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Madri a fumetti

Dal nostro archivio, un articolo di Tiziana Lo Porto apparso su minima&moralia l’11 dicembre 2012.

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Questo pezzo è uscito su Orwell. (Fonte immagine)

All’inizio c’è la dedica: “Per mia madre, che sa chi è”. Subito dopo arriva Virginia Woolf a mettere scompiglio, citata quando dice: “Perché niente era una cosa sola”.

Tutto quello che sappiamo di Alison Bechdel lo sappiamo dalle note biografiche sulle bandelle dei suoi libri, dal suo sito (dykestowatchoutfor.com, che è anche il titolo di una sua fortunata serie in cui racconta le storie di un gruppo di lesbiche e dei loro amici), da Wikipedia, da articoli su di lei usciti in questi anni, e dai suoi fumetti. In particolare dai graphic novel Fun Home. Una tragicommedia familiare e il recente Sei tu mia madre? Un’opera buffa. Tutto quello che sappiamo della madre di Alison Bechdel lo sappiamo dai fumetti della figlia.

Alison Bechdel è una bravissima fumettista americana. È nata a Lock Haven, Pennsylvania, nel 1960 e ha cominciato a fare fumetti per mestiere da adulta. Il suo lavoro si inserisce in una già esistente scena del fumetto americano underground femminile nata con le storie di brave fumettiste come Aline Kominsky-Crumb, Trina Robbins e Mary Wings. Tutte artiste che negli anni settanta presero a raccontare (e a combattere) le battaglie di genere con le loro strisce a fumetti. Alison Bechdel è autrice di due dei memoir più belli della storia del fumetto (i due graphic novel autobiografici citati sopra, entrambi tradotti e editi in Italia da Rizzoli). La madre Helen è un’attrice mai diventata famosa, lettrice onnivora, moglie e madre vissuta nella trappola di un matrimonio infelice. Personaggio minore nel primo memoir della figlia Alison, Fun Home, che del signor Bechdel aveva raccontato l’omosessualità taciuta, la profonda infelicità e infine il suicidio, Helen è adesso coprotagonista insieme alla figlia di Sei tu mia madre?

Sei tu mia madre? è un’opera seconda inaspettatamente bella come la prima, e forse anche di più. Di Alison Bechdel racconta altri pezzi di vita e soprattutto un percorso psicanalitico sui generis (come dovrebbe essere ogni percorso psicanalitico), fatto di parecchie sedute, di sei analisti e di molte buone letture. Donald W. Winnicott, per esempio, pediatra e psicanalista amatissimo da Bechdel. Amore che viene ben sintetizzato in una vignetta. Analista: “Cosa c’è in lui che ti attira tanto?” Alison Bechdel: “Vorrei che lui fosse mia madre”.

Brillanti come i dialoghi, sono certe frasi del libro. Sulla distanza tra psicanalisi e psicoterapia: “L’analisi non ha fretta di arrivare al fondo delle cose. La psicoterapia, di norma, ha tempi più brevi, è più mirata ad alleviare il sintomo”. Su Freud: “Il fatto che la madre costituisca l’oggetto d’amore primario per maschi e femmine pone Freud in una situazione lievemente spinosa”. Sull’analisi, quando riesce: “Mi sentivo acutamente lucida, come se qualcuno avesse alzato il cofano della mia vita e io potessi vederne gli ingranaggi interni”. Sulle madri che odiano i propri figli: “Certo che la madre ama il bambino. Ma il punto è proprio questo: l’odio fa parte dell’amore”. Sulle madri, e i padri, che lasciano andare i propri figli: “Mi spedirono nell’età adulta con la stessa preoccupazione con cui mi avrebbero mandata dal dentista”. Sulla scrittura, e sulla vita: “Non si può vivere e scrivere allo stesso tempo”. Sui timori ricorrenti per chi scrive della propria madre, ovvero le ragioni per cui certa gente smette di scrivere, o non comincia mai, e altra tira fuori capolavori: “Il timore che la mamma veda ‘solo rabbia’ in questi ricordi su di lei”. O il timore “che la storia mia e sua si stia svolgendo mentre la scrivo”. O ancora, il timore di avere interiorizzato davvero troppo le “sue prerogative critiche”. Sulle madri, che parlano parlano parlano e raramente chiedono: “A volte c’è una pausa e allora mia madre di chiede: E tu come stai?” Su come ottimizzare la relazione tra una madre e una figlia: “Io non ho mai letto Sylvia Plath e la mamma non ha mai letto Virginia Woolf. In generale, così abbiamo evitato di pestarci i piedi a vicenda”. Su Virginia Woolf, citata quando dice: “Quel che accade come al solito è che intendo scrivere dell’anima e la vita irrompe”.

Virginia Woolf a tratti è parecchio irritante. Per esempio, dopo avere scritto della propria madre, quando disinvolta afferma: “Una volta scritto, ho smesso di essere ossessionata da mia madre. Non ne sento più la voce; non la vedo più. Suppongo d’aver fatto per me stessa ciò che gli psicoanalisti fanno per i loro pazienti; ho espresso un’emozione provata molto a lungo e nel profondo. E per esprimerla l’ho spiegata e infine seppellita”. Facile così. Alison Bechdel, sulla stessa annosa questione: “Io sono in terapia praticamente da quando sono adulta e non ho ancora seppellito le emozioni più profonde riguardo a mia madre”. Più avanti, definitiva, e noi con lei: “Non lo finirò mai questo cazzo di libro”. Per fortuna (nostra e sua) di “cazzo di libri” poi Alison Bechdel ne ha finiti due. Disegnandoli pure. Perché non avrebbero potuto che essere a fumetti. E adesso elenchiamo anche le ragioni.

Il valore aggiunto del fumetto sta nel tenere insieme private considerazioni e citazioni pubbliche facendone una storia che funziona. Il valore aggiunto del fumetto sta nel farti viaggiare nello spazio e nel tempo. In una tavola c’è Bechdel con l’analista, e in quella dopo c’è Virginia Woolf a Londra nel 1924. Il valore aggiunto del fumetto è che legittima l’uso dei libri degli altri per raccontare la tua vita. Citi te stesso, poi citi Freud o Virginia Woolf, poi ancora citi tua madre. E nessuno batte ciglio. Il valore aggiunto del fumetto è che se racconti i sogni disegnandoli eviti di annoiare il resto del mondo. Il valore aggiunto del fumetto è che ti mostra come non solo si può arrivare all’universale attraverso lo specifico, ma allo specifico attraverso l’universale. Che detto altrimenti è: se la ridisegni, e la adatti alla tua vita, qualunque cosa parlerà di te.

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
Commenti
2 Commenti a “Madri a fumetti”
  1. Francesca scrive:

    già. i buoni fumetti, per chi legge, sono come un frullato di frutta fresca. sano, ma gustoso. molto più di un semplice beverone vitaminico

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  1. […] Lo Porto che non scrive mai di cose che non la appassionino (ne ho già parlato qui, ma qui c’è un altro […]



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