000-Le_ragazze_nello_studio_di_Munari_Baronciani_Tavola1

Alessandro Baronciani, ostinatamente “fuori tema”

000-Le_ragazze_nello_studio_di_Munari_Baronciani_Tavola1

Era il 2010 e un trentatrenne autore pesarese pubblicava la sua terza opera a fumetti con Black Velvet, la casa editrice che fin da subito aveva puntato su di lui. Non che avesse bisogno di ulteriori conferme, dato che già l’esordio Una storia a fumetti (raccolta di storie autoprodotte negli anni precedenti, che lui stesso stampava e spediva per posta ai lettori – i quali grazie al passaparola si abbonavano sempre più numerosi) e il successivo Quanto tutto diventò blu avevano già consolidato successo di pubblico e critica, definendone uno stile ben riconoscibile e peculiare. 

Ma è con Le ragazze nello studio di Munari che per Baronciani avviene il vero salto di qualità, quello che ne caratterizza l’avvenuta maturità artistica. In quelle oltre 250 tavole ci sta tutto il suo “immaginario pop” – fatto di ragazze, capelli, inquadrature cinematografiche, piccoli dettagli, quotidianità, musica, amore… – che grazie a un semplice filo narrativo esplode magnificamente senza mai risultare né gratuito né troppo auto–compiacente. E poi ci sono le stravaganti trovate cartotecniche (ecco qua, il vero legame a quel geniale artista e designer che è stato Bruno Munari, evocato nel titolo) seminate qua e là nel volume a fare di Baronciani non un semplice narratore per immagini bensì un “amante” e studioso dell’oggetto–libro in sé.

Pagine con il buco che ribaltano il punto di vista, giochi di trasparenza in grado di simulare la nebbia, tavole in peluche per esperienze tattili, bigliettini che si aprono direttamente sulla pagina… tutto ciò va ad aggiungere un livello “ulteriore” di lettura che impreziosisce a dismisura la narrazione. La storia in sé – fedele a quello che da lì in poi sarà riconosciuto come lo “stile Baronciani” – è quanto di più semplice possa esserci: vengono intrecciate le tre storie d’amore che il protagonista, proprietario di una libreria, sta vivendo simultaneamente con Fedra, Sonia e Chiara. Nel mezzo tantissimi libri, citazioni, film a colori e in bianco e nero, canzoni, paure, dubbi, ricordi… Senza dimenticare i “fuori tema” tanto cari a Baronciani.

Oggi Le ragazze nello studio di Munari – per molti anni introvabile – viene ristampato da Bao Publishing in un’edizione rinnovata: quasi metà delle pagine ridisegnate e una copertina creata appositamente per l’occasione. Risfogliarlo a distanza di anni non ne cambia il giudizio e nemmeno quel desiderio – una volta riposto sugli scaffali – di riguardare uno dietro l’altro Deserto rosso di Antonioni e L’uomo che amava le donne di Truffaut, o rileggere tutto di un fiato Un amore di Buzzati. E soprattutto riscoprire l’opera intera di Munari: i suoi prelibri, quelli illeggibili, i sassi che sembrano isole e le sue macchine inutili. Un po’ come ridiventare bambini.

A distanza di sette anni dalla sua prima pubblicazione come ritieni che sia “invecchiato” questo libro e che cosa è che più a spinto te e la casa editrice a ristamparlo?

È passato così tanto tempo che, pensa, all’epoca non eravamo neanche amici su facebook ma su Myspace. I fumetti si trovavano solo in edicola o nel reparto “bambini” nelle librerie. Oggi i fumetti hanno un reparto dedicato. Le ragazze nello studio di Munari è stato accolto come un libro nuovo. E infatti lo è. Forse perché è stato rivisto completamente, forse perché era diventato introvabile, insomma c’era attesa per una sua ripubblicazione. Anche in Bao si sono accorti dell’interesse nato intorno ad un libro già edito e si sono trovati a gestire un lavoro di promozione più grande. Per farti un esempio: Le Feltrinelli mi hanno richiesto come ospite in tutto il loro circuito di librerie in giro per l’Italia. E forse, per come è stato ideato, per quello che contiene, per il suo esistere soltanto nel formato libro questa storia a fumetti è ancora attuale e moderna. E questa è la cosa che mi rende più felice per la sua ripubblicazione.

LE RAGAZZE NELLO STUDIO DI MUNARI17

Questo è un libro che si ispira dichiaratamente a Bruno Munari. Quanto è stata importante per te la sua opera e le sue teorie?

Munari è stato un maestro ma in età adulta. Sono cresciuto senza i suoi libri quando ero bambino e quando ho iniziato a disegnare alle superiori. Li ho scoperti tutti quando Corraini ha cominciato a ristampare tutta la sua produzione. All’epoca lavoravo come art director in una agenzia pubblicitaria e spendevo tutto in dischi, romanzi e libri di Bruno Munari. Penso che Le ragazze nello studio di Munari parli anche della sua filosofia, delle sue idee sulla creatività, sull’importanza della semplicità e del lavorare con la stessa serietà dei bambini quando giocano. Io ci ho aggiunto in mezzo le ragazze. Che sono il problema a cui cerca di trovare una risposta creativa il protagonista.

Infatti: ragazze e libri. È sbagliato intendere il libro come una sorta di atto d’amore verso queste due categorie, che si presume a livello “artistico” abbiano influenzato la tua poetica?

Ci sono i libri in questo fumetto perché l’autore è un collezionista di libri. Il personaggio vive in una libreria antiquaria. L’idea di parlare di un libraio è nata all’epoca perché un mio amico aveva appena aperto un posto simile. Mi chiese di dargli una mano con la comunicazione e la grafica di questo posto. Mi ricordo che era una via un po’ fuori dal “passeggio” del centro storico e allora mi inventai una insegna portatile con tanto di manico e prolunga. Lui lasciava la scatola luminosa alla fine della via principale, la gente seguiva il filo fino ad arrivare al suo negozio. Mi piaceva tantissimo il nome del negozio e il suo “sottotitolo”: ricerche bibliografiche. Mi incuriosiva, da allora spesso sono stato suo cliente quando iniziavo a pensare a delle storie. Ti poteva trovare titoli difficili da reperire, curiosità e notizie sugli autori che stavi cercando. Tant’è che il nome del protagonista ha preso il suo nome. Adesso il negozio non esiste più.

Oggi è un capannone fuori città da dove vende e spedisce via web libri antichi tutto il giorno insieme a tre persone che gestiscono tutto il lavoro. A livello “artistico” ti direi che mi piacciono più i fumetti dei libri. Quando ero piccolo, a Natale o per il mio compleanno mi bastavano due volumetti della Bur di Charlie Brown per essere felice. Anche quando mi regalavano i Lego ero felice, ma quelli costavano molto di più, quindi era più raro essere felici per i Lego. Sulle ragazze invece la questione è molto più complessa. Subito dopo Charlie Brown cominciai a comprarmi i fumetti di Manara. Le edicole erano piene delle sue storie. Più dell’erotismo mi faceva impazzire come disegnava le donne. Non avevo mai visto dei disegni così belli di ragazze. Un altro personaggio che si trovava in edicola – come il protagonista di Le ragazze nello studio di Munari – ossessionato dalle donne era Dylan Dog. Non so quanti soldi spesi all’epoca per comprarmi anche l’edizione Glamour con tutte le donne di Dylan. Non ricordo bene ma quando cominciò a diventare un fenomeno di massa più di una volta tra amici, a ricreazione a scuola, usciva spesso il discorso che, sì, Dylan Dog se ne girava tante. Tutti gli eroi prima erano ideati diversamente e avevano, oltre alla spalla e l’acerrimo nemico,  l’”eterna fidanzata”. Ne Le ragazze nello studio di Munari la parte che sfugge al controllo del protagonista sono proprio loro, sono complesse e tutte e tre – ma in realtà nel libro ce ne sono anche di più – hanno caratteri molto diversi tra loro. Sfuggono alla creatività, sono l’imprevisto. Sono il moto continuo che ci spinge a cambiare idee sulle cose. Sono le onde del mare. Come diceva Monica vitti in Deserto Rosso che “non stanno mai ferme”. Questa complessità mi ha sempre affascinato nelle donne. Pensa soltanto alla varietà dei vestiti che possono indossare e a quelli che portiamo noi maschietti! Le ragazze hanno migliaia di mondi anche nelle scarpe. Portano stivali, scarpe aperte, chiuse, ballerine, intrecciate, col tacco. Gli uomini i tacchi li mettono per giocare a calcio.

Le_ragazze_nello_studio_di_Munari_Baronciani_Tavola2

E sì che con le ragazze hai cercato di “chiudere” nel 2014 con I quit girls (titolo che si ispira a un brano bellissimo dei Japandroids). Quel libro è possibile interpretarlo come un divertente e divertito tentativo di sdrammatizzare le critiche che a volte ti vengono mosse, tipo “Baronciani disegna solo ragazze”?

Il titolo del libro viene dalla battuta di Paper Resistance, creatore di Zooo press, la casa editrice che pubblicò insieme a Modo il libro: “basta che non lo riempi di donne!”. Io risposi, “non lo sai? Ho chiuso con le ragazze”, come appunto la canzone dei Japandroids e la sua cover che in quel periodo mi faceva impazzire dei Be Forest.

La domanda precedente era un “fuori tema”, proprio come quelli con i quali hai intervallato la narrazione de Le ragazze nello studio di Munari. Che poi, certe digressioni fanno parte da sempre del tuo modus operandi: il tuo ultimo libro autoprodotto Come svanire completamente è come se fosse tutto un flusso di coscienza onirico e frammentato. E forse non è un caso che proprio alla fine di questa ristampa citi le seguenti parole di Munari: “…La perfezione è bella ma è stupida, bisogna conoscerla per romperla. La regola non deve uccidere la fantasia”. Insomma, che cosa rappresentano per te i “fuori tema”?

Grazie per questa domanda. Ogni volta le domande sono concentrate su Munari e sulle ragazze e invece il libro si basa quasi completamente sui “fuori tema”. Questo è il modo in cui il protagonista cerca di raccontare il libro, attraverso una sorta di flusso di coscienza narrativo, ma i “fuori tema” sono anche il modo con cui affronto, di solito, un problema. La soluzione sta intorno a quello che sto raccontando, da qualche parte. Più il problema è complesso e più apro parentesi che cerco di trovare il modo di chiudere. Un po’ come quando cerchi di spiegare una esplosione di stupore immotivata e ti trovi a parlare di quando il treno esce con un boato di compressione da una galleria e vedi il mare. Questo forse è il tratto in cui forse assomiglio tanto al protagonista. Questo concetto viene aperto, ampliato e distrutto in Come Svanire Completamente. In quella occasione il libro fatto di quasi 50 frammenti a fumetti parla di una storia che non esiste completamente da nessuna parte. La creiamo nella nostra testa passando da mille parentesi che nessuno ha mai chiuso perché quello che siamo riusciti a trovare è stato conservato in una scatola. Durante l’estate dopo le superiori io e il mio amico Massimo eravamo in auto a chiacchierare, avevo preso la patente da poco, avevamo fatto tardi in giro a bere e divertirci. Eravamo fermi in un parcheggio sotto casa sua a parlare di ragazze, di fidanzate che erano diventate ex– fidanzate, di quello che avremmo fatto e di quello che ci sarebbe piaciuto diventare. Poi ci siamo ritrovati che non avevamo più niente da dire e Massimo allora toccò il volante e suonò il clacson dell’auto e BEEEEP! Ci siamo messi a ridere. Sembrava un’ottima risposta a tutti i problemi che avevamo trovato in quel momento.

LE RAGAZZE NELLO STUDIO DI MUNARI30

Il libro è pieno di citazioni cinematogriche: Truffaut ma soprattutto Deserto rosso di Antonioni con i suoi mood cromatici. Quanto è stato importante il cinema per il tuo percorso da fumettista?

Mio zio Roberto fu il primo a comprare il videoregistratore. Penso in tutta la via. Mi ricordo i miei genitori e i miei nonni, che proprio non capivano a cosa potesse servire. Non esistevano i film in videocassetta ne tanto meno i videonoleggi. O meglio esistevano ma costavano tantissimo e soprattutto non c’erano a Pesaro. Infatti mio zio non comprava niente registrava quello che mandavano in onda alle ore tarde della mattina, soprattutto su Raitre. È così che mi sono visto Tetsuo l’uomo d’acciaio, Il cielo sopra Berlino – uno dei miei film preferiti, e c’era pure Nick Cave che cantava – , Blade Runner, Un lupo mannaro a New York, La famiglia di Scola,  Il declino dell’impero americano, Monthy Python, L’Avventura e Deserto Rosso. Antonioni è stato importante ma penso di averlo scoperto attraverso Risi e Il Sorpasso. A Pesaro dal Dopo Guerra c’è un festival gratuito del Cinema internazionale che quando hai sedici anni era bellissimo andare a vedere film gratis tutto il giorno. Ti senti subito un fighetto alternativo. E anche se non c’erano i Social, all’epoca era importante sfoggiare un look “fighetto alternativo” quando hai sedici anni. Al Festival, ogni anno, c’era una rassegna di un paese straniero che una retrospettiva su un regista italiano. Quella su Risi fu meravigliosa. Me la ricordo benissimo. Risi è un altro mio regista di riferimento e mito personale. Tra me e mio fratello facciamo a gara a chi indovina prima la citazione da un suo film. Ci fu anche una tavola rotonda all’epoca dove Risi, Gassman e altri attori del cast del Sorpasso avevano sparato cazzate e raccontato aneddoti per due ore di fila facendo ridere un cinema pieno di gente elettrizzata dall’incontro.

Chissà se ancora ricordi, ma quali ascolti musicali hai fatto durante la stesura del libro?

Lavoravamo a casa dei miei che era al pianterreno, era estate e a casa mia, un attico di due stanze era troppo caldo. Insieme e a me c’era Chichi che mi ha dato una mano con tutte le matite e con le chine. Arrrivava prima di me, per fortuna gli avevo lasciato da leggere i 12 volumi di Akira. Mi portavo da casa una borsa di cd che caricavo e scaricavo ogni settimana. Per realizzarlo ci abbiamo messo più di tre mesi. Poi a fare le scansioni avevo chiamato il figlio dei vicini che aveva si è no 12 anni. Non mi vengono in mente tante canzoni ma soltanto una mentre scrivo che ci faceva sempre ridere. Era nella compilation della Tempesta sotto le stelle. Era un brano dei Teatro degli Orrori. Il brano si chiamava Majakoswki e io non beccavo mai il momento esatto quando iniziava la voce.

Per finire e per tornare al binomio “ragazze e libri” ti chiederei di dirmi quali sono i personaggi–femmina dei romanzi che più hai amato… insomma le tue “donne” dei libri?

La prima è sempre Tereza da L’insostenibile leggerezza dell’essere. Una volta con una mia ex avevamo deciso di fare una “posse” ci chiamavamo Flowers of Romance, il primo nostro graffito era Karen – “she’s my god, she’s my g.o.d.” – una canzone dei Go–betweens. Io mi chiamavo Biscotto in inglese e lei appunto Tereza. Il nome gliel’avevo scelto io. Poi viene Elisabeth Bennet da Orgoglio e pregiudizio, la Austen mi fa impazzire e le sue donne sono sempre in bilico tra passione che travolge la razionalità e razionalità che cerca di placare la passione. Ho letto tutti i suoi libri il più bello, secondo me, è Persuasione. Poi ho un po’ di ragazze che vengono tutte da i dischi che ascoltavo, come ad esempio, Sabina da A spy in the house of love, ma soltanto perché una band aveva fatto una canzone – Shine on – che mi faceva impazzire e quindi poi mi ero chiesto da dove venisse il nome della band. Mi succede spesso. È così che ho scoperto Camus ascoltando i Cure. E dato che parliamo di Le Ragazze nello studio di Munari potremmo tirare fuori anche Laide, la ragazza “ballerina della Scala” di cui si innamora Antonio Dorigo nel libro di Buzzati Un Amore, il più anomalo nella sua produzione ma tra i miei libri preferiti. Chiudo con Irene Darcangelo la ragazza, un po’ dark, un po’ Siouxsie, di La notte dei bambini cometa di Pierpaolo Vettori. Un po’ perché in questo periodo mi sto riascoltando tutti i dischi di Siouxsie and the Banshees in ordine cronologico e quindi stavo pensando ad una ragazza in un libro che le assomigliasse, un po’ perché quando mi è tornato in mente questo libro mi sono ricordato che è un libro veramente bello, più o meno uscito quando uscì il mio fumetto, e che sarebbe bello consigliarlo veramente, ovviamente non dicendovi niente sulla trama che è la più bella sorpresa quando si legge un libro.

Nasce a Livorno nel ’77. Da un po’ di anni vive a Roma. Giornalista-grafico editoriale. Scrive di musica, fumetti e altro (Mucchio, Prismo, The Towner, Dailybest, Rockit, Sentireascoltare…). Ha curato il libro Tiamottì (Arcana, 2010). È l’ideatore di This Is Not A Love Song, progetto editoriale che unisce illustrazione e canzoni d’amore. Gli manca il mare e vorrebbe che l’estate durasse 12 mesi.
Aggiungi un commento