa in primo luogo stabilire lo sconto massimo che un punto vendita può praticare. Chiusa la partita «sconti» sarà poi possibile discutere di autori, scelta di novità, sperimentazioni e lettura. E, magari, anche della struttura del prezzo del libro, evitando di creare prezzi gonfiati in grado comunqie di fornire margini decenti anche praticando sconti assolutamente dissennati. Se non arriveremo a una legge sul prezzo del libro decente (e a una conseguente moratoria sui prezzi) questo non significherà la morte del libro, certo, ma sposterà gradualmente l’interesse dei lettori verso il libro elettronico e il libro autodistribuito, dove, come abbiamo visto, Amazon books ha una lunghissima esperienza.
    Al 99% penso che andrà così, ma auguro a te e a tutti gli editori – quelli veri – che quanto ho detto sia assolutamente falso.

  18. Daniela Negri scrive:

    Gentile Cassini, sono stata immensamente felice di leggere l’articolo qui sopra riportato. Sono assolutamente nauseata dalla montagna di carta stampata, spesso di alcun valore, che trovo sugli scaffali delle librerie. E basta anche con quella che è vera immondizia spacciata per letteratura. Ho una Laurea in Lettere e mi occupo di Analisi del Testo. Leggo, per lavoro, tanti romanzi e rimango sbalordita dagli errori che molti di questi contengono. Non ne posso più di trovare passaggi sbagliati, ripetizioni, incongruenze, uniti ad altre, chiamiamole così, sviste di natura verbale, grammaticale o sintattica.
    Sono decisamente convinta che si debbano pubblicare meno testi ma di qualità. Sono altresì convinta che autori (?) come Faletti, Avallone, Bignardi, Archetti, Desiati, Veladiano (l’elenco è lunghissimo) non dovrebbero trovarsi in nessuna libreria poiché la loro non è scrittura, ma solo assemblaggio, e assai disorganizzato, di parole. Grazie.
    Daniela Negri

  19. Simone Ghelli scrive:

    “Nell’antichità era il lettore che cercava il libro, mentre oggi il rapporto si è invertito: il libro cerca il lettore.”

    Lo scriveva Luciano Bianciardi nel 1957, il libro è “Il lavoro culturale”.
    Nello stesso testo si parlava già anche del fatto che tutti volessero scrivere, pubblicare il loro libro (ma poi ai dibattiti, ad ascoltare, non ci voleva stare nessuno: come nell’incontro sui pellirossa, quando i due relatori milanesi scappano via perché devono lavorare).

    Sono passati più di cinquant’anni e le proporzioni si sono indubbiamente moltiplicate.
    Il concetto di decrescita è bello e per certi versi necessario, ma presuppone un orizzonte senz’altro più ampio di quello che comprende l’editoria. Presupporrebbe soprattutto la disponibilità a rinunciare a qualcosa di quel tanto a cui ci siamo tutti quanti abituati.

  20. carmelo scrive:

    Nausea e disgusto di fronte all’immonda serie infinita di libri banali, inutili, pretenziosi, che non valgono la carta in cui sono stati stampati.
    Emblema di un tempo in cui tutti sono presi dalla mania di scrivere e pochi si prendono la briga di leggere.
    il paradosso alla fine è che, i lettori finiscono, per evitare di sprecare tempo e soldi nella scelta impossibile tra unop sterminato numero di libri la maggior parte dei quali è spazzatura sin dal loro concepimento, con limitare le loro scelte agli autori di sicuro valore, sopravvissuti nel tempo e, guarda caso, il più delle volte pubblicati dalle grandi case editrici.

  21. Larry Massino scrive:

    Non potrebbe essere che la svalorizzazione del prodotto letterario medio è il prezzo da pagare alla sempre maggiore alfabetizzazione, secondo l’efficace slogan PIU’ ENUNCIATI PER TUTTI? Non potrebbe essere che gli editori, nelle nostre società per fortuna corrotte anche dal basso, hanno il compito di fare da collante sociale, appagando la vanità di milioni di scriventi che altrimenti sarebbero repressi e sfogherebbero la loro rabbia a danno della società stessa, facendo danni più gravi di inquinare la poesia e la prosa del paese? Non potrebbe essere che gli editori non hanno mai avuto il compito di occuparsi di evoluzione estetica, che invece spetta agli artisti, a prescindere dai riconoscimenti del sistema industriale editoriale del loro tempo? Non potrebbe essere soltanto che ci stiamo occupando di un equivoco, quello di un mercato che oltre a fare il mercato, quindi soldi, pretende di assegnare patenti di artisticità? Insomma, quando mai è successo che gli artisti importanti fossero anche i più venduti e i più centrali nel dibattito? Mi scuso per il poco ottimismo, ma penso non sia affatto scontato che pubblicare di meno corrisponderà all’aumento di qualità letteraria dei libri.

    Vi racconto un fatto. Una volta ho rischiato di dover lavorare. C’era un tipo che gli stavo simpatico. Faceva l’editore, in società con un vecchio industriale molto colto, che faceva a volte incazzare per la sua rigidità, perché riteneva immorale che l’azienda facesse così tanti investimenti e così pochi profitti. Il tipo amico mio, prima di cominciare a guadagnare a carriole, rendendo finalmente quieto il socio finanziatore, comprò i diritti di tanti e tanti autori raffinati che vendevano poco, ma vendevano tutti gli anni, a differenza dei grandi titoli, che vendevano molto solo nel loro momento di grande fortuna (quasi sempre). Un giorno il tipo amico mio mi confessò che se il socio finanziatore avesse voluto ingrandirsi e dividersi da lui, per liquidazione avrebbe chiesto solo il catalogo degli autori raffinati, che costituivano una vera rendita sicura, come era una volta coi titoli di Stato.

  22. Raffaella Raponi scrive:

    mi trovo d’accordo con la sua proposta, una versione di “architettura democratica” o di “banca etica” nel settore editoria, più qualità e meno quantità, si tratta di coinvolgere i lettori in modo da poter scegliere i libri e le case editrici più virtuosi in questo senso. Raffaella_Velletri

  23. mazingazeta scrive:

    La soluzione del dilemma non si trova nè sulla quantità nè nella qualità, aspetti pertinenti ad ogni casa editrice, ma specificatamente nella distribuzione. Creare delle cooperative con quote suddivise egualmente per statuto e ad esse affidare la promozione di tutti i libri pubblicati ha senso ?

  24. Condivido in pieno e l’idea della decrescita felice applicata all’editoria mi piace moltissimo. Da piccolo libraio indipendente che cerca di leggere tutte le novita´che propone ai clienti, non e´altro che applicare all’editoria le buone pratiche delle librerie (quelle vere, non quelle dove trovi all’entrata le pile di libri della classifica di vendite).
    Ma questo articolo di Cassini mi piace anche perche’ questi signori della Minimum Fax dalle parole passano ai fatti in modo molto rapido e risoluto: sentire queste parole ora mi fa ben sperare per il futuro e che la loro nuova avventura editoriale SUR sia presa come esempio di vera alternativa editoriale in Italia.

  25. Dario Zampolli scrive:

    Gentile Cassini, sono a confermare in parte quanto da lei scritto nell’articolo e ringraziare anche la professoressa Daniela Negri, carissima persona che conosco bene, apprezzo e stimo per la sua professionalità.
    Io credo sia una questione più di domanda e offerta che di altro. Lei scrive, facendo riferimento anche a quella può essere la “televisione spazzatura”, che il mercato ha maggior sviluppo di mole di vendita verso alcuni tipi di letteratura che, come la definisce giustamente la professoressa Daniela, “è vera immondizia spacciata per letteratura”. Io credo che, a volte, le scelte verso certa letteratura avvengano non per volontà ma per mancanza di alternative. Che cosa significa? Ora mi spiego. Stasera ritorno a casa e ho voglia di farmi un bel piatto di spaghetti alla bolognese, bermi un buon bicchiere di lambrusco amabile rosso sempre emiliano e sedermi per guardare un bel film. Arrivato a casa mi accorgo di non avere gli spaghetti e, volendo la pasta, metto a bollire le penne (pasta non idonea per la bolognese ma mi accontento). Nel frigorifero non ho il macinato fresco ma solo una scatoletta di tonno. Mi accontento e faccio le penne al tonno perché non ho alternativa e non perché ho fatto una scelta. Anche per il lambrusco succede la stessa cosa. Non so come possa essersi “infiltrato” in casa ma ho uno dei tanti vini in cartone (non faccio nomi di marche anche perché ho vergogna), vini che, come disse un mio amico, vengono prodotti e sono commercializzati da “fabbriche” in cui non è mai entrato un chicco d’uva ma da cui ogni giorno escono decine di autoarticolati pieni di “vino”. Se voglio bere un, scusate il termine, vino apro questo con disgusto. In televisione non trasmettono nulla di decente e allora, siccome voglio distrarmi davanti al televisore, guardo un qualsiasi programma “spazzatura”.
    Conclusione della serata? Ho mangiato sì una pasta ma non quella che ho scelto o che volevo mangiare. Ho bevuto sì un vinaccio improponibile ma non è stata una scelta voluta ma solo un ripiego obbligato. Ho guardato sì un programma televisivo scadente ma anche in questo caso non è stato per volontà ma per mancanza di alternativa. Una persona che mi vede mangiare, bere e guardare un certo tipo di programma televisivo potrebbe pensare che ho fatto delle scelte precise e che il mercato potrebbe tendere in questa direzione ma chi conosce gli antefatti capisce che non vi è un “trend” di mercato direzionato. La stessa cosa vale per alcuni libri. Se entro in una libreria per comprare un libro per trascorrere qualche oretta piacevole e trovo solo “spazzatura”, mal scritta e disorganizzata, ma ho voglia di leggere qualcosa, può essere che la compro. La tiratura alta può essere dettata anche da questi fattori.
    Grazie. Dario Zampolli.

  26. Luigi B. scrive:

    Qui una “lettera aperta” con alcune domande a qualche modesta proposta.

    http://www.poesia2punto0.com/2011/07/20/signore-e-signori-l%e2%80%99editoria-%e2%80%93-lettera-aperta-agli-editori/

  27. Luigi B. scrive:

    Una lettera aperta*

    Caro Marco Cassini
    Cari editori

    è da qualche settimana, ormai, che le pagine di vari quotidiani nazionali e siti web di una certa rilevanza vanno dando spazio ad un interessante dibattito sul futuro dell’editoria italiana, dal quale si spera giungano proposte concrete in grado di formulare i criteri di base per quella svolta percepita da molti come necessaria.

    Galeotto fu il post e chi lo scrisse: tutto ebbe inizio con un intervento di Simone Barillari, pubblicato a fine giugno su minima&moralia, il quale rivolgeva un appello a tutti gli editori affinché si impegnassero di più e più seriamente nel «concentrare i piani editoriali sui libri in cui crediamo veramente e strenuamente, che vogliamo non solo proporre ma imporre all’attenzione dei lettori»; nel provare a «spostare, con una campagna di sensibilizzazione nazionale, il fattore discriminante della competizione editoriale dalla quantità alla qualità dei libri, […] ad annunciare, anche e soprattutto al pubblico dei lettori, che intendiamo pubblicare meno per pubblicare meglio […] a opporci, con ancora più determinazione di quanto abbiamo fatto finora, al fatto che le case editrici in cui lavoriamo debbano essere anche, sempre più, dei librifici».

    Il discorso non fa una piega. Però: non dovrebbe essere già così, naturalmente? Non dovrebbero essere queste le regole di base consustanziali al mestiere di editore, piuttosto che elevati obiettivi da raggiungere?
    A quanto pare, no: i numeri del rapporto 2010 dell’AIE sullo stato dell’editoria in Italia ci dicono il contrario; numeri che – a suo dire, caro Cassini – sono il risultato di una errata e spesso controproducente politica editoriale che, saltando a piè pari la figura del lettore, ha fatto del mercato il suo principale interlocutore.

    Ho molto apprezzato la sua presa di coscienza e la sua coraggiosa assunzione di responsabilità che mi fanno ben sperare, come anche mi sembra portatore di un sano cambiamento il dibattito, tutt’ora in corso, che vede coinvolti numerosi piccoli, medi e grandi editori che si sono espressi sulle colonne di varie testate giornalistiche e sulle pagine di numerosi siti internet (tra cui Lipperatura e Affaritaliani.it).

    Però, cari editori, perché il dibattito diventi realmente terreno fertile per nuove e concrete possibilità, è necessario che non ci si limiti a far di conto, tirando somme, sfornando percentuali, elencando il numero di novità dell’anno in corso e sciorinando quote di mercato.
    L’impressione che ho, infatti, è che si sia passati da un discorso del mercato o nel mercato ad uno sul mercato. Ma non si era detto che è necessario «riconquistare proprio la centralità del rapporto (mediato o immediato che sia) fra l’editore e il lettore»? Certo, la presa di coscienza è già un passo significativo. Però questo è uno di quei casi in cui invertendo l’ordine dei fattori, il risultato non cambia.
    Ora, lungi da me l’obiettivo di un intervento destruens (siamo solitamente tutti molto bravi nel criticare), sento tuttavia la necessità – da lettore – di riportare il discorso su una linea più vicina a quella da cui si era partiti, e dalla quale mi pare ci si sia allontanati troppo rapidamente, col rischio di far sembrare il passo verso il lettore una mossa retorica per introdurre un discorso che parla d’altro e ad altri si rivolge.

    Premetto che anch’io ritengo particolarmente auspicabile un processo di decrescita delle pubblicazioni: 7 mila case editrici che pubblicano 60 mila nuovi titoli all’anno (160 al giorno) sono davvero una enormità, soprattutto considerando il basso numero di lettori nel nostro Paese. Tuttavia, non credo che la decrescita sia la soluzione; almeno, non quella (e non certamente l’unica) in grado di ricostruire il rapporto con il lettore.

    In più, è di vitale importanza stabilire la o le modalità di tale decrescita: in che modo si intende abbassare i ritmi delle pubblicazioni a livelli più umani? A spese di chi (scrittori esordienti, di nicchia) o di cosa (poesia, saggistica, filosofia, teatro)? Chi decide il tetto massimo? Con quali criteri? Chi stabilisce i criteri di scelta e valutazione delle opere pubblicabili? I TQ (da cui è partito l’appello) sono degli intellettuali coscenziosi e pragmatici, o sono una nuova lobby di scrittori che sta cercando di imporre la formazione di un contesto più selettivo e meno competitivo, su misura, che contribuisca in qualche modo a maggiori possibilità di successo? (Questa è una allusione un po’ cattiva ma, credo, scontatamente legittima).

    La faccenda si complica ulteriormente se si tiene in considerazione che non tutto può essere letto (dell’edito, figuriamoci dell’inedito che vive nei cassetti!) e che il best-seller (inteso come il buon libro che arriva a tutti) è un risultato il cui raggiungimento è subordinato ad un numero elevatissimo di circostanze e coincidenze spesso slegate dall’impegno degli scrittori e dalla buona volontà degli editori e dei loro collaboratori – l’aleatorietà di tale risultato si intuisce anche dagli interventi dei vari editori sul tema.

    Insomma, scegliere la strada della decrescita, oltre a rappresentare una soluzione insufficiente rispetto all’obiettivo che ci si è posti, non è cosa semplice e presuppone una grandissima responsabilità nei confronti dei lettori, degli scrittori e, soprattutto, della letteratura. Ciò non vuol dire che un avvicinamento al lettore non sia possibile.

    Se l’idealismo (non privo di pragmatismo) di cui è impregnato il dibattito a cui stiamo assistendo è sincero; se l’obiettivo della nuova editoria che verrà è davvero quello di restituire il lettore al suo ruolo di interlocutore; se tutti questi grandi discorsi non sono solo una manfrina leziosa dietro la quale si nasconde il desiderio di allontanarsi dal mercato per dominare il mercato; se la proposta di abbassare i ritmi di pubblicazione non rappresenta la mera introduzione di una nuova regola di mercato che parifichi le opportunità; se tutto quanto state (e stiamo) discutendo deriva dal desiderio vero di recuperare il ruolo culturale dell’editoria in un Paese, allora le cose che si possono fare mentre si decidono i termini ed i criteri di una eventuale decrescita sono innumerevoli.

    Per esempio, si potrebbe costituire una associazione di editori e lettori, con sottoscrizione annuale a pagamento, attraverso cui realizzare un fondo che finanzi poche ma importanti e ben strutturate occasioni di dibattito culturale, in grado, magari, di fornire la Nazione di quegli elementi di progettualità di cui tanto ha bisogno.

    Oppure, si potrebbe pensare a formule di abbonamento alle singole case editrici o a gruppi di case editrici che offrano ai lettori, oltre al diritto ad uno sconto sul prezzo dei libri e qualche “premio fedeltà”, la possibilità di venire coinvolti in momenti di riflessione e di scambio attraverso incontri, workshops etc. Magari, si potrebbe destinare parte degli introiti derivanti dagli abbonamenti ad una borsa di studio che finanzi una delle numerose attività proposte da Giordano Tedoldi nel suo intervento su minima&moralia del 14 luglio scorso.

    Si potrebbe, per esempio, considerare la possibilità di definire nuove formule contrattuali per gli autori che, invece di stabilire i termini della loro produttività – spesso causa principale di noiose trilogie nel migliore dei casi e, nel peggiore, di romanzi mediocri –, li coinvolgano maggiormente e più da vicino nei processi di promozione delle loro opere (possibilmente più strutturati e progettuali di un “reading”).

    Anche, ci si potrebbe impegnare nella costruzione di una rete solida di editori attivi sul territorio, capace di ripensare l’utilizzo degli spazi pubblici urbani (piazze, metropolitane, parchi, autobus) ed istituzionali (scuole, università, biblioteche) e di rivalutare la figura dei librai come anello di congiunzione tra le varie figure che abitano il quartiere.

    Questi sono solo alcuni esempi di iniziative, progetti e idee che possono contribuire ad accorciare le distanze con il lettore, rendendo un servizio culturale a 360º alla propia comunità senza per questo dimenticare il mercato.

    Cari editori, sicuramente molte delle proposte qui elencate non vi risulteranno nuove, ad altre ci avrete già pensato, mentre alcune saranno impraticabili o già esperienze consolidate da tempo. Sia come sia, la cosa mi interessa molto poco: non era mia intenzione insegnarvi il mestiere di editore in quattro parole. Ciò che invece mi preme farvi sapere è che se davvero volete un lettore più vicino è necesario che lo tiriate fuori dalle statistiche e che smettiate di rivolgervi a lui in termini di numeri di copie vendute. Se volete davvero che il lettore diventi il vostro interlocutore non dovete far altro che parlargli: vi risponderà, ne sono certo.

    Con sincera stima

    Luigi Bosco

    *Breve nota a margine: questa mia vuole essere un tentativo per suggerire al mondo editoriale (serio), forse ingiustamente, di riempire il vuoto istituzionale in ambito culturale con una o più azioni caratterizzate soprattutto da progettualità a lungo termine. Non mi aspetto che ciò accada prsto e gratuitamente: gli editori sono pur sempre dei privati imprenditori. Però personalmente pagarei 1, 10, 100 abbonamenti (o quello che vi pare) se ciò potesse servire in qualche modo alla formazione della “futura classe dirigente”. Ci sono molti modi per combattere l’uniformismo della globalizzazione e delle leggi del mercato: fare comunità. Ma quanto è difficile…

  28. wif scrive:

    In un recente articoletto sul corsera Berardinelli (a proposito della poesia- ma la il concetto è ben valido per tutta la letteratura) diceva “manca la passione per il lettore”. Specialmente in italia si capisce che raramente lo scrittore ha questa passione essenziale. E non trovo giusto decidere tutto senza tenere conto che la passione verso il lettore rende lo scrittore appassionato un buon scrittore e, quasi automaticamente, il lettore appassionato diventa un buon lettore. Trovo idiota affermare che il libro molto letto e amato sia un cattivo libro e altrettanto idiota che un lettore appassionato , sia pure di un libro di largo successo, sia una entità negativa.
    L’unico vero problema nel nostro paese è la bassissima quantità dei lettori. Bisogna aumentare i lettori e tutto cambia.

  29. MAURIZIO PAOLANTONI scrive:

    Buonasera, scrivo da un osservatorio privilegiato. Lavoro da oltre venti anni per una famosa catena di librerie (con interessi anche nella distribuzione, nel franchising ecc.) e sono pienamente d’accordo con Marco Cassini. Ridurre il numero di pubblicazioni si può, non è accettabile il concetto di massimizzazione esposto qualche giorno fa da Gian Arturo Ferrari su Repubblica. I modi per limare la quantità di libri in uscita possono essere diversi, ma credo che sia necessario, per un editore medio-piccolo, trovare o addirittura creare un altro pubblico. Sono convinto che sopravviva ancora una pattuglia tenace di lettori che non guarda il bollino dello sconto ma cerca comunque un’ ispirazione, un contenuto, insomma un libro e non un prodotto. A loro, pur tra mille difficoltà, ci si può rivolgere semplicemente mantenendo la propria identità e la propria indipendenza, senza la necessità di inseguire un mercato distratto e pilotato. In questo scenario complesso si possono però trovare spazi inconsueti, magari contando sull’aiuto di lettori critici e librai attenti: ma sarà da una revisione delle dinamiche editoriali che nascerà il cambiamento ed una diminuzione della produzione è da salutare come una grande iniziativa.
    Grazie per l’attenzione.

  30. Boris Borgato scrive:

    è un discorso bellissimo, quasi da piangere e commuoversi. Ma un attimo, in tutto questo santume di decrescita e cultura, come si colloca questo:

    http://www.minimumfax.com/corsi/scheda_corso/11

    E i corsi per diventare editori, e scrittori, etc.. etc…

    Dai chiamiamolo Marketing, sia quanto scritto sopra, che i corsi effettuati, e usciamo dal recinto dei santi.

  31. marcocassini scrive:

    boris, non sono certo di aver capito bene il tuo discorso, ma se come credo è una critica al fatto che organizziamo corsi di editoria e di scrittura, forse manca un pezzo alla tua critica, perché non vedo cosa ci sia di male. non siamo certo gli unici a proporre corsi, né tanto meno gli unici fra gli editori (da mondadori in giù sono molte le case editrici che ne fanno).
    non abbiamo mai chiesto (né agognato) un’aureola, ma non sarà certo per questo (magari per altro) che ci spunterà la coda diavolesca.

  32. Luca De Fiore scrive:

    (vedo che già è apparso il link al commento postato su dottprof.com/ ma ecco in poche parole il mio punto di vista)

    confronto molto interessante, soprattutto se fossimo capaci di cogliere l’invito di Cassini a guardare criticamente anche al nostro lavoro.
    1. decrescita: a mio parere (quasi) impossibile, per editori cronicamente in difficoltà di cash flow e considerato un mercato che, anche quando è attento, ha comunque una modesta disponibilità a spendere.
    2. originalità: probabilmente è una delle chiavi per riprendere la visibilità che qualcuno ha perso.
    3. cambiamento delle dinamiche della filiera editoriale: difficile. Piuttosto, inventiamo/sperimentiamo modi con-vincenti per fare del web un alleato più prezioso, per recuperare il ruolo editoriale come mediazione tra produzione e fruizione di cultura.

    Qui sta il punto. L’editore è un mestiere artigianale di intermediazione, di persuasione. Ma anche di dissuasione: quindi, non solo corsi per formare editori o per insegnare a scrivere, ma anche corsi per suggerire altre strade, per orientare verso altre (e non meno nobili) forme di comunicazione: blog, seminari, immagini, video.
    Affianchiamo alla Holden un’altra scuola. La Scuola Bartleby: il corso che potrebbe formare ragazzi che – alle domande vuoi scrivere? vuoi pubblicare? – siano capaci di rispondere: Grazie. Preferirei di no.

  33. carmelo scrive:

    senza voler fare nessuna polemica, considero il punto di vista di Luca De Fiore il decalogo di ciò che NON DOVREBBE ESSERE UNA EDITORIA DI QUALITA’.

    La logica che sottindende è quella mercantile:
    domanda scarsa, ciclo del prodotto breve (tipico dei libri usa e getta), ergo aumentiamo il catalogo a dismisura per acchiappare dove capita.

    La preoccupazione è tutta mirata a sfornare “scrittori”.
    Il risultato è che tutti “scrivano” (scribacchiano) e nessuno LEGGE.

    Questo tipo di editoria non interessa i lettori di qualità, i quali sono (e mi fa paicere che i pochi che sono intervenuti avvertono lo stesso disagio) nauseati da quesa immonda quantità di libri.
    Se le piccole case editrici vogliono scimmiottare le grandi, puntando ai consumatori offrendo loro un prodotto di consumo, sono belle che fottute.
    Io faccio una semplice domanda: quanti dei libri (decine di migliaia) pubblicati due anni fa valgono ancora più della carta usata per essere scritti?

    In questo paese c’e’ un nucleo non grande (facciamolo crescere!) di scrittori di qualità, che tra l’altro alzano le medie statistiche, che vogliono, esigono letetratura di qualità, editori di qualità critici di qualità.

    questo e non altro deve essere il target di quei editori che hanno a cuore la letetratura.
    faccio un esempio:
    l’iniziativa SUR. Sono stati annunciati e proposti una decina di titoli
    l’iniziativa è affiancata da un blog crtitico molto utile e inetresante
    per quanto mi riguarda ho gia’ prenotato quei libri e ho versato i soldini .

  34. Ldf scrive:

    Temo di non essermi riuscito a spiegare. Forse poco male. Comunque, di sicuro non era un decalogo. Pubblicare meno libri? Magari. A poterlo fare, pero’. I primi a riflettere devono essere gli aspiranti autori (anche questo dicevo). Punto.
    (comunque, “immonda” non puo’ essere la quantita’, bensi’ la qualita’)

  35. carmelo scrive:

    Per l’appunto caro ldf, gli aspiranti “autori” proliferano come i funghi dei Nebrodi a settembre, più ne cogli più ne spuntano. Autori?
    scribacchini che farebbero bene a impegare il loro tempo a leggere.

    La quantità ha un grande difetto: confonde e nasconde la qualità!

    Il problema oggi, il problema di tutti direi, è quello di imparare a frugare tar la spazzatura

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