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L’Italia a fumetti: intervista a Alfred

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Questa intervista è apparsa su Repubblica Sera.

Una storia nata da una depressione, con un lieto fine per uscirne. Alfred, pseudonimo di Lionel Papagalli, lo confessa raccontando la genesi di Come prima (edito in Italia da Bao publishing), vincitore del premio “Fauve d’or per il Migliore album” all’ultimo festival di Angouleme. Trentottenne, francese di origine italiana, dagli anni 90 nel mondo del fumetto, Come prima l’ha coinvolto molto profondamente. Una storia ambientata nel 1958, all’alba del boom economico, in un’Italia raccontata in un road novel dove Fabio e Giovanni, due fratelli emigrati, da tempo lontani tra loro, in conflitto, dalla Francia devono riportare le ceneri del padre nella sua città d’origine, al Sud. E ovviamente il passato ritorna, e chiede il conto di un conflitto nato molti anni prima, forse perché le cose tornino “come prima”, appunto. Anche se è impossibile.

Alfred, partiamo dal suo rapporto con l’Italia.

L’Italia rappresenta le mie origini paterne, è un paese nel quale ho trascorso moltissimo tempo e dove ho ancora parte della mia famiglia. Soprattutto rappresenta una lingua e una cultura con le quali sono cresciuto e che costituiscono una parte importante di ciò che sono. Ho appena inaugurato una mostra a Bordeaux che si intitola proprio Italiques, e parla appunto del mio affetto per l’Italia, in particolare per tre aree precise: le Cinque Terre, da dove provengo, Venezia, dove ho vissuto, e Napoli, città con la quale ho un rapporto conflittuale, ma che mi manca ogni volta che non ci vado per due mesi. È una serie di immagini poetiche e affettuose incentrate sul mio rapporto con quei luoghi. Cioè con l’Italia, dove sono tornato a vivere con la mia compagna alla nascita di nostra figlia, perché c’era la volontà di trasmetterle delle cose, di non perdere un filo. In fondo, Come prima è impregnato delle storie della mia infanzia, della mia famiglia, di ricordi, di non detti… Di cose che si conficcano nell’anima, come succede a tutti.

È per questo che, contrariamente ad altre volte, Come prima è una storia di cui ha scritto anche la sceneggiatura?

Diciamo prima di tutto che la storia si nutre di cose molto personali. Parlo molto di me, del mio rapporto con mio padre, con i fratelli, con l’Italia, e avevo cominciato a prendere appunti per questa storia ancor prima di sapere che ne avrei fatto un libro. Stavo passando un periodo molto difficile, nel quale ero completamente incapace di disegnare, ero stato per quasi un anno senza fare una sola tavola. Un blocco, la depressione che mi colpiva, e per non annegare in quella tristezza ho cominciato a scrivere. Cose personali, su dei quaderni: ricordi, pensieri, angosce su cui prendevo appunti. E in capo a qualche mese mi sono reso conto che al cuore di quel materiale stava nascendo una storia, un racconto. Era inventato, ma pregno di cose a me care. Allora ho cominciato a seguire quei fili ingarbugliati, a lasciarmi trasportare da ciò che emergeva dai miei appunti. Era qualcosa che dovevo fare da solo. 

E ha finito per affrontare un tema a lei caro, la famiglia.

Sì, la famiglia è uno dei temi che più mi appassiona. Ogni famiglia contiene materiale per dieci romanzi! Per me resta ancora uno dei soggetti sui quali sento il bisogno di raccontare molto.

Come prima è ambientato in un’Italia di cinquant’anni fa: come si è documentato per disegnarla?

Non avevo intenzione di fare qualcosa di eccessivamente documentato o “esatto”. In generale, non è qualcosa che mi interessi. Ho preferito riservarmi un approccio più libero e basarmi essenzialmente sui ricordi, qualche documento, ma soprattutto sulle sensazioni. Certo, poi mi sono ispirato al cinema italiano di quegli anni, che adoro, ma anche ad alcune fotografie di famiglia, come a ricordi di aneddoti che mio nonno mi raccontava. Ero più interessato a evocare l’Italia di quegli anni che a ottenere una ricostruzione storica e iconografica precisa. Amo lavorare sulle ritrascrizioni affettive delle cose, più che sul realismo.

Allora viene da chiederle come nascono certi visi. Quello di Fabio, ad esempio, ricorda Pier Paolo Pasolini.

Ho sempre amato il volto di Pasolini. Ha qualcosa di profondamente affascinante e, anche se non ho volontariamente dato il suo aspetto a Fabio, di sicuro il mio inconscio ci ha messo lo zampino. Di solito i miei personaggi nascono quando comprendo il ruolo preciso che avranno nella storia. Per prima cosa devo infatti immaginare il loro vissuto, altrimenti non li posso disegnare, poi, spesso, mi accontento di assecondare ciò che la matita mi suggerisce. La prima versione è quella cui più spesso mi attacco e dalla quale lascio che il personaggio a poco a poco si distacchi, per evoluzione, man mano che il libro prosegue. A essere sincero faccio pochissimi bozzetti preliminari, ho bisogno che il mio disegno viva nell’elaborazione del libro, lasciando crescere i personaggi insieme a me. 

A vedere i suoi lavori finora editi in Italia, pubblicati da Tunuè, sembra che lei ami lavorare su testi di altre persone: Non morirò preda dal romanzo di Guillaume Guéraud, Perché ho ucciso Pierre e La disperazione della scimmia su sceneggiature di Oliver Ka e di Jean-Philippe Peyraud, mentre il testo di Octave, per bambini, è di Daniel Chauvel.

Tutte le persone con le quali lavoro mi sono umanamente e amichevolmente vicine. Fare un libro è un processo molto intimo, per me. Mi espongo parecchio, ho bisogno di fidarmi per potermi sentire a mio agio. Quelle persone sono prima di tutto amici veri, e fare libri con loro è un modo per estendere la nostra amicizia, nutrirla, farla respirare. Di solito cominciamo da un soggetto che piace a entrambi, per motivi magari differenti. L’importante è che possiamo sentirci investiti nel progetto del libro.

È anche questo lavorare con tante persone che le fa cambiare stile a ogni libro?

Be’, dato che per me il fumetto è per prima cosa una storia, il mio disegno deve servire quella storia al meglio. I miei libri sono molto diversi l’uno dall’altro perché cerco di adottare uno stile grafico coerente con ciascuna storia. Di solito ho bisogno di scrivere per prima cosa il testo di ciò che disegnerò. Poi, mentre passo alla fase grafica, cambio molto di ciò che ho scritto per adattarlo al ritmo dei disegni. È un continuo vai e vieni. Devo diventare tutt’uno con la trama, perché il lettore non sia mai frenato nella lettura. Non deve vedermi. Devo poter dare, tramite il disegno, sensazioni ed emozioni che il lettore riceverà senza dover interrompere il flusso della narrazione. Graficamente, mi muovo seguendo la storia, e la storia non è mai lineare. Ci sono emozioni molto differenti in un racconto, non posso disegnarle tutte nello stesso modo e devo seguirle con il tratto, cercare di avvicinarmi a ciò che voglio che il lettore provi leggendomi. Ma non bisogna che lo stacco sia troppo netto, altrimenti non mi seguiranno: è un equilibrio che va ritrovato daccapo con ogni libro. Devo, davvero, rendermi invisibile agli occhi del lettore. 

Come prima ha un lieto fine. I ruoli dei due fratelli si invertono, e solo in quel momento entrambi forse diventano adulti.

Diciamo che Come prima è una storia che prende avvio nel dolore di una depressione e volevo uscirne diverso da come vi ero entrato. Tecnicamente, ho costruito una sinossi per capitoli abbastanza precisa nelle sue tappe, negli incontri, negli imprevisti. Qualcosa per rassicurare me (e l’editore), ma anche una struttura sulla quale appoggiarmi. E poi, al momento di disegnare le prime pagine, ho buttato nell’immondizia tutto ciò che avevo passato mesi a scrivere e preparare.

Ho ritrovato il bisogno di scoprire il viaggio insieme ai personaggi e di viverne le tappe alla giornata, come loro. Allora ho cominciato a operare con una forma d’improvvisazione che mi lasciava spazio di manovra per cambiare la traiettoria e ho passato il tempo a mettermi i bastoni tra le ruote da solo e a bloccarmi davanti agli imprevisti. Ho disegnato parecchie cose che poi ho scartato, ma a conti fatti per questo libro di 222 pagine devo averne disegnate poco più di 260, e il percorso alla fine mi ha portato in modo naturale verso un finale più dolce. Ma, per venire alla domanda, non so se i fratelli diventino “adulti”, e non so cosa significhi davvero essere adulto. A trentott’anni, certi giorni non sono sicuro di esserlo ancora. 

Il finale si svolge a Napoli, città che lei conosce, di cui ha fatto un reportage poi pubblicato in Napoli, sguardi d’autore (con Anne Simon, Mathieu Sapin, Bastien Vivès).

Ah, no: non è Napoli! Ancora una volta, non ho voluto dare un’ubicazione precisa al luogo, né essere “storicamente” preciso in ogni istanza. La cosa non mi interessa. Ripeto: preferisco l’aspetto affettivo delle cose. Il luogo d’arrivo dei nostri eroi è un miscuglio di diversi posti che mi sono cari, ma non esiste davvero. Si tratta, insomma, di un’Italia che c’è solo nel mio cuore, come le Cinque Terre, ma più a sud. In fondo, Come prima è un libro che somiglia all’uomo che ero quando l’ho realizzato. È ciò che più desidero, quando lavoro a un libro: che sia una fotografia fedele di colui che sono in quel periodo. Ecco perché i miei lavori di dieci anni fa non somigliano a quelli di oggi e sicuramente saranno diversissimi da quelli che realizzerò tra dieci anni. Io cresco insieme ai miei libri e in questo modo ciascun libro è una prima volta. E così è stato anche per Come prima.

Alberto Sebastiani lavora al Dipartimento di Filologia Classica e Italinistica dell’Università di Bologna e collabora con la Repubblica. Di formazione linguistica e critico letteraria, si è occupato di molti autori del Novecento italiano (da critico militante anche di quelli ora in attività), e da sempre si muove in particolare in territori testuali di frontiera, dal fumetto alla letteratura di genere e alle cosiddette “nuove” scritture (dagli sms in tv e i blog alla famigerata twitteratura), e ora si pone molte domande su una tradizione da costruire, che riguarda proprio le cosiddette “nuove” scritture. Tra i suoi libri, ha curato Opere (con Stefano Costanzi e Emanuela Orlandini) e Lettere di Silvio D’Arzo (Mup), ed è autore di Le parole in pugno. Lingua, società e culture giovanili in Italia dal dopoguerra a oggi (Manni).
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