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Aldo Busi: la lingua salvata

Pubblichiamo il pezzo su Aldo Busi scritto da Nicola Lagioia per Orwell. Lo facciamo adesso perché domani (come abbiamo appreso leggendo Altriabusi.it) si celebrerà, presso il tribunale di Monza, la seconda udienza del processo in cui Busi dovrà difendersi dall’accusa di aver diffamato Miriam Bartolini, in arte Veronica Lario, ex moglie del capo del governo Silvio Berlusconi.

Questo il capo d’imputazione contestato a Busi (e pubblicato a suo tempo su altriabusi.it): Nel corso della trasmissione televisiva “8 e mezzo” trasmessa dalla emittente “LA 7”, e perciò comunicando con più persone nel corso di un’intervista, offendeva la reputazione di Miriam Bartolini, coniuge di Sivio Berlusconi, in quanto, in risposta alla domanda “di Veronica Lario, cosa pensa?”, rispondeva: “Non ho mai pensato nulla, soltanto mi sembra molto strano che una signora che ha recitato, che è stata nei teatri, che, insomma, non dico colta, ma comunque con un’istruzione piuttosto vasta, mandi una lettera per una storia di possibili corna o tradimenti o minorenni, ecc., e non abbia mai detto nulla sul fatto che a casa Berlusconi c’era un tale Mangano, lo stalliere pluriomicida e mafioso di vaglia che stava lì e che probabilmente ha preso in braccio i suoi bambini… Allora io mi sarei svegliata, magari venti anni prima”. In merito alla separazione tra la querelante e Berlusconi, aggiungeva “Sì ci sono state cose molto più gravi. Cioè a me non sembra una ragione sufficiente per staccarsi da un uomo… No, perché in fondo a una donna fa piacere avere il marito che ogni tanto va fuori dalle palle, va con qualche altra… se piace alle altre donne vuol dire che ha scelto bene”. (Immagine: Danilo De Marco.)

Ogni volta che il nome di Aldo Busi conquista l’onore delle cronache (ultima: la restituzione di 200mila euro a Giunti a seguito della risoluzione di un contratto chiesta dallo scrittore per “manifesta incompatibilità manageriale e fattuale e promozionale tra le parti”, quindi l’accordo con Dalai) è impossibile non ricalcare un pensiero che sentirebbe il dovere di presidiare motu proprio la coscienza di chi si occupa di libri: l’autore di Seminario sulla gioventù è il grande rimosso della letteratura italiana. Più biasimato al di qua degli schermi televisivi che affrontato sulla pagina, e più detestato sul facile piano delle esternazioni che osservato nello specchio sopra cui uno scrittore si rivela (la sua opera), Busi è la dimostrazione di come la società letteraria abbia da queste parti molto di onorato e poco di autenticamente letterario.

Busi non frequenta, non omaggia, non promuove, non ricambia, non firma appelli, frigge l’aria in tv e non di rado manda affanculo a sproposito. Il che dovrebbe essere irrilevante al cospetto degli almeno cinque grandi libri da lui scritti, e di una ventina di cosiddetti minori in grado di portare qualunque letterato in cerca di accettabili prebende a diventare l’eroe dei propri (discretamente) riveriti. Eppure, ai critici questo basta per non occuparsi di ciò che gli eviterebbe lo smacco di essere ricordati per aver lasciato il compito ai colleghi delle generazioni successive. Ai giornalisti culturali è sufficiente il lato folk (di Oscar Wilde guarderebbero il dito che punta il girasole pur di evitare la luna in Salomè) mentre per gli scrittori con la fissa dell’avanzamento sociale è semplicemente un controsenso addentrarsi in Vita standard di un venditore provvisorio di collant annusando sin dall’ingresso una dura aria di palestra in ogni stanza della quale mancano garanzie e automatismi dello scatto di carriera.

Eppure non si tratta solo di questo. La ferita è originaria. Se fosse il personaggio Busi a travisare lo scrittore nella coscienza altrui, il problema non si sarebbe posto quando il suo nome era ancora sconosciuto. L’esordio sarebbe dovuto essere un trionfo. E invece, se si vanno a leggere le prime anemiche recensioni a quella quadratura del cerchio tra misura, libertà e festa della lingua che è ancora Seminario sulla gioventù, si coglie tutto l’analfabetismo di ritorno che in Italia non di rado aggredisce chi si occupa professionalmente di leggere e riferire. Ma “di ritorno” da che? Dal mancato incontro con una lingua finalmente salvata.

Il più squillante e splendido what if che sorge dalle pagine migliori di Aldo Busi è infatti: cosa sarebbe accaduto alla lingua italiana (cioè a tutti noi) se a un certo punto avesse imboccato la via di Boccaccio anziché quella del Petrarca, se avesse conservato la sua forza materica e la sua viva complessità, libera dalla padronalità curiale, poi leguleia, poi accademica, poi ministeriale, infine televisiva e dunque non più la biografia del popolo che avrebbe potuto essere ma il guaito delle plebi di ogni censo e condominio sociale? Non è un caso che Busi consideri una grande occasione mancata la messa al bando della Bibbia di Diodati nel Seicento. Se Lutero, con la sua traduzione, fondava la lingua tedesca, agli italiani toccherà per molto ancora il latino amministrato dalla Chiesa (la Controriforma senza Riforma), cioè una lingua padrona. L’italiano giungerà irrimediabilmente borbonico o savoiardo, fascista o democristiano, poco gramsciano e molto togliattiano di stanza all’hotel Lux. Sempre servo di qualcuno. Così per Busi liberare la lingua ha significato spillarla dalle profondità carsiche in cui continua a scorrere Boccaccio e San Francesco e Giordano Bruno e Teofilo Folengo per non tacere l’anonimo metaletterario dell’Indovinello veronese che tutti li precede… Per farlo non basta una lingua, ci vuole un pugno di romanzi. Ci vuole un’architettura narrativa e personaggi quali un Barbino, un Angelo Barzanovi e un Celestino Lometto, un’Anastasia e una Teodora, perfino un Aldo Subi. Una Georgina Washington. Busi è riuscito nell’impresa perché ha condotto il corpo a corpo con una lingua d’adozione (“a casa si parlava il bresciano. L’italiano è stata la mia seconda lingua”), portando avanti la propria guerra di liberazione dopo aver stretto un patto con gli Alleati di altre lingue che padroneggia molto bene: il francese di Laclos, l’inglese di Sterne e delle Brontë, l’americano di Melville, il tedesco di Kafka e dei Tre saggi sulla teoria sessuale di Freud.

Questo non vuol dire che Busi centri sempre il colpo. Se lo facesse ingrasserebbe i suoi lettori col balsamo della prigionia. Invece il suo apparato retorico è così mostruosamente messo a punto da renderci liberi (ecco lo scandalo) di seguirne i momenti di trionfo e quelli in cui perde quota o si tradisce, lasciandoci ammirati per come si libera dalle strette di pochezza del paese in cui si muove e subito dopo sospettosi perché che libertà sarebbe quella che mostra il gesto di strapparsi il collare che non le stringe più la gola? Per finire, però, in esclusive oasi di meritata pace (qui perfino liberi di non rivendicare nulla) come la scena in cui Barbino schiaccia zanzare nei cessi pubblici a Parigi.

Troppa grazia per la Terza Repubblica a venire. Troppo libero arbitrio, per l’italiano standard.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Commenti
17 Commenti a “Aldo Busi: la lingua salvata”
  1. Armando scrive:

    Posto che sono d’accordo sul valore letterario di Busi, quello del non aver scelto “la via di Boccaccio anziché quella del Petrarca” è ormai un percorso tracciato nel panorama culturale italiano, per i motivi che tu hai riassunto così bene. I risultati li vediamo ancora oggi partendo dalla scuola, che vede fra i grandi dimenticati, per esempio, proprio alcuni ideali progenitori di Busi. Non solo il Boccaccio, studiato in certe aule (anche universitarie) solo debitamente distillato ed epurato, del resto come Dante, ma anche lo “scandaloso” Giambattista Marino e la sua poesia barocca. Al posto delle lettere, il bromuro. Salvo poi lamentarci, tutti quanti, perché i ragazzi trovano la letteratura italiana “pallosa”. In parte lo è, intendiamoci, in parte siamo noi a essere sempre più frigidi nelle nostre letture.
    Un discorso che vede la vittoria della “linea ungarettiana”, per esempio, sulla ben più sottile “tradizione” che il Pasolini poeta ha generato. Pasolini questa volta non degli scritti corsari, dei romanzi o del cinema, ma della poesia civile delle Ceneri di Gramsci, del Pianto della scavatrice, proprio di una poesia “civile” sempre perdente nel panorama italiano, in favore dell’estetica, dell’ermetico, di una brevitas che in fondo non si fida mai del tutto dei suoi lettori. È lo stesso motivo per cui, sempre per restare in ambito scolastico o universitario, un libro come Confessioni di un italiano di Nievo è, oggi, un libro dimenticato, mentre i professori più illuminati “osano” spingersi fino a Calvino. Ed è lo stesso motivo per cui proprio Calvino, con le sue “lezioni” di leggerezza, rapidità, esattezza… è stato ben recepito, mentre la linea anticlassica e neobarocca va proprio nella direzione opposta, ed è perennemente dimenticata (pensiamo a Gadda). La lingua che va in direzione, come scrivi tu, del materico, e del polimorfo, ma anche della pesantezza, della lentezza, del vago, l’esatto contrario delle Lezioni Americane. Ma quelle di Calvino sono le reali “lezioni” che la cultura del Paese ha imparato, mentre ha smesso presto di leggere libri come L’Antirinascimento di Eugenio Battisti, gli Scritti Corsari di Pasolini, perché no Busi, o Un paese senza di Arbasino.
    Poi il discorso di Busi è forse un po’ più complesso. Anche se scrivi egregiamente e hai una grande cultura, ma poi passi il tuo tempo nei salottini televisivi o sull’isola dei famosi, puoi star certo che la maggior parte della gente ti ricorderà per questo. Succedeva già con Carmelo Bene quando andava da Costanzo, ed è sempre successo. Ma attenzione: Busi poteva (poteva?) essere un grande intellettuale riservato, invece ha scelto la maschera, ha scelto non la torre d’avorio ma lo sporcarsi le mani nel fango mediatico, di entrare in contatto con la vita, con il jet set, con il chiacchiericcio delle televisioni. Anche questo, in definitiva, un gesto molto barocco e molto poco classicista.

  2. Nando scrive:

    Bell’articolo e mi piace molto anche il commento di Armando.

  3. monica crassi scrive:

    Commento anche io, pur non avendo un nome gerundivo: gran bell’articolo. Grazie.

  4. Francesca Serafini scrive:

    L’articolo è scritto talmente bene che entrare nel merito quasi mi sembra ozioso. In certi casi, verrebbe da dire, con una forma così potente, che cosa dovrebbe importare del contenuto? Eppure, proprio per rispetto di tutta questa bellezza, mi viene da dare, per quello che vale, il mio contributo. Perché il gioco del “what if” a proposito della lingua letteraria non lo capisco. Intanto perché “tecnicamente” la lingua della narrativa italiana nasce e si fonda sul modello proprio di Boccaccio; anche se è chiaro il senso che Nicola Lagioia vuole dare alla dicotomia con Petrarca (la cui lingua nondimeno godeva di una varietà più significativa di quanto gliene abbia concessa in sorte prima Bembo, nella sua codificazione rigorosamente monolinguista, poi Gianfranco Contini; e infine proprio Lagioia). E poi perché la storia della lingua letteraria italiana, nonostante l’invasività di quel modello, conosce una varietà sontuosa e mirabile che arriva dritta dritta fino a Busi (e anche a Lagioia scrittore, del resto; a Michele Mari, a Giorgio Vasta). C’è da fare, certo, un discorso politico sulle scelte della grande editoria, appiattite sulla lingua piana, standardizzata. Resta il fatto, in generale, che comunque la “forza materica” e la “viva complessità” non si possono imporre per modello. Sono una caratteristica dello stile (e del talento), e non è detto che la bellezza sia solo in certi virtuosismi. Puoi scrivere in modo affilato e asciutto come Paolo Cognetti e Carola Susani; come Natalia Ginzburg–– e produrre bellezza (e senso) né più e né meno di Walter Siti e di Giordano Meacci (che forse ha più lingua e più “forza materica” di tutti); di Tommaso Landolfi. Insomma per me non esiste una strada più giusta, o più bella, o più significativa, tra le tante che mette a disposizione lo stile. Esiste invece un modo di praticare con consapevolezza (e con talento) tutti gli stili possibili. E a quel punto si tratta di una questione di gusto, e in questo senso alla fine mi porto a casa l’articolo. Non tanto per l’analisi del critico, ma per la dichiarazione programmatica dello scrittore Lagioia.

  5. Chiara Daino scrive:

    Chapeau!

    Esiste e sussiste la frattura – scomposta – tra Busi Autore e Busi Personaggio.
    Nulla da aggiungere.
    Tranne: NUDO DI MADRE.
    Un altro – capolavoro!

  6. Johnatan T. V. scrive:

    Da una parte Calvino e dall’altra Gadda. Ricordiamoci che le Sante Lezioni di Italo erano per degli americani. Gadda -credo- risulterebbe intraducibile, per loro.

  7. Federica scrive:

    @Johnatan – eppure Faulkner e John Barth noi li leggiamo. E’ vero che gli europei son meno provinciali degli americani (senza denigrazione, è proprio che gli usa sarebbero isolazionisti per natura), però gli americani si perdono molto a perdersi almeno una metà (qualitativamente parlando) della letteratura occidentale, da Bernhard a Boccaccio, a Rabelais, addirittura a Céline, che negli usa non riescono proprio a capire cosa sia…

  8. non mi immergo nella discussione virtuosa, e mi fermo un pò prima. mi fa molto piacere che un autore che sto ammirando di volta in volta sempre più per i temi che affronta, e per il modo in cui li affronta: mi riferisco a Lagioia. quanto a Busi, che adoro, e nei confronti del quale non so far altro che dire e pensare in modo superlativo, credo sia tra i pochi, davvero grandi, viventi.
    ce ne sono altri, a mio avviso troppo pochi, ma che fan sì che la polemica sulla morte della letteratura italiana, sia roba da pagina culturale di quotidiani, questi sì, piuttosto scadenti e defunti.

  9. Enrico Macioci scrive:

    Sposterei leggermente il discorso, di per sè compiuto e interessante.
    Per via delle “scelte” storiche – quella di Petrarca su tutte – la letteratura italiana paga un deficit immaginativo prima ancora che linguistico. Ci mancano scrittori cosmici (con le solite eccezioni: Dante, Leopardi, gl’illustri sconosciuti Nievo e D’Arrigo, qualche altro), abbondiamo di scrittori levigati, analitici quando non ombelicali. Se pensiamo ai testi di riferimento di altre letterature – Moby Dick piuttosto che Guerra e pace, Casa desolata piuttosto che Il rosso e il nero, I fratelli Karamazov piuttosto che La montagna incantata, Il processo piuttosto che Viaggio al termine della notte – la differenza nella vastità e nella portata dell’immaginazione (ripeto: dell’immaginazione) è palese. Questo in narrativa; ma anche in poesia ci mancano (nel dopo-Leopardi per es.) le cosiddette eccentricità titaniche, le figure scardinanti e innovative, fatto salvo Campana, preso per pazzo e citato sempre di straforo. Amiamo la “pulizia” e il “decoro”; una cosa che ho sempre trovato piuttosto buffa, vista anche la nostra storia.

  10. Antonio Coda scrive:

    Aldo Busi, alle prese con la pubblicazione del suo ultimo romanzo – “El especialista de Barcelona” – ha avuto modo di constatare che una civiltà letteraria è finita. E se ne finisce una letteraria, logica conseguenza è che una civiltà sia finita una del tutto.

    La nuova – giù in corso – romanzi come “Seminario sulla Gioventù” o come “Vita standard di un venditore provvisorio di collant” – e, mi viene da pensare, ancora meno quella provocazione riuscitissima e radioattiva che è “Casanova di se stessi” – non li pubblicherebbe; questo il parere spassionato di Busi, il quale alla retorica narcisistica del riflettersi in un abisso non si abbandona mai: piuttosto mostra di preoccuparsi sul come varcare anche questo, di abisso.

    A una apocalisse non può che far seguito una genesi: constatata l’apocalisse, ora c’è da interrogarsi, e da attivarsi, per la genesi. Da parte sua Busi ci ha messo i romanzi che hanno dato vita a una lingua che offre la possibilità a chiunque di appropriarsene per dire la sua in maniera assennata perché aggiornata e agguerrita, con dentro di sé il codice ricombinante necessario alla sua continua evoluzione.

    E gli altri cioè noi cosa ci mettiamo? La lista dei “colpevoli” ormai è diventata una filastrocca scordata: prima gli accademici che hanno preferito Petrarca a Boccaccio (manco fosse tanto innoffensivo, il Petrarca); poi i chierici che hanno blindato il latino contro il volgare (ma pochi non sono gli scrittori che è dai seminari che sono partiti, prima di dare fuoco al mondo e finire inceneriti loro per primi) – e gli avvocati, i politici, i televisori… Ma è da questa o da qualche altra Italia che si è tirata su la letteratura di Aldo Busi? ha vissuto forse una storia patria differente? Il suo libero arbitrio gli è stato garantito da qualche privilegio di provenienza? ha goduto di un mecenate che gli ha sbarazzato la strada dagli intralci? Proprio no, mi sembra, anzi mi sembra sia stato il suo contrario.

    Allora, al di là delle solite lamentazioni e delle autoflagellazioni – anche loro conseguenza di una minorità mentale perpetrata attraverso una ipocrita e dominante religiosità al potere – a me sembra sia il caso di ripartire da qui: dalla dimostrazione avvenuta che si può nascere in Italia e persino nella più disagiata delle Italie, che si può ereditare la lingua dei servi, che si può occupare uno stato di emarginazione inflitta, e diventare lo stesso Aldo Busi, e portare come contributo una lingua nuova, prerequisito indispensabile per una vita diversa.

    Per la prossima civiltà – perché abbia una sua letteratura e quindi una sua degnità – non allora non ci resta che riprenderci la lingua per riprenderci la Repubblica, arcistufi come dovremmo essere di sentirci ripetere la nostra plurisecolare storia di perdenti compassati.

    (Ah, e una microsservazione: io del Busi televisivo so pochissimo, avendolo – lo so, può sembrare un paradosso – incontrato più sui libri che negli schermi; ma ogni volta che l’ho guardato in televisione – dalla puntata del Maurizio Costanzo Show visionabile su youtube alle ultime sortite a Linea Notte, passando dall’Isola dei Famosi – mai mi è sembrato che Busi abbia abdicato alla sua intelligente irriverenza, non mi è mai sembrato che abbia detto cose che non avrebbe potuto anche scrivere con la stessa incisività, dicendo quello che, non potendosi “ancora” dire, è perciò necessario che si dicano. Non bisogna condividere ogni sua riflessione per riconoscergli comunque il coraggio delle azioni e delle parole – parole che gli valgono gli unici riconoscimenti pubblici attualmente di qualche valore: diffamazioni mediatiche, processi giudiziari e boicottaggio per quanto riesce delle sue dichiarazioni e prese di posizione pubbliche.)

    Un saluto – e i complimenti e i ringraziamenti più sentiti a Lagioia per questo suo bell’articolo!,
    Antonio Coda

  11. Enrico Macioci scrive:

    @ antonio coda
    Lei si domanda: “Ma è da questa o da qualche altra Italia che si è tirata su la letteratura di Aldo Busi?”
    Io credo che la parentela fra scrittori afferisca più all’immaginazione che allo stile (o meglio: lo stile è la forma dell’immaginazione), e l’immaginazione può essere benissimo contaminata da letterature straniere – sia leggendole in lingua originale che in traduzione. Sono i tropi del pensiero a decidere le visioni. Basti pensare all’enorme influenza avuta da Cervantes o da Shakespeare sui romanzieri di tutto il mondo per verificare che ciascuno può, fortunatamente, scegliersi i propri precursori al di là dei confini nazionali.
    Ciò non toglie che la nostra tradizione letteraria accusi certi limiti – un fatto che si può constatare senza per questo scadere nel vittimismo; limiti che consistono per l’appunto, secondo me beninteso, in un deficit immaginativo.

  12. Antonio Coda scrive:

    Salve Macioci,

    colpa mia se posso aver suggerito una visione “autarchica” di Aldo Busi, il quale e per traduzioni pubblicate e per libri di viaggio e non-viaggio scritti e per statura dei romanzi ha sempre occupato una posizione quanto meno europeistica.

    Quello che intendevo è: Aldo Busi ha sì attinto allo sconfinamento territoriale e mentale, ma con per condizioni di partenza quelle di un qualsiasi italiano standard(anzi, a parer mio ben più svantaggiate,), e con questo intendo dire: non c’è un ‘destino’ per cui i cittadini italiani – che certo devono scontare sulla propria pelle le conseguenze di una cultura e quindi di una civiltà pregressa oggettivamente castrante – non possano attingere alle stesse fonti a cui ha attinto lui, per riprendersi la vigoria di un pensiero proprio. Credo nessuno di noi possa più avanzare delle “giustificazioni” che ci esonerino in qualche maniera dai nostri fallimenti passati, attuali e futuri.

    In pratica: a nessuno – nessuno si fa per dire, come al solito, comunque alla maggioranza dei cittadini – sono inaccessibili le condizioni per valicare il muro della propria tradizione letteraria, e l’opera letteraria di Aldo Busi ne è la prova lampante, oltre che tutta da godere.

    Con questo – ci mancherebbe – non voglio sottrarre nulla all’unicità e al risultato letterario raggiunto da Aldo Busi, ma è anche vero che di grandi scrittori ne può bastare anche uno solo, o un paio, o mezza dozzina: bastano e avanzano per dare la sveglia a dei cittadini autodeterminati di cui non si può più fare a meno, e senza più l’alibi delle colpe-ataviche .

    Un saluto!,
    Antonio Coda

  13. sterco scrive:

    Smack! Sbang! In quale grattacacio letterario – il Busi in carillon stento! – in quale libreria, quale romanzo, quale libro, quale redazione, quale Editing-society, trovate questa cockeria di lingua, pensiero, anime non-localizzate,
    scritture Ram, cosmiche, angosce di variabili nascoste, storie pluridimensionali, ecc!?? La mente scolorita da Zara e il pubblico festivaliero. Le Scuole per dilettanti (gli editori accorrono!), i Concorsi per i format “corretti” e gli ISBN stupratori… Buon rutto.

  14. Enrico Brega scrive:

    Fererica scrive che gli americani sono meno provinciali degli americani. Dipende dalle stagioni, si potrebbe dire. Stagioni storiche, naturalmente.
    Non mischierei antropologia con letteratura. Oggi “il romanzo è americano”, come ha scritto pochi anni fa il direttore del New Yorker. E secondo me è vero. Non c’è neppure bisogno di spiegarne il perché.
    La storia si è sin qui sviluppata in maniera diversa nelle varie parti del globo (non poteva essere diversamente) e, per conseguenza, ha contribuito a diversificare secondo le specificità delle singole società temi-stili- temperatura culturale dello scrivere ecc.
    Non ci è dato sapere se la globalizzazione oggi in atto un domani più o meno lontano si stabilizzerà o, al contrario, imploderà. Chissà cosa leggeranno da grandi i miei nipoti, ora piccoli, o per spingermi oltre i loro figli. A tale propositto mi viene in mente il saggio “Breve storia del futuru” di Jacques Attali. Interessante.
    Comunque Busi è un ottimo scrittore, e Nicola Lagioia lo interpreta bene.

  15. Enrico Brega scrive:

    Come mi capita spesso, ho commesso un errore nel cliccare. Perdonami Federica. Più precisamente tu hai scritto che “gli europei sono meno provinciali degli americani”. Purtroppo per me il PC corre troppo veloce rispetto alla mitica Lettera 22 di una volta. E io in un certo senso sono un uomo di una volta. Scusami ancora..

  16. quasiscrive scrive:

    Bel pezzo, davvero. Complimenti.

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