stanley greene

Aleppo Rewind

stanley greene

Pubblichiamo un reportage da Aleppo di Francesca Borri. (Foto: Stanley Greene, courtesy Francesca Borri.)

di Francesca Borri

“Tranquilla”, mi dice Ahmed, mentre attraversato l’ultimo checkpoint entriamo in città, un colpo di mortaio che subito scrolla l’aria. “Ora che sei ad Aleppo, sei al sicuro”. E abbassa la testa per schivare un cecchino.

La mia prima volta qui, poco più di un anno fa, sotto l’elmetto non avevo neppure il velo. Poi, dopo il velo, un giorno mi hanno chiesto una maglia lunga. Dopo la maglia lunga, un abito fino alle caviglie. E adesso anche una fede al dito: “perché devi sempre camminare vicino un uomo: l’uomo a cui appartieni”. E perché ora che dominano gli islamisti, e la priorità, per molti, non è Assad ma la shari’a, ora che ai crimini del regime si sommano i crimini dei ribelli, ai giornalisti è vietato l’accesso – di 18 di noi, al momento, non si hanno tracce. E quindi il mio elmetto, oggi, è un velo. Il mio antiproiettile un nijab. Perché l’unica, per infilarsi ad Aleppo, è passare per siriana. Clandestina. Niente domande, per strada, neppure un taccuino, una penna. “Ma non è questione di velo”, mi dice una donna che mi riconosce immediata dalla pelle, dalle mani: “per sembrare siriana, oggi devi essere sudicia, smunta e disperata”.

Aleppo non è che fame, ormai, fame e Islam, nient’altro, per strada si vende di tutto, sembra ognuno abbia rovesciato a terra il salotto di casa, teiere, televisori telefoni, tovaglie, interruttori della luce, qualsiasi cosa – più esattamente: pezzi di qualsiasi cosa: perché Aleppo non è che macerie, poi, uno ti vende il passeggino, un altro le ruote. Nei vicoli più stretti, perché non siano centrate dai mortai, le altalene tipiche dell’Eid, la festa con cui i musulmani celebrano la devozione di Abramo: i maschi a destra con i loro kalashnikov di plastica, a sinistra le femmine, già velate, mentre due padri jihadisti spingono premurosi in barba, tunica e cintura esplosiva.

Circa un milione di siriani abitano ancora qui, nella Aleppo sotto il controllo dell’Esercito Libero – quelli che non hanno i 150 dollari per pagarsi un’auto fino al confine con la Turchia. Decine di bambini scalzi e stracciati, sfigurati dalle cicatrici dell’ultima epidemia di lesmania, seguono madri altrettanto scalze e emaciate, completamente in nero, completamente coperte, tutti con la scodella in mano in cerca di una moschea in cui distribuiscano pane, come in una Somalia, un’Etiopia sperduta, gialli di tifo. E ti conficcano gli occhi addosso, quando li incroci, come tutti i veri bambini di guerra: che non sono mai quelli che vi mostriamo nei giornali, in televisione – quelli che sorridono grati quando gli allunghi un biscotto.

Perché sono questi, invece, i bambini veri: esausti, muti, lo sguardo di stupore per l’orrore della vita, questi, o quelli falciati dai missili di Assad, e di cui trovi pezzi, teste braccia, negli ospedali. Dove le vittime sono sempre a coppia. Perché di fianco a un cadavere, ad Aleppo c’è sempre il cadavere di chi ha provato a salvarlo, ed è stato abbattuto da un cecchino – mentre sono bambini anche i medici, ormai, “perché qui sono partiti o morti tutti, e mentre il mondo pensa ai gas, noi continuiamo a essere uccisi da tutto il resto”, mi dice Abu Yazan, 25 anni, studente improvvisato primario. Che semplicemente, confessa, non solo in magazzino ha poco più che disinfettante e cerotti, ma non ha idea di come curare i suoi pazienti: “perché un conto è amputare una gamba, un conto curare un’ischemia”. Fuori, all’ingresso, una tenda con secchio e spazzola: l’unico antidoto disponibile in caso di attacco chimico. E naturalmente, fuori, i corpi senza nome. La gente passa, solleva appena il lenzuolo, si accerta non sia un fratello, un cugino.

In teoria, la Aleppo dei ribelli ha un’amministrazione civile: il Consiglio Rivoluzionario. Ma è stato nominato dall’estero, da quella Coalizione Nazionale che è l’opposizione ad Assad creata artificialmente dalla comunità internazionale, e che qui non interessa a nessuno, accusata di chiacchierare comoda di Siria dagli hotel a cinque stelle della Turchia. E comunque, sono arrivati solo 400mila dollari, per ripristinare l’elettricità, disinfestare le strade, riaprire le scuole: e sono finiti – Lakhdar Brahimi, il mediatore ONU per la Siria, guadagna 189mila dollari l’anno.

E così, senza più neppure i 25 dollari al mese per gli impiegati, inutile meravigliarsi se quando chiedo di incontrare chi oggi governa Aleppo, mi ritrovo al tribunale islamico. O meglio, clandestina, mi ritrovo a casa di Luay, il membro di al-Qaeda, la sagoma nera di sua moglie che bussa e lascia il caffè dietro la porta chiusa – ogni gruppo ribelle ha nella corte un suo rappresentante. Domando che legge applicano, mi risponde: la shari’a shari’a, per intendere che non applicano un codice scritto, ma la volontà dei giudici – “perché nella nostra tradizione, i giudici sono esperti di giurisprudenza, uomini saggi e autorevoli, di cui la comunità si fida”. Se non fosse che ad Aleppo, come sempre, sono partiti o morti tutti, e quindi sono bambini anche i giudici, ormai: ha 32 anni, Luay. Prima della guerra era un praticante avvocato. “In effetti, non è facile”, ammette. “A parte che hanno tutti un’arma, qui, e non hanno bisogno di un tribunale per farsi giustizia. Ma soprattutto, non è facile occuparsi dei crimini compiuti dai ribelli. Saccheggi, estorsioni. Quando abbiamo provato a processare Nemer, il capo di una delle milizie più violente, i suoi uomini hanno circondato il tribunale fino a quando non abbiamo archiviato il caso”.

In compenso, il tribunale ha emanato un divieto con tanto di cartello all’ingresso del Karaj al-Hajez, più comunemente noto come il viale dei cecchini – perché è il punto di passaggio tra le due metà di Aleppo, e come un libro di Stephen King, è dominato dai tre minareti di una moschea: attraversare è giocarsi la vita ai dadi. E il cartello dice: Divieto di trasportare cibo e medicine. Perché se prima era il regime a assediare e affamare la metà città dei ribelli, ora sono i ribelli, conquistate tutte le strade di accesso ad Aleppo, a assediare e affamare la metà città del regime. La gente si avvolge addosso con lo scotch le fettine di carne, riempie di uova finti televisori. Ogni tanto qualcuno, uno sparo asciutto, muore. E per mezz’ora, un’ora, il viale si svuota, il cadavere che rimane lì, al sole, un gatto che lo annusa. Poi il primo, timido, sbuca da una via laterale, esita un momento: è un ragazzo: e attraversa, rapido. Un secondo, poi, un terzo: il viale che torna ad affollarsi, il cadavere ancora lí. I cecchini, nei loro minareti, che aspettano con fiducia.

Non parlano più di “aree liberate”, i siriani: ma di Aleppo est e Aleppo ovest – nei telefonini, non ti mostrano più le foto dei figli, dei fratelli uccisi dal regime, ma semplicemente le foto, bellissime, di Aleppo prima della guerra. Perché nessuno, qui, combatte più il regime: i ribelli ormai si combattono tra loro. Chi non è impegnato in saccheggi e estorsioni è impegnato contro l’ISIS, sigla che sta per Stato islamico dell’Iraq e del Levante, il gruppo legato ad al-Qaeda che mira al califfato – e che si fa chiamare solo al-Dawlat, lo Stato: come un nuovo regime. “E siamo persino meno liberi di prima”, mi dice un attivista di una delle due ultime ong rimaste. “Perché prima se non ti impegnavi politicamente, nessuno si intrometteva nella tue scelte private. Ora ti proibiscono la musica, l’alcool. Le sigarette”. Mentre il fronte è completamente fermo. Nella città vecchia, la prima unità dell’Esercito Libero in cui sono stata embedded, un anno fa, è sempre lì. Sempre allo stesso incrocio, sempre che tenta di stanare lo stesso cecchino. Impresa complicata: si sono venduti i kalashnikov per pagare le cure in Turchia di un compagno ferito. Anche Salaheddin è sempre uguale. Le case, sfiancate dall’artiglieria, sono vuote, da quelle dilaniate dondolano nel vento una lampada una tenda, fossili di vite normali. In un angolo, raggomitolato su una sedia, il solito gatto che sembra dormire: e invece è morto. In un giorno di battaglia, di solita battaglia metro a metro, naso a naso, avanziamo di cinque isolati. Poi le munizioni finiscono. E torniamo indietro. Con 7 uomini in meno.

Tra le macerie è cresciuta l’erba, tanto la guerra è diventata carne di questa città. Al fragore di un mortaio, i bambini neppure si girano. Solo a una grandinata di proiettili cominciano a discutere: è una doshka, dice Ahmed, 6 anni, no è un kalashnikov a canna corta, dice Omar, 6 anni anche lui, senti?, è più leggero di un draganov.

E il fronte più emblematico, alla fine, il fronte più vero è Bustan al-Qasr: perché è da sempre l’epicentro delle manifestazioni del venerdì – quelle da cui tutto è iniziato. Ma al corteo, oggi, non sono che bambini. Perché sono partiti o morti tutti, qui, ormai: e chi non è né partito né morto, è sparito nel nulla. Come Abu Maryam, il più noto degli attivisti. Perseguitato dal regime, poi dai ribelli, è stato infine fermato dall’ISIS. E si è dissolto. Alla testa del corteo, sua nipote Nasma. 10 anni. Non hanno più neppure benzina, il furgoncino con gli amplificatori è spinto a mano.

A non essere spariti, invece, sono gli sfollati accampati poco lontano, a ridosso del fiume. Perché tutto l’argine, da mesi, è faglie e tuguri: non sono baracche, non sono grotte, non sono che pezzi di cose, lamiere, assi di legno, teli di plastica – cumuli, cumuli di pezzi di cose, a un certo punto, semplicemente, ti ci ritrovi dentro, tra donne, bambini, anziani mutilati e muti, queste bocche senza denti, un ragazzo down, per terra, con la sua cena di riso e insetti su un ritaglio di cartone.

Torni, ad Aleppo, ogni volta, e tra gli sfollati è sempre tutto uguale: cambiano solo i nomi. Ibtisam Ramdan, 25 anni, abitava qui, con i suoi tre figli e la tubercolosi in un trancio rancido di fognatura. Ma si è avventurata con il più piccolo in cerca di pane, un giorno, ed è stata centrata da un cecchino. Gli altri due si sono consumati così, di stenti: troppo pericoloso raggiungerli – fino a quando un mortaio non li ha polverizzati, in questa Aleppo disseminata di tombe ovunque, anche nell’aria, questo sterminato monumento al civile ignoto.

Pochi metri più su il fiume, che divide Aleppo est da Aleppo ovest, continua a vomitare avanzi violacei di uomini giustiziati con un proiettile alla nuca, le mani legate. Non si è mai capito chi siano. Ribelli giustiziati dai lealisti, o lealisti giustiziati dai ribelli? Dipende dai punti di vista – o forse solo dalla corrente.

Commenti
14 Commenti a “Aleppo Rewind”
  1. Giuliano Lenza scrive:

    L’ho trovato un puro esercizio di stile, che non aggiunge nulla alla conoscenza del lettore. La Borri dovrebbe mostrarsi di meno (lei e il suo irritante uso della prima persona) e studiare di più.

  2. El_Pinta scrive:

    Come si evita un cecchino abbassando la testa? Non si evita piuttosto il proiettile sparato dal fucile di un cecchino, piuttosto che il cecchino stesso? E se le cose stanno così è davvero possibile evitare un proiettile che, nel caso di un fucile Dragunov (citato nel pezzo), ha una velocità alla volata – cioè all’uscita dalla canna – che varia tra gli 800 e gli 830 m/s? Considerando che la velocità del suono è di circa 340 m/s ci vogliono riflessi davvero notevoli per farlo.

    Ecco se a un reportage bastano meno di tre righe per instillare in me lettore dubbi di questa portata come posso fidarmi dello sguardo dell’autrice che mi mette di fronte a un’immagine talmente immane da mandare in frantumi qualsiasi pretesa testimoniale?

  3. christian raimo scrive:

    Evitare un proiettile per dire evitare un cecchino è una figura retorica elementare.
    Come quando si dice evitare e non si intende certo schivare i proiettili alla Matrix ma come è chiaro semplicemente proteggersi per uscirne indenni.

  4. El_Pinta scrive:

    Scusa Christian nel pezzo non c’è scritto evitare un proiettile, c’è scritto proprio “schivare un cecchino”. Sarò probabilmente un cattivo lettore, ma non mi pare un’espressione chiara, anzi la trovo ambigua.

    Schivare significa “sottrarsi a qualcosa di pericoloso”, perciò mi chiedo per quale motivo sia pericoloso quel cecchino? Perché spara, suppongo, è il suo mestiere; magari è pericoloso perché sta assalendo la guida con un pungnale ma siccome non è specificato tendo a pensare che sia per la sua qualità di tiratore.

    Se uso il verbo schivare l’immagine che a me risulta è quella di qualcuno che sfugge al pericolo all’improvviso, all’ultimo momento. Diversamente si sarebbe potuto scrivere che la guida abbassa la testa per sottrarsi alla linea di tiro dei cecchini, per passare inosservata e al sicuro.

    Però l’autrice usa il verbo schivare che è un verbo che suggerisce movimento, anche nel suono. Inoltre se guardo la frase nel contesto più ampio del paragrafo vedo che è preceduta dall’immagine di un colpo di mortaio che “subito scrolla l’aria” e accoglie così nella città i due protagonisti. A questa immagine segue la frase della guida che rassicura l’io testimone su quanto la città sia sicura e che il peggio è passato. Invece no, la guida non ha nemmeno il tempo di finire la frase che si trova costretta ad abbassare la testa per schivare un cecchino (io leggo, il colpo di un cecchino)

    Questo paragrafo a me sembra quanto di più cinematografico possibile e se lo critico non è per mettere in dubbio il fatto che l’autrice del pezzo sia davvero entrata ad Aleppo e abbia visto e vissuto quanto racconta. Ma mi domando se sia il modo giusto per raccontarlo, se caricare in questo modo una scena sia davvero utile a mantenere la tensione narrativa che dovrebbe lanciare un ponte tra lo sguardo del testimone ed io, lettore e spettatore a distanza di quanto accade.

  5. Lupey scrive:

    Christian, piuttosto tutto l’articolo e’ una figura retorica elementare.

    che palle.

  6. Lupey scrive:

    tra l’altro e’ ricicciato da un reportage pubblicato a maggio, con frasi pari pari.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/31/sirian-dust-come-stai-aleppo-reportage-dalla-citta-martire-della-siria/612601/

  7. Mello scrive:

    Raimo, il reportage è minato dalla mancanza di credibilità dell’autrice. L’autrice risponda alla richiesta di fact checking di Valigia Blu. O sparisca.

  8. Daniela scrive:

    Scusate, ma a me sembra che Francesca Borri a suo tempo abbia risposto alle accuse: http://www.lastampa.it/2013/07/24/blogs/voci-globali/una-replica-NMdceghDQiy2q2uiNpxa0I/pagina.html Sinceramente sono stanca di vedere sulla graticola chi ha il coraggio di denunciare quello che nel nostro paese non funziona. Questo è un bellissimo reportage da Aleppo, nient’altro. Sono una giornalista precaria anche io, e da Valigia Blu, di cui sono lettrice, mi aspetto che ci difenda, non che ci attacchi. Che parli del nostro lavoro, e del lavoro dei tanti ragazzi italiani che nei settori più diversi raggiungono l’eccellenza anche senza mezzi e risorse. Il pezzo di Francesca Borri poteva e doveva essere l’occasione per parlare di tutti noi. Come posso fare davvero la giornalista, come posso fare inchieste, scrivere verità scomode, se sono così precaria e ricattabile da non potere neppure firmare con il mio cognome un commento su internet?

  9. melania scrive:

    una cosa del genere può non piacere, si può non essere d’accordo con l’analisi – sempre che si sia in grado di portare controargomenti, ma non capisco questi toni così sprezaznti e arroganti:sparisca? perchè si parte dal presupposto che sia un falso? perchè non chiedere al’autrice? perchè è una ragazaz? eppure ha spiegato bene che è entrata sotto un burka: cioè si è resa invisibile agli occhi di tutti. Ha utilizzato a suo vantaggio un pregiudizio negativo di quella società…e non so di quella, penso.

  10. Valentina scrive:

    Ho ascoltato Francesca Borri alla cerimonia del Premio Tutino Giornalista, lo scorso settembre, una ragazza timida e coltissima di cui dovremmo essere solo orgogliosi. Quando ho visto sul suo ginocchio i segni del proiettile che è stata accusata di essersi inventata mi sono vergognata di essere italiana.
    Continua a scrivere, Francesca. Abbiamo voglia di leggerti.

  11. Michele Minunno scrive:

    Chapeau. Se continua così, questa ragazza entrerà nella storia del giornalismo.

  12. Laura scrive:

    mi sembra un segno dei tempi (brutti), che si metta alla berlina, ridicolizzandola, una giovane donna solo perché intelligente e coraggiosa.
    Francesca merita solo rispetto e sostegno, e speriamo anche un bel premio giornalistico, non in Italia, naturalmente.
    Laura

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  1. drugstore beauty…

    Aleppo Rewind : minima&moralia…



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