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Alla conquista del Polo Sud

Dal nostro archivio, un pezzo di Matteo Nucci apparso su minima&moralia il 23 dicembre 2011.

Questo articolo di Matteo Nucci è uscito sul «Messaggero» e racconta la conquista del Polo Sud (avvenuta cent’anni fa) attraverso i libri usciti in questo periodo in occasione dell’anniversario, e in particolare attraverso uno, pubblicato da Cavallo di Ferro: «Race. Alla conquista del polo sud. I diari di Roald Amundsen e Robert F. Scott» di Roland Huntford. 

“Così siamo arrivati e abbiamo innalzato la nostra bandiera al Polo Sud”. Le parole che Roald Amundsen incide sul suo piccolo bloc notes sono, al solito, prive di retorica. È il 14 dicembre di cento anni fa e la celebrazione è avvenuta semmai nei gesti. Poco prima, ha chiesto ai suoi quattro compagni di impugnare contemporaneamente l’asta della bandiera norvegese, perché l’impresa appartiene a tutti. Subito poi ha voluto festeggiare con “una piccola bistecca di foca a testa”.

Nel frattempo, 360 miglia nautiche indietro, Robert Falcon Scott, comandante della spedizione inglese, non sa di essere sconfitto e annota sul suo album per schizzi Winsor & Newton che già immagina pubblicato: “Verso la fine della marcia abbiamo tirato con la massima facilità. È splendido andare avanti e trovare qualche adeguato compenso per tutto l’impegno che ci stiamo mettendo”. Sarebbe difficile immaginare due tipi umani più diversi. E non c’è altro modo, per capire la grande corsa al Polo Sud, che leggere parallelamente questi diari di viaggio, un’impresa che adesso è possibile grazie al più bel libro pubblicato in questi giorni celebrativi.

Race. Alla conquista del polo sud. I diari di Roald Amundsen e Robert F. Scott di Roland Huntford (Cavallo di Ferro) racconta con estrema cura l’ultima vera sfida prima che la conquista si spostasse nello spazio. Nel 1910, quando le due spedizioni partono, il polo Nord è stato ormai preso. Non resta che l’Antartide allora, dove, proprio come nello Spazio, gli uomini sono completamente abbandonati a se stessi e a ciò che decidono di portarsi appresso. A parte le creature marine sulle coste, infatti, la calotta di ghiaccio distesa sul continente roccioso è come un deserto gelato, privo di vita.

È su questo deserto di ghiaccio che attraccano quasi contemporaneamente in punti opposti del Mare di Ross imbarcazioni molto diverse. La “Terra Nova” capitanata da Scott, sbarca un equipaggio variopinto, messo insieme in maniera casuale ma coordinato da regole militari, slitte a motore avveniristiche, 19 pony della Manciuria che dovrebbero trainare le slitte senza motore e che si riveleranno fallimentari, casse di viveri e di strumentazioni per la ricerca scientifica, nonché per quella fotografica (le fotografie di Herbert Pointing sono raccolte ora nel preziosissimo Scott in Antartide, Nutrimenti).

La “Fram” invece, è un’imbarcazione già mitica per la spedizione artica del decano norvegese Nansen nel 1893. Sbarca un equipaggio su cui il capitano Amundsen ha giocato tutta la sua abilità: uomini scelti per le loro capacità di sciatori e il loro nerbo caratteriale. Con essi infatti Amundsen non gioca nessun ruolo militare, ma li coordina in base al consenso. Tra loro guaiscono decine di cani che diventeranno gli eroi della spedizione. Attrezzature e  viveri sono stati scelti con cura: sci, slitte, bandierine per segnare le piste, ogni particolare è stato considerato per arrivare primi al Polo. Si tratta di una gara, per Amundsen. Anche per Scott lo è, benché finga disinteresse, convinto che lo spirito di competizione non sia proprio di un gentlemen. Il tragico eroismo è ciò che illumina la mente di Scott, la rispettabile vittoria senza inutili rischi quel che anima costantemente Amundsen.

Ma c’è ben altro dietro questi due caratteri. Lo rivelano le brevi note del primo aiuto di Amundsen, il campione di sci norvegese Olav Bjaaland. Scritte come diario personale, sono state pubblicate per la prima volta in Race, a illuminare definitivamente la lontananza fra le due spedizioni intorno a una grande questione: la natura Da una parte, infatti, la preparazione meticolosa dei norvegesi è tutta dedita a corteggiare la natura da conquistare. Dall’altra, l’impeto a volte supponente di Scott rivela invece un carattere tipico dell’imperialismo britannico e della sua cultura industriale: la certezza di poter sottomettere la natura. È su queste direttrici che seguiamo l’epopea.

Scott ha certo esperienza (la sua spedizione antartica del 1901-4 è rimasta famosa e la raccontano in parte i Diari Antartici pubblicati da Nutrimenti) ma crede ciecamente in novità come le slitte a motore destinate a bloccarsi nei climi gelidi o come l’abbigliamento privo delle primitive pellicce. Amundsen anche ha la sua esperienza (è riuscito nell’impresa del Passaggio a Nord-Ovest e ha partecipato alla spedizione antartica del “Belgica” su cui ora esce per Castelvecchi, L’enigma bianco di Jacob Popper) e crede in essa: dunque confida nei cani e nell’abbigliamento di pelliccia con cui da secoli gli eschimesi sanno vivere tra i ghiacci. Il resto non è cronaca.

Nei mesi di preparazione dei depositi che devono accompagnare la corsa degli uomini, Amundsen è scrupoloso ai limiti della maniacalità ben diversamente da Scott. E il risultato non sarà solo la vittoria. Scott raggiungerà il Polo Sud il 18 gennaio, registrando la sconfitta con enorme delusione di fronte alle bandiere norvegesi. Il peggio però deve venire. La distanza fra i depositi, l’alimentazione non ben calcolata, il combustibile che scarseggia per sciogliere neve in acqua, tutta una serie di errori porterà Scott e i suoi quattro compagni alla morte, a fine marzo. Le esequie e l’eroismo dell’uomo che soccombe di fronte alla “natura spietata” finiranno per offuscare il successo di Amundsen.

Si parlerà a dismisura di fortuna e sfortuna. Termini che il norvegese aveva già ribattezzato nella sua prosa priva di fronzoli: “La vittoria arride a chi ha tutto in ordine – la gente la chiama fortuna. La sconfitta è sicura per chi ha trascurato di prendere le necessarie precauzioni – la gente la chiama sfortuna”.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie). I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
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