Alcuni appunti su Natura come cura

di Linnio Accorroni

Il format rigido della recensione, il numero di battute che, per esigenze di spazio, viene imposto a chi collabora, può suonare talvolta come una specie di diktat quasi grottesco di fronte a certi libri. Così è anche per questo Natura come cura di Richard Mabey; Einaudi, 2010. L’autore è un botanico e scrittore che in Inghilterra tiene rubriche seguitissime su varie riviste e alla BBC. Questo libro, fra l’altro, è anche la cronaca della sua guarigione da una terribile depressione piombatagli addosso dopo il successo del suo monumentale Flora britannica; secondo il Times, una fra le migliori guide naturalistiche mai pubblicate.

Chi legge cosa. Si sa che lo stesso libro, in lettori diversi, può suscitare reazioni estreme e dissonanti: per esempio, Augusto Romano in una recensione del libro di Mabey apparsa su Tuttolibri del 13 marzo scorso, ha rinvenuto in quest’opera una specie di paccottiglia indigesta, una stucchevole riproposizione di ismi logori e stantii: «Romanticismo, utopismo, pacifismo programmatico, vitalismo, con qualche sfumatura new Age e qualche cascame della controcultura ».
Eppure già dalla prime pagine quel velo che solitamente opacizza la nostra percezione della natura, quel diaframma che ci impedisce la più nitida delle visuali, è come spazzato via da questa scrittura che sorprende per la sua capacità di mettere in empatica connessione i paesaggi e la lingua: «le morbide pieghe e le fughe prospettiche di queste colline, il paesaggio mutevole pieno di sorprese», oppure, più avanti: «Il territorio è una lingua imbastardita, piena di modi di dire locali, neologismi, modi e prestiti, che ogni tanto ci fa una piacevole sorpresa e si lascia leggere».

Alzando la testa, è spettacolo consueto, per chi abita in campagna, a primavera inoltrata, vederle planare compiendo strane orbite e circonvoluzioni. Ma di che cosa parliamo quando parliamo del volo di una rondine? Diecimila chilometri in solitudine, lungo rotte imperscrutabili, depositate nel loro sistema nervoso centrale. I dati del mondo esterno (il salmastro del mare, il profumo della macchia mediterranea, la polvere che sale dai villaggi africani,…) che vanno continuamente confrontati con ciò che è già tracciato nel proprio Dna. La continua interazione fra ciò che già si sa e ciò che invece si apprende volando.

Gravi mancanze del libro: una cartina dei luoghi attraversati da quest’ uomo instabile e ansioso, cerebrale ed istintivo, dilaniato fra la conservazione della memoria e l’abrasione del passato. E poi, perché no, illustrazioni della flora e della fauna che campeggiano come le protagoniste assolute di queste pagine: rondini, pavoncelle, gufi, barbagianni, nibbi, picchi rossi, fagiani,…e poi orchidee, primule, iris,…

I crimini dell’umanità (la deforestazione, l’inquinamento, la perdita della bio-diversità) significano non solo la rinuncia ad ogni retaggio animalesco e vitale, ma anche l’autoesilio dalla bellezza e dalla vitalità del mondo. Come se la nostra arroganza gnoseologica fosse l’incontrovertibile testimonianza di una superiorità, di una autoinvestitura a Re (cialtroni e maldestri) del Mondo, come se le creature e i luoghi debbano piegarsi a noi, ubbidire ai nostri stolti parametri. La follia antropocentrica che è la maschera di una odiosa e nefasta volontà di potenza: la natura trattata alla stregua di una fattoria o di una colonia. Persino l’ideologia ambientalista pare non esente da vizi, da questo punto di vista: in fondo, si tratta solo di ottenere un mondo ricco e pulito perché altrimenti corriamo il rischio di perdere il nostro futuro.

Una delle barriere che più ci separa dal mondo naturale è quella del linguaggio. Ma se ci pensiamo bene, proprio il nostro linguaggio è ancor colmo di metafore che provengono da esso: canto come un usignolo, sono fresco come una rosa, solido come una quercia, dormo come un ghiro, scopo come un riccio, furbo come una volpe,…Più ci allontaniamo dalla natura, più essa continua ad offrirci spunti e similitudini.

Non si capisce bene perché, ma per una stupida convenzione, i libri dedicati alla natura devono essere oggettivi e freddi: l’io che scrive dovrebbe farsi da parte «come se la nostra esperienza del mondo fosse un hobby, un diversivo, magari un evento valutabile solo attraverso la lente oggettiva e distante della scienza». Per Richard Mabey, invece, è illogico separare l’esperienza del mondo e la sua documentazione dalla dimensione dell’io biografico.

C’è poi anche una lunga tradizione che vuole riflessione, immaginazione e scrittura come attività fortemente correlate al mondo naturale: per esempio Thoreau (Il poeta è chi piega i venti e i fiumi al suo servizio, come il contadino a primavera con i rami) o Gary Snyder (Anche altri viventi hanno una loro letteratura. Per i cervi è la traccia odorosa che interpretano con l’arte dell’istinto. Un’antologia di sangue, con gocce di urina, spruzzi di estro, una piccola orma, una grattata contro un alberello, e tutto dura un attimo). Proprio per questo, il ritorno alla natura, alla condizione originaria non deve, come molti asseriscono, indurci ad abbandonare la nostra capacità di riflessione e di elaborazione. Anzi,dovrebbe accadere proprio l’esatto contrario: le nostre abilità culturali (leggere, scrivere, pensare, creare,…) dovrebbero essere il tramite per tornare alla natura e non invece la causa prima da questa fuga da questo Eden che può mutarsi facilmente in Inferno.

Un libro pieno di vie di fuga, di intersezioni, di libere divagazioni: quella sulle pitture rupestri, sulla danza delle gru, sul «richiamo affascinante, arcaico, il vibrato del caprimulgo che riempie l’aria», sulla irriducibile potenza di un tasso secolare,…

Riverberazioni: il mito della prosperità che poggia sulla similitudine del gesto del picchio che scava la terra in cerca di formiche e l’uomo che ara, quello della pioggia sull’analogia tra il picchiare contro il tronco ed il rumore del tuono.

La natura, cioè il lato selvaggio e non addomesticabile del mondo, il profondo enigma della vita, l’esuberante vitalità della creazione, il suo ritmo antico, misterioso, imprevedibile, la possibilità di coglierne risonanze ed epifanie.

E l’isofene cos’è? È la linea immaginaria che unisce i punti in cui, in media, una certa specie fiorisce nello stesso giorno dell’anno. È la linea cioè che segna l’avanzare della primavera, tra zigzag ed oscillazioni, tra falsi allarmi e vera meraviglia.

Forse non lo sapete, ma i corvi sono socialisti.

La smania nomenclatoria (dare un nome a piante ed animali) non è un atto di arroganza, ma è il modo per la costruzione di un rapporto: «Come ti chiami?». John Fowles la pensa in maniera molto diversa: «il nome di un pianta è come il vetro sporco che si frappone fra lei e noi». Ma nominare non significa classificare? Classificare non significa rispettare ed isolare un’individualità, indicare una cosa in un gruppo?

Cartello letto in una casa da Mabey durante una delle sue passeggiate naturalistiche: «Se state seguendo delle farfalle entrate pure nel nostro giardino»

Nessuna esperienza preclusa: il profumo dell’erba riarsa ed il velluto dell’orchidee, il volo elettrico dei pipistrelli ed il bramire di un capriolo, l’affascinante invasione degli insetti (i muri delle case punteggiati da geroglifici viventi come in quadro di Mirò)

La libertà della natura mette al bando anche ogni illusione idilliaca: c’è anche il dolore in questo libro, la tempesta, il crollo delle difese, la consapevolezza della morte: «se fossimo creature che prendono fuoco come aceri in una luminosa giornata d’autunno[…] il nostro atteggiamento verso la morte non sarebbe forse diverso?»

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