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Alienazione e anestesia. Capitalismi oggi

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Photo by Jimi Filipovski on Unsplash

Parafrasando le parole di Karl Marx e Friedrich Engels, lo spettro che si aggira ormai da tempo nell’Europa risponde al nome del capitalismo: ma tanta ed estesa è la sua frequentazione con il mondo, che esso ha imparato ad assumere forme e sembianze sempre diverse, sottostando ad un diabolico principio di mutevolezza che mai si placa e che lo rende sempre più sfuggente. Se il libro del 2013, divenuto più che celebre, di Thomas Piketty Il capitale nel XXI secolo, mostrava come esso dominasse nell’andamento delle disuguaglianze tra i redditi, sono recentemente usciti due saggi che tentano di esplorare alcune delle forme che il capitalismo sta assumendo oggi, letture imprescindibili per comprendere le nuove forme attraverso cui esso appare.

Da una parte l’analisi si muove in relazione alle sostanze farmaceutiche che, in diversa misura, prendono un posto decisivo nel quotidiano delle esistenze, dall’altra indaga invece come l’illusione della tecnica e della tecnologia miri a nascondere le alienazioni del presente, tutt’altro che scomparse. Si tratta del libro di Laurent de Sutter Narcocapitalismo. La vita nell’era dell’anestesia, edito da Ombre Corte con la traduzione di Gianfranco Morosato e di La grande alienazione. Narciso, Pigmalione, Prometeo e il tecnocapitalismo del sociologo Lelio Demichelis, pubblicato da Jaca Book. I libri hanno ovviamente riferimenti e punti di vista molto differenti, ma attraverso una loro serrata lettura, si è introdotti in alcuni dei meccanismi, tanto nascosti quanto pervasivi, che il capitalismo genera nella nostra contemporaneità.

Il libro di De Sutter, pubblicato nella preziosa collana Cartografie dell’editore veronese che annovera altri fondamentali testi come Necropolitica di Achille Mbembe, I nuovi volti del fascismo di Enzo Traverso o Come si cura il nazi di Franco Berardi Bifo, prova, con successo, ad intavolare un’analisi sul ruolo che le sostanze psichiche, siano esse legali o illegali, rivestono all’interno del capitalismo contemporaneo, mettendo in luce tutte le complesse declinazioni che il problema presenta. «Siamo entrati in un’epoca perduta, di cui cerchiamo continuamente di abbattere i muri, senza riuscire a capire che il più importante di essi è invisibile: quello che è stato costruito dentro di noi, con il nostro concorso. Non si tratta del muro dell’incoscienza o della servitù volontaria […], ma quello che la chimica del nostro cervello chiede sempre con più ardore: è la barriera dell’off»: questo è l’assunto da cui muove il ragionamento di De Sutter, professore di filosofia del diritto a Bruxelles, che finisce per interrogarsi su questioni nodali dell’esistenza, come di «quale vita parliamo quando ognuna delle sue dimensioni è impostata su microdosi da somministrare regolarmente», oppure la constatazione che la nostra epoca è «perduta perché la sua lotta consiste nella messa sotto controllo delle nostre emozioni».

Partendo dalla scoperta dei metodi anestetici, per De Sutter momento di nascita di una vera e propria nuova era, ed arrivando sino all’utilizzo di droghe per l’eccitazione (etimologicamente “essere chiamati fuori di sé”) e il divertimento, Narcocapitalismo con la sua illustrazione dei principi che regolano i ritmi della vita (dormire, lavorare, amare e divertirsi secondo le stesse parole dell’autore) fornisce al lettore importanti coordinate per addentrarsi in un territorio insidioso, quello di un capitalismo narcotico che porta l’uomo a «concentrarsi sul proprio presunto essere e renderlo così importante ai nostri occhi da farci credere di dipendere da esso» (da un’intervista all’autore di Enrico Petrilli apparsa recentemente su Not).

Da un altro versante attacca invece la questione Demichelis, che nel suo approfondito studio analizza le sembianze e gli inganni delle vecchie e nuove fabbriche di alienazione, con particolare attenzione al mondo della rete digitale. Con lo sguardo del sociologo, Demichelis arricchisce ancor di più un campo che, da Lasch in poi, è proceduto verso analisi sempre più profonde ed impietose: La grande alienazione parte dall’assunto che nella società della tecnica e del neoliberismo nessuno si sente alienato, perché attraverso le reti contemporanee ad ognuno pare di avere la propria indipendenza, la propria libertà e la propria individualità. Ma il potere ha assunto oggi un aspetto più diabolico, perché ha smarrito, almeno in apparenza, il suo aspetto punitivo, rigido e severo, travestendosi con abiti seduttivi e mimetici: da questo punto di vista le riflessioni di Demichelis sono molto vicine alla dura lettura che fa il filosofo coreano Byung-Chul Han in Psicopolitica, dove scrive per esempio che «Il soggetto che sfrutta se stesso porta un campo di lavoro con sé nel quale egli è vittima e carnefice. Come soggetto che si autoespone e che si autosorveglia, egli porta con sé un panottico nel quale è detenuto e guardiano».

È nello sfruttamento della libertà, aggiunge Demichelis, che il tecnocapitalismo raggiunge il suo massimo rendimento. «È sbagliato credere che ciò che abbiamo definito come tecnocapitalismo sia in crisi o al tramonto. Continua infatti a produrre egemonia e dominio per sé, contro la società, l’individuo e l’ambiente. Ma il tutto è ben mascherato dal sistema stesso, posto che nessuno si ribella, nessuno cerca alternative e tutti si adattano alle dinamiche del sistema e alle molte e apparentemente diverse forme di alienazione»: per affrontare questo materiale complesso e incandescente, che rischia di scivolare spesso nella «tecnofobia», elemento che Demichelis riesce abilmente sempre ad evitare, l’autore procede ad una nuova lettura dell’opera di Foucault e anche ad un aggiornamento delle teorie della scuola di Francoforte, giungendo alla costruzione di un doveroso e necessario pensiero critico che affronti con coraggio la tecnica e il capitalismo.

Il nuovo avanza continuamente, a grandi passi e inesorabile, ma l’uomo può opporre una resistenza, altrettanto decisa, «uscire dalla gabbia» come suggerisce Demichelis anche attraverso le figure evocative di Narciso, Pigmalione e Prometeo: il suo compito deve essere quello di scartare da questa nuova caverna platonica che oggi ha la forma del tecnocapitalismo, per tentare di costruire una nuova comunità che sia in grado di vivere e relazionarsi come una rete, differente però da quella di qualsiasi piattaforma social.

«Poesie / è rifare il mondo, / dopo il discorso devastatore / del mercadante» recita la poesia di David Maria Turoldo scelta come esergo da Demichelis per il suo libro, ma essa potrebbe figurare anche in apertura al libro di De Sutter, per la sua capacità di segnalare un’urgenza che oggi non più essere rimandata.

Matteo Moca si è laureato in Italianistica all’Università di Bologna con una tesi su Landolfi e Beckett. Attualmente studia il surrealismo italiano tra Bologna e Parigi, dove talvolta insegna. Tra i suoi interessi la letteratura contemporanea, la teoria del romanzo e il rapporto tra la letteratura, la pittura e il cinema. Suoi articoli sono apparsi su Allegoria e Alfabeta2. Collabora con varie riviste di carta, in particolare con Gli Asini, rivista di educazione e intervento sociale, con Blow Up per la sezione libri e con L’indice dei libri del mese e online (DUDE Mag, Crampi sportivi, Nazione Indiana, ecc.).
Commenti
2 Commenti a “Alienazione e anestesia. Capitalismi oggi”
  1. gianfranco scrive:

    Quarta di copertina del libro di L. de Sutter, Narcocapitalismo, ombre corte.

    Cosa hanno in comune l’invenzione degli anestetici nella metà del xix secolo, l’uso della cocaina da parte dei nazisti e il diffondersi del Prozac? La risposta è che sono tutti prodotti della stessa logica, che definisce la nostra era contemporanea come “l’era dell’anestesia”. Laurent de Sutter mostra come gran parte delle nostre vite siano ora caratterizzate dalla gestione dei nostri sentimenti attraverso i farmaci, dalle pillole per dormire ai narcotici pesanti. La chimica è diventata così parte di noi che non riusciamo nemmeno a vedere quanto ci abbia cambiato.
    In questa era, essere un soggetto non significa semplicemente essere sottoposti ai poteri che decidono delle nostre vite: significa che i nostri stessi affetti ed emozioni sono stati demandati alla stimolazione chimica. Eppure non capiamo perché le sostanze che assumiamo non siano in grado di liberarci dalla fatica e dalla depressione, e dalla mancanza di desiderio che ora caratterizza la nostra condizione psicopolitica. Abbiamo dimenticato cosa significa essere eccitati perché le sole eccitazioni che conosciamo sono indotte da farmaci e droghe. Dobbiamo abbandonare la stimolazione narcotica cui siamo arrivati ad affidarci e trovare un modo per tornare all’eccitazione collettiva, che è la più grande paura del narcocapitalismo.

    “Questo libro affascinante può essere letto in molti modi: come una breve storia della psico-farmacologia moderna, come una teoria della politica contemporanea in quanto anestesia del corpo sociale, come una svolta filosofica sulla dimensione ontologica della depressione. Dovrebbe essere tra le letture di ogni filosofo, psicoanalista o attivista sociale interessato a sperimentare l’eccitazione di una vera avventura intellettuale” (Franco Berardi Bifo)

  2. Andrea scrive:

    Come al solito siete bravissimi a spiegare i problemi del nostro tempo e disastrosi nel proporre soluzioni. “Uscire dalla gabbia”? Cosa significa in pratica? “Una rete, ma differente da qualsiasi piattaforma social”?? Che cazzo vuol dire in pratica??

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