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Too much happiness

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Alice Munro ha vinto il Nobel per la Letteratura. Pubblichiamo un commento di Paolo Cognetti uscito sul suo blog.

Sono giorni di festa per noi lettori di racconti. Chi l’avrebbe mai detto: il Nobel per la letteratura a una narratrice che, in vita sua, non ha scritto nemmeno un romanzo. Certo che per ottenerlo Alice Munro ha dovuto lavorare parecchio: circa centocinquanta racconti scritti in quarantacinque anni di carriera, al ritmo di tre o quattro all’anno, senza fermarsi mai. Nel più vecchio, “Walker Brothers Cowboy”, parlava di suo padre e di se stessa bambina, proprio come negli ultimi usciti l’anno scorso, nel libro che ha dichiarato essere il suo addio alla scrittura. Ma in fondo per tutta la vita ha scritto di fughe e ritorni. E ora mi piace ricordare che quando ha esordito lei, nel 1968, Raymond Carver faceva le pulizie di notte in un ospedale, il più delle volte ubriaco, e Grace Paley manifestava contro la guerra in Vietnam per le strade del Village, e adesso che entrambi sono morti da tempo questo premio è anche per loro due, che della Munro sono stati fratelli. E per le sue maestre del sud, Flannery O’Connor e Carson McCullers, e tutti quelli che hanno scelto di scrivere storie di poche parole.

“Spero che questo premio faccia vedere alla gente il racconto come una forma importante d’arte”, ha detto la Munro, “non solo qualcosa con cui giocare in attesa di avere per le mani un romanzo”. Come gli altri, ha sempre sostenuto di essere stata costretta a scrivere racconti, perché non aveva tempo. Che è una battuta ma suggerisce quale sia il suo rapporto col mondo: c’è troppa vita là fuori per chiudersi in una stanza a meditare, e di quella vita i suoi racconti traboccano come bricchi del latte lasciati sul fuoco. Un critico americano ha detto che, più che nei quattordici libri in cui sono stati raccolti, stavano bene sulle riviste in cui via via uscivano, sulle colonne del New Yorker: tra un reportage da un paese in guerra e un’inchiesta di costume, come se il racconto non fosse solo un brano di prosa ma un altro tipo di informazione sul mondo, un modo di capirlo meglio; e che tra le informazioni respirasse, le nutrisse e ne fosse nutrito. È proprio così: un buon racconto ci informa su come si sta sulla terra. “L’obiettivo della mia scrittura è sempre stato offrire una rivelazione su cos’è davvero la vita. Voglio che i lettori pensino: sì, la vita è così. Perché è la reazione che ho io davanti alla scrittura che amo di più. Una sensazione di meraviglioso sbalordimento. E di gratitudine per aver visto la vita in modo così intenso, attraverso la scrittura”. Forse per questo la sua ultima raccolta si intitola “Dear Life”, come la lettera d’addio di qualcuno che l’ha amata molto.

Osservata dalla fine, è la coesione del suo lavoro che fa impressione. Si parla a volte di “romanzi di racconti”, e anche tra le raccolte della Munro ce n’è qualcuna che potrebbe esser letta così (tanti citano un titolo, “Lives of Girls and Women”, che in certe sue bibliografie passa per romanzo; io ci aggiungerei “Chi ti credi di essere?” e “La vista da Castle Rock”), però a me sembra che qui la questione perda di significato. Tutti i racconti di Alice Munro dialogano tra loro. Quelli vecchi aiutano molto nella comprensione di quelli nuovi, quando ritrovi per esempio un padre allevatore, una matrigna efficiente e volgare, una figlia divorziata ed eternamente in crisi, un paese che è sempre lo stesso pur cambiando ogni volta nome, e ti sembra di rincontrare dei vecchi amici nelle loro vecchie case. E’ come un unico enorme edificio: centocinquanta racconti connessi in un mosaico, al punto che distinguere tra le tante raccolte un giorno non avrà più importanza, com’è successo con Cechov, con la O’Connor, con tutti i bravi scrittori di racconti. Faulkner aveva fondato la contea di Yoknapatawpha, cuore di un immaginario stato del sud, per avere un luogo in cui ambientare racconti e romanzi, e nel caso di Carver fu un critico a ribattezzare Carver Country quella parte di midwest tutta villette, motel e disperazione; con altrettanta legittimità oggi potremmo prendere una mappa d’America, guardare a nord e trovare il paese di Alice Munro. A me non pare molto importante definirne i confini politici (è Canada, ma se fosse Michigan o Minnesota cambierebbe qualcosa? La lingua, la cultura, il paesaggio, le storie delle persone? Ha senso parlare di letteratura canadese, o non è piuttosto un’unica tradizione nordamericana?).

È un territorio sterminato fatto di laghi e boschi, e campi, fattorie, silos di cereali, ogni tanto un paese e molto più raramente una città, che sono sempre Toronto, all’est, e Vancouver all’ovest. Questo paesaggio nei racconti non è scenografia ma personaggio: vivo, misterioso, generatore di conflitti e movimenti narrativi. La campagna è l’infanzia da cui scappare e molto più tardi il ritorno alle origini, un ritorno che non dà pace ma pone domande, scoperchia segreti, riapre ferite. La città è una liberazione in gran parte fallita, come falliscono i matrimoni e certe lotte personali, lotte per cambiare se stessi prima che il mondo intorno. Detto per scherzo ma poi neanche troppo: il primo marito di Alice Munro faceva il libraio, il secondo invece era un geografo. E di geografia, geologia, botanica sono fitti i suoi racconti, le sue donne tese a osservare il paesaggio che hanno intorno, a interrogarlo, a cercar di capire dove sono e come ci sono arrivate. Ogni volta che ricominci, che leggi la prima riga di una delle sue storie ti ritrovi lì. Preferibilmente tra gli anni Cinquanta e Settanta, perché Munro Country non è solo un luogo ma un’epoca – anch’essa fatta di rivoluzioni e restaurazioni, fughe e ritorni. Io non sono mai stato da quelle parti e sono nato subito dopo, eppure, come mi succede con pochi grandissimi scrittori, sento che quello è anche il mio mondo, lo conosco così bene che potrei partire adesso e andare ad abitarci.

In questi due giorni ho letto moltissime inesattezze, diverse contraddizioni e qualche bugia bella e buona. Immagino sia normale se uno scrittore vince il Nobel e un giornalista che lo conosce poco deve buttare giù un articolo in fretta e furia. La lingua di Alice Munro è ridotta all’osso oppure elaborata ed elegante? (la seconda) Ha scritto, incredibilmente, centocinquanta racconti della stessa lunghezza oppure uno è di quindici pagine, un altro di settanta? (la seconda) Il narratore è sempre onnisciente, il protagonista sempre una donna, il Canada sempre sorveglia immenso e glaciale? (va be’, avete capito) Non importa. A chi l’ha amata da quando ha imparato a leggere starà per forza sulle balle chi ne sa poco e parla troppo, però un paragone è giusto, e infatti prima dei giornalisti l’ha proposto Cynthia Ozick quando ha detto che “Alice Munro è il nostro Cechov” (tra l’altro la Ozick è un’ebrea statunitense, dunque anche per lei non è un problema chiamare “nostra” una scrittrice canadese). Come per Cechov, anche per la Munro un racconto è sempre il tentativo di arrivare a una verità, far luce in una zona buia. Capire un po’ meglio com’è fatta la vita. Sbalordirsi di fronte alla sua meraviglia segreta.

Infine, da appassionato sostenitore dell’editoria indipendente, mi pare doveroso ricordare chi ha portato Alice Munro in Italia. La prima fu la casa editrice Serra e Riva: fondata nel 1977, e dedicata ad autori di lingua inglese sconosciuti o dimenticati, pubblicò “Il percorso dell’amore” nel 1989. Ma soprattutto fu La Tartaruga, storico editore femminista milanese, a diffondere la Munro qui da noi negli anni Novanta: “La danza delle ombre felici” (1994), “Stringimi forte, non lasciarmi andare” (1998), “Segreti svelati” (2000). In mezzo ci fu anche un’edizione e/o di “Chi ti credi di essere?” (1995). Poi dal 2001 Einaudi ha intrapreso un percorso di ripubblicazione dell’intera opera, tutta tradotta magnificamente da Susanna Basso, la cui lingua è per noi lettori di Alice Munro un po’ come la voce di Ferruccio Amendola per i fan di Robert De Niro. Ne mancano ancora tre – due vecchie raccolte e l’ultima – e speriamo di vederle presto in italiano. Non so se ce ne saranno altre. La Munro aveva detto basta la prima volta nel 2010, poi ci ripensò, riprese a scrivere e da allora ha pubblicato ben due libri. Nel 2012, dopo “Dear Life”, ha ribadito con più convinzione che quelle sono le sue ultime storie. Non è che a ottantadue anni si senta stanca: è che, ha detto, non è più disposta alla solitudine necessaria alla scrittura. Ha perso da poco il marito, e ha voglia di passare gli anni che le restano in compagnia delle persone che ama. Come non capirla? Solo chi non le vuole bene potrebbe rammaricarsene. Auguriamole piuttosto buona vita, e grazie per tutte quelle bellissime storie.

Paolo Cognetti è nato a Milano nel 1978. È autore di alcuni documentari – Vietato scappare, Isbam, Box, La notte del leone, Rumore di fondo – che raccontano il rapporto tra i ragazzi, il territorio e la memoria. Per minimum fax media ha realizzato la serie Scrivere/New York, nove puntate su altrettanti scrittori newyorkesi, da cui è tratto il documentario Il lato sbagliato del ponte, viaggio tra gli scrittori di Brooklyn. Per minimum fax ha pubblicato Manuale per ragazze di successo, Una cosa piccola che sta per esplodere (vincitore, tra gli altri, del Premio Fucini, del Premio Settembrini e finalista al Premio Chiara) e Sofia si veste sempre di nero (selezionato al Premio Strega 2013). Per Laterza è uscito nel 2010 New York è una finestra senza tende.
Commenti
10 Commenti a “Too much happiness”
  1. Pierfranco scrive:

    Ma il paragone con Cechov proposto dalla romanziera Cynthia Ozick davvero è convincente?
    In Cechov ci sono molti temi intrecciati insieme di cui non c’è alcuna traccia in Munro. Innanzitutto sono diversissime le tradizioni culturali: in Cechov cultura russa e cultura europea, soprattutto di origine tedesca, che nella Munro è totalmente assente. Così come è diverso il panorama sociale di riferimento: in Cechov possidenti terrieri in declino, da una parte, dall’altra nuova classe di professionisti che si sono fatti da soli con lo studio e l’impegno, in mezzo dei disadattati sognatori.
    Cechov esprime il tragico quotidiano ma in mezzo a una società russa nostalgica, che insegue idilli Biedermeier ereditati dalla cultura tedesca. Per es. donne che amano suonare valzer al pianoforte (Le Tre sorelle). Forme estetiche percepite come false dalle nuove generazioni (Il Gabbiano). Invece nella Munro non si vede nessun colloquio/critica con forme estetiche diventate kitsch. Parla di gente povera e soprattutto troppo intrisa di cultura rigorista di origine protestante per avere nostalgie estetizzanti e persino per conoscere arte e musica tedesca e filosofia idealista. Cechov e i suoi lettori poi condividevano l’amore per Tolstoj. Tutte queste grandi tradizioni artistiche sono assenti nella Munro e nei suoi personaggi. Davvero possiamo pensare di “scarnificare Cechov” leggendolo senza mantenere quell’ambiente sociale molto stratificato e quelle tradizioni culturali di cui sono impregnati i suoi racconti? È un paragone che appare fuorviante.

  2. bidé scrive:

    Posto che neanche io vedo molto Cechov nella Munro, occhio a confondere il Cechov drammaturgo (di cui le due opere da te citate) con il Cechov narratore, ché sebbene non manchino gli ovvi tratti comuni, ci sono anche delle discrete differenze. Nei racconti mi pare che Cechov dia meno peso al declino della vecchia aristocrazia (un declino comunque costantemente presente) e abbia in compenso un atteggiamento di scoperta/fascinazione per le psicologie deviate (si pensi a Il monaco nero e a La corsia n. 6), atteggiamento che mi sembra del tutto assente dalla sua drammaturgia.

  3. Pierfranco scrive:

    I racconti di Cechov (nella splendida traduzione di Agostino Villa in 5 volumi Einaudi, non più in commercio), sono abbastanza variegati, ma con molte tematiche comuni di fondo. Per es. “La mia vita” (vol. 2° della raccolta Einaudi) parla della decadenza di una ricca famiglia e insieme di coloro che non si riconoscono in nessuna struttura sociale (molti legami con Il Gabbiano). Nel racconto “La Signora con il cagnolino” parla di ricchi borghesi in vacanza sul Mar Nero e della incomunicabilità tra idealismo e cinismo. Ecco: il gran parlare di Munro e Cechov porta a rileggere Cechov e si finisce con il concludere: ma che cosa c’entra con Munro? Ha ragione chi dice che ormai prevale una critica fatta come il marketing delle case editrici dove si tenta sempre di dire: X è il nuovo Y.

  4. bidé scrive:

    Assolutamente d’accordo. Diceva Sartre nel suo romanzo più celebre:
    “Spiegano il nuovo con il vecchio, e il vecchio l’hanno spiegato con avvenimenti più vecchi ancora, come quegli storici che fanno di Lenin un Robespierre russo e di Robespierre un Cromwell francese: tutto sommato, non hanno mai capito niente.”
    Si riferiva agli storici, ma val benissimo anche per alcuni critici letterari.
    Poi, com’è come non è, chi scrive racconti è sempre, e con sempre intendo dire sempre, senza eccezioni, paragonato a Cechov; mi sembra questa una buona dimostrazione del fatto che l’arte del racconto è ancora troppo poco considerata e che quindi ci si deve sempre rifare ai soliti noti.

  5. Paolo Cognetti scrive:

    Ciao Pierfranco,
    grazie del contributo, temo di conoscere l’ambiente sociale cechoviano meno bene di te. Tu però di Cechov citi il teatro, mi pare, io i racconti; e mi pare fossero per lui non solo due linguaggi, ma anche due mondi di riferimento piuttosto diversi.
    Ma il paragone, per quanto mi riguarda (certo non posso parlare per la Ozick), vale soprattutto in chiave narratologica. Cechov è considerato il padre del racconto “epifanico”, ovvero quello in cui un episodio non particolarmente importante di per sé diventa cruciale nella vita di un personaggio, mina le sue certezze, gli rivela qualcosa di sé che avrebbe preferito non sapere, gli impedisce di continuare a vivere come prima. Sto parlando di una grande o piccola crisi morale, certo dovuta anche al mutare dei tempi, che perciò da crisi personale può ingrandirsi e farsi crisi sociale, parlarci di come sta cambiando il (un) mondo. Il paragone per me finisce qui.
    Poi sarebbe interessante approfondire l’ambiente munroviano seguendo le tue suggestioni. Non è vero che la Munro parla di gente povera: quello è il più delle volte l’ambiente da cui proviene la protagonista femminile. Ma altrettanto spesso ha studiato, è andata a vivere in città, ha sposato un intellettuale. Quando marito e moglie discutono, capita che parlino di Turgenev o di cinema d’autore. L’Europa è senz’altro il riferimento culturale di queste persone, che sono progressiste e moderatamente antiamericane. Gente intrisa di cultura rigorista protestante? Forse i loro padri e le loro madri. Molti racconti della Munro parlano di adulterio e liberazione sessuale, di divorzio e femminismo, a volte di ecologia e antimilitarismo; se nei temi c’è il rigore morale protestante e proprio perché in queste persone va in crisi. Non vorrei che Alice Munro passasse per cantrice del mondo contadino e sottoproletario, riducendola a questo si trascura gran parte del suo lavoro.

  6. Paolo Cognetti scrive:

    p.s. Pare che il vizio di dire “X somiglia a Y” produca nei commentatori il vizio opposto: “X non somiglia affatto a Y, Y era tutta un’altra cosa!” Quasi quasi cancello quelle due righe così magari parliamo di Alice Munro.

  7. Pierfranco scrive:

    Allora: se parliamo di «un episodio non particolarmente importante di per sé diventa cruciale nella vita di un personaggio, mina le sue certezze, gli rivela qualcosa di sé che avrebbe preferito non sapere, gli impedisce di continuare a vivere come prima» la definizione è adatta ai racconti di Cechov. Tuttavia in Cechov ci sono molti altri elementi che creano un quadro esistenziale molto particolare: la nostalgia per il futuro nel passato (ciò che non si è realizzato); l’angoscia per l’inaridimento delle persone, le prospettive che si chiudono. Poi ci sono i confronti tra personaggi prevaricatori e personaggi vittime, i gesti enfatici ma inutili. Nel mondo di Munro si evade, si scappa. Nel mondo di Cechov non c’è nessuna fuga possibile. Tutto questo sia nel teatro che nei racconti. Secondo me Cechov non appartiene all’orizzoante di Munro. Non è un termine di riferimento.
    Detto questo sono d’accordo che parlare di racconto è interessante così come fare confronti e fa emergere le differenze.

  8. elena scrive:

    Pierfranco, credo che il Cechov dei racconti – di alcuni racconti – sia un poco diverso di quello dei testi teatrali che citi (e uno che lasci volutamente senza nome, cioè Il giardino dei ciliegi).

    Prendendo racconti complessi come Una storia o Il monaco nero; oppure racconti più “leggeri” e misteriosi come La signora col cagnolino o Uno scherzetto – trovo il paragone nient’affatto tirato per i capelli.
    I racconti che ti ho nominato potrebbero essere riscritti, in qualche modo, anche “prescindendo” dalla loro terra di origine? Forse, ci si potrebbe ragionare. (Non così per Il giardino dei ciliegi…)

    Trovo chei due autori, così distanti fra loro, abbiano una forma di pathos verso i loro personaggi che in qualche modo li accomuna.

  9. elena scrive:

    (Perdonate il mio commento: è stato inviato quando era apparso solo il primo commento di Pierfranco – perciò, non ha senso, posizionato così, alla fine del thread!). Buona lettura a tutti. Di Cechov e della Munro.

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  1. […] Sono giorni di festa per noi lettori di racconti. Chi l’avrebbe mai detto: il Nobel per la letteratura a una narratrice che, in vita sua, non ha scritto nemmeno un romanzo. Certo che per ottenerlo Alice Munro ha dovuto lavorare parecchio: circa centocinquanta racconti scritti in quarantacinque anni di carriera, al ritmo di tre o quattro all’anno, senza fermarsi mai: Paolo Cognetti racconta Alice Munro, vincitrice del Nobel per la Letteratura, nonché una delle autrici a cui è più legato (minima&moralia). http://www.minimaetmoralia.it/wp/alice-munro-nobel-letteratura/ […]



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