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Alla periferia di Benigni

Questo pezzo è uscito su DUDE MAG, che ringraziamo.

di Federico Pevere

Non è se stessa, non è ciò che ci aspettiamo da lei. All’improvviso non la conosciamo. O meglio, non la riconosciamo. È una Roma stravolta. È senz’altro Roma ma potrebbe essere qualsiasi altra – potrebbe essere Cesena, per esempio, e allora che senso ha essere Roma?

Ce l’ha perché Roma può essere tutto. È senza inizio, nessuna fine, nessun fine: immensa senza essere eterna. Ha la data di scadenza, emerge solo ora, immortalata poco dopo essere stata sedotta e abbandonata. Fotografata durante il lento rientro dopo un allarme nucleare o più ingenuamente è una Roma al tramonto, ad agosto: la città di Bruno Cortona, la città che non sarà più di Roberto Mariani, ma svuotata di tutto – l’italiano mediato, le bellezze tutte, tutto quello che ci rimane.

È una Roma che abbiamo continuamente intravisto, periferica certo, ce la ricordiamo, spinta al largo, addosso al suo destino, ma svuotata di tutti i problemi. Il traffico, le buche e la mobilità (sociale, stavolta), le ingiustizie e l’abuso edilizio, la delinquenza comune, mafiacapitale, macchè, neppure l’appiattimento culturale, nulla di tutto ciò. Non vi è alcuna pretesa antropologica, sociologica o che altro nelle immagini della – la chiameremo così, perdonatemi – trilogia benignesca sulla periferia composta da Il Piccolo DiavoloJohnny Stecchino e Il Mostro. Sì, i film della consacrazione di Roberto Benigni.

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No, non è un fotogramma tratto dalla versione restaurata e colorata de Le Mani Sulla Città ma la prima scena de “Il Mostro”

Addirittura un pezzo sui luoghi scelti da Benigni per alcuni suoi film, chi ve lo fa fare, chi. D’accordo, Benigni si è sempre rivelato un regista tecnicamente sciatto, alquanto prevedibile. I suoi film, dal punto di vista tecnico e prettamente visivo, non verranno ricordati per nulla e, a prima vista, chi mai si è soffermato sulle location decisamente scontate, per nulla esotiche o ricercate dei suoi film? Nessuno, già. Sono normali, non succede nulla, sono uno sfondo. È uno sfondo metabolizzabile, ma poi fuoriesce in tutta la sua forza. In una parola: racconta. Un altro racconto. Voluto.

Ne Il Piccolo Diavolo, come d’altronde ne Il Mostro, Roma è l’attrice non protagonista, ma non lo sappiamo. Sono solo dei lampi di ciò che è diventata. Non è la Roma trasteverina e radical chic (sì, loro sì, radical chic) degli ultimi, sgraziati residui della commedia all’italiana (i Massimiliano Bruno, i Paolo Genovese, i Fausto Brizzi, e prima i Muccino e chi altro va dimenticandosi), no, decisamente no. E, scalando indietro nel tempo, neppure la Roma Imperiale del Fellini più maestro! maestro! maestro! e megalomane, e neanche dello Scola più versatile (in lui sì, c’era la Roma tutta, l’altra Roma tutta). Non affrontiamo neppure il Pasolini di inizio carriera, tutt’altra cosa. Non c’è la terrazza sul Colosseo di Jep Gambardella. Niente Fontana di Trevi, né Piazza Navona. Nessuna dolly svolazza beata su Piazza del Popolo. Nessuna vespetta circumnaviga l’Altare della Patria. Nulla di tutto ciò, la bellezza è esclusa, già altrove. E allora cosa c’è di nuovo nella Roma benignesca? Non c’è nulla per l’appunto. Ma esiste inconsapevole.

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Si costruisce, la periferia avanza, la campagna sembra resistere (“Il Mostro”)

Benigni è riuscito a raccontare una faccia della Capitale che non c’era. Chi sceglierebbe mai come sfondo per i suoi film comici il Laurentino 38 o a Roma 70? Via Francesco Sapori, il tragitto fra via Mosca (quasi un lampo losangelino) e via Londra (e quel palazzone così fascio, così fantozziano, le tendine tutte uguali che nascondono la stessa cosa, la medesima vita), il supermercato di via Boccabelli, una traversa di via Laurentina. Sono luoghi anonimi, irriconoscibili. Una scelta ardita per un film comico.

Benigni sceglie poi il vuoto, dipinge interi quartieri svuotati – come se fossero stati appena costruiti, ancora da inaugurare alla vita. Non vi è mai alcuna piazza. Le strade sono desertificate e portano verso quartieri che forse non verranno mai musicati. Le giornate stanno iniziando o finendo. Non c’è il sole, non piove, non cade nulla dal cielo. Sono luoghi scambiabili con qualsiasi altro. Sono tutti i luoghi. Più che quartieri dormitorio, interi isolati addormentati. Più che rassegnati o rabbiosi, sono sonnolenti, dov’è la morfina? Non ci sono sussulti, tutto è fermo. Anche quando Loris, il protagonista perseguitato de Il Mostro, bacia Jessica. Lo fa in viale Aldo Ballarin. Cespugli che azzannano la strada, case fantasma con finestre senza vetri, un’aria giallina, soporifera sintetizza il tutto: più o meno i Figli degli Uomini in salsa mediterranea. Una Tripoli berlusconizzata.

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Un attimo prima del bacio (Il Mostro)

È la nuova periferia. Moderna, confortante per certi versi, asettica per altri. Un razionalismo da Totocalcio. Sottopassaggi per nessuno, garage che nascono allagati, gradinate in attesa di folle stanche, andiamo a dormire e basta in quelle case. Qualcuno che ti guarda dal terrazzino, neppure un lenzuolo a stendere – fili che non portano da nessuna parte. E Benigni che gigionesco, il Piccolo Diavolo, si piega all’indietro fra tutte quelle forme. Il tutto tra un formicaio di cemento e piante che emergono da vasche dello stesso cemento, al civico 6 di via Marotta, peraltro già teatro di una scena de I Fichissimi. Tutto è emblema di un’individualità solitaria. Ma non vi è nulla di transitorio in tutto ciò, è definitivo. Le occupazioni non sono provvisorie, non sono luoghi di transito. Non sono non luoghi, ma l’anima c’è tutta. La gente ci vive, e si nasconde. E Benigni le esalta, le consacra. L’uso degli interni viene limitato. Un quartiere seppur abbandonato all’apparenza seppur lucidato diventa una grande scenografia. Muta, ma che ci dice molto. Nel frattempo Benigni ci gigioneggia sopra.

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Geometrie a questo punto comiche (“Il Piccolo Diavolo”)

Per Johnny Stecchino Benigni si trasferisce a Cesena. Ma nulla cambia. Prendiamo viale della Valle dove abita Dante, il protagonista. L’edificio che fa da contorno a moltissime scene si arrotola su se stesso. Centro commerciale al pianoterra. Poi affilatissimo condominio di cui ignoriamo la fine. Attorno strade senza punti di riferimento, isolati mal riempiti. Tutto sembra comodo, funzionale. La bellezza è la grande assente. Gli esseri umani sono i grandi assenti in questi tre film di Benigni. Contano i luoghi. I luoghi e le risate.

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La Torre di Babele di Viale della Valle, Cesena (“Johnny Stecchino”)

Non sono lampi isolati, istantanee improvvisate di quel mondo. Emergono ovunque, si scrutano continuamente. Legano il tutto. Le risate e il soffocare, la gag plastificata e l’infinità di questa città. E danno da pensare Tutto inutile. Ridiamoci sopra, qualcosa rimarrà: quel soffocare, quei luoghi.

Due finali poi. Dello stesso Johnny Stecchino prima, con Dante che prende per mano Lillo, si siedono sul marciapiede. Appena dietro una strada che porta al cantiere. Nessun rumore, non passa nessuno. Non c’era bisogno di comparse, bastava la quotidianità. Lillo scappa, Dante lo segue. Finale simile ne Il Mostro. Loris e Jessica, che camminano verso il tramonto (è la fine dell’estate), accovacciati, fingono di essere dei nani, forse lo sono diventati. Una gru sullo sfondo. Delle strisce pedonali appena posate. Loris e Jessica per mano. Dei manifesti elettorali strappati ne accompagnano la luminosa uscita di scena. Scappano da quel mondo. Compare il sole da inseguire.

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