lina agostini

Alla ricerca della Giorgina perduta: Diario scandaloso di una vecchia

di Chiara Mogetti

Chi dice donna dice danno, chi dice vecchia dice scandalo. Quando si dice “scandalo” non si manca di provare un certo compiacimento. Il piacere dell’indignazione, la soddisfazione dell’oltraggio, il gusto della riprovazione è qualcosa che abbiamo provato tutti o che tutti abbiamo provocato in un momento o nell’altro delle nostre vite, con intenzione o controvoglia, deliberatamente o ingenuamente. Nemmeno i bambini ne sono esenti, tutt’altro: è proprio nell’infanzia che si apprende avidamente questo meccanismo di regolazione sociale e contenimento personale, spesso proprio dalle vecchie della propria vita – in genere le nonne. E già il termine vecchia è scandaloso, perché sentito spesso come sgradevole e indelicato, ma non solo. Le vecchie non le vogliamo vedere. Non ci piacciono proprio. E se una di loro, se un membro di questa tribù ripulita dagli assistenti domestici o dalle figlie femmine e resa presentabile dalla fiction italiana si solleva dalla sua poltrona in salotto, abbandonando la visione dei programmi televisivi del mattino e la descrizione nostalgica di eventi confusi del passato familiare, allora siamo di fronte a un gesto quantomeno indecoroso. Il gesto di Lina Agostini con il suo Diario scandaloso di una vecchia, pubblicato da La Tartaruga edizioni.

Lina Agostini – giornalista e sceneggiatrice, scrittrice e critica letteraria, cinematografica, televisiva e musicale – in Diario scandaloso di una vecchia si rivolge ai lettori con la voce di una persona anziana e consapevole di esserlo, affrancandosi da quei luoghi comuni e da quelle prassi compiacenti che solitamente segnano la narrazione della terza età. La voce narrante racconta episodi della propria giovinezza, gli amori, le avventure, il lavoro, le scelte audaci, le idiosincrasie e le intenzioni dirottate che ne hanno segnato la vita. Allo stesso tempo, ai ricordi si intrecciano le cronache dal delta della vita: la vecchiaia, in cui la protagonista riesce a vedere la figlia e i nipoti solo dallo spioncino, in bilico sulla punta dei piedi, in cui nessuno la bacia più tra le gambe e in cui cerca di recuperare e rimettere insieme i pezzi di una vita a partire da vecchie lettere d’amore. Proprio una di queste, con gli interrogativi che pone, sarà il filo che tiene insieme le varie perle della collana, che altrimenti si disperderebbero come pianeti in un universo in espansione. Una lettera ritrovata innesca la catena dei ricordi. Chi l’ha scritta? Quando? Cosa voleva dirle? Insieme alla lettera, brani della quale vengono distribuiti nel testo come briciole di pane da Pollicino, un altro oggetto ricorrente, ulteriore elemento di coesione, è rappresentato da un romanzo scritto in gioventù dalla protagonista: Giorgina. Il romanzo fa da punto di contatto tra la Lina finzionale e la Lina autrice: entrambe lo hanno scritto, entrambe lo hanno visto censurato, entrambe vi fanno i conti in vecchiaia. Giorgina è immediatamente sparito dagli scaffali, lasciando al suo posto uno spazio vuoto, un buco nero di logos. Da quel vuoto, da quel rimosso, con il Diario è riemersa Giorgina. È stata Lina a evocarla o è Giorgina a perseguitare Lina? Apparizione o fantasma? Bisogna fare gli scongiuri? È questo che fa Agostini con il Diario?

«I vecchi sono le farfalle della sociologia. Dicono “anziani”, ma pensano altro. Ci contano, ci misurano, decidono se siamo troppo pochi o già tanti. Ci studiano dividendoci in categorie. Dopo la ricerca della felicità e il cammino dell’umanità, com’è essere vecchi?» scrive Agostini. E come raccontare l’essere vecchi? Quale arco narrativo può descrivere una dinamica dell’anzianità, che viaggio dell’eroe si può pensare di intraprendere? Cosa cerca, un vecchio, cosa può sperare di cambiare e in cosa può sperare di evolvere? Quando il futuro si oscura o viene a mancare, forse l’unica dimensione in cui resta possibile proiettarsi è il passato. Ma anche in quel caso, può davvero un punto d’arrivo, casuale e privo di senso, tenere insieme i pezzi di una vita? Con la sua proposta narrativa Agostini riesce a spingere il lettore a porsi queste domande. La struttura adottata, infatti, si manifesta attraverso la forma del frammento: la storia si compone come un collage di tessere eterogenee senza che si avanzi la pretesa di riempire i vuoti e che ciascun elemento concorra a un tutto coeso. Proprio l’apparente disintegrazione dell’insieme è la rappresentazione più onesta della prospettiva della protagonista, senza in ogni caso compromettere la lettura, che procede agevole e leggera oltre i dossi e gli inciampi della memoria. Per raccontare qualcuno, recita la voce narrante, ci sono due diverse possibilità: «un modo è costruire, architettare, fare calcoli nella propria testa come giocare con un pallottoliere, spostare luoghi e ragioni pesanti come macigni. Chi racconta allora si sente forte, prepotente, aggressivo. […] L’altro modo è non costruire nulla. Non architettare e accettare il resto com’è. Arrendersi».

Raccontare, qui, diventa un po’ come fare il bilancio della propria vita. Il percorso della protagonista traccia la storia di una ricognizione, di un rovistare e un indagare, che porta a rinnovare le connessioni e a trovare nuove idee. Questo progetto fa di Diario scandaloso di una vecchia un romanzo, forse un romanzo di formazione. Allo stesso tempo, appare con chiarezza come i confini tra la finzione e la realtà siano labili ed è affascinante come il ponte principale fra le due dimensioni sia rappresentato proprio da un romanzo, il già menzionato Giorgina e – cosa non meno interessante – da quello che è un romanzo assente. Con Diario scandaloso di una vecchia, si mette in evidenza come il raccontare sia inestricabilmente legato a quella scelta iniziale, al gesto che si fa, alla decisione che si prende di scrivere. E in questo caso la si prende, evidentemente, a partire soprattutto dalla mancanza. La mancanza della figlia, la mancanza della giovinezza, la mancanza della propria storia e del proprio romanzo. Il cortocircuito della verità ha un effetto centripeto: l’uso della prima persona, l’idea del diario, la voce provocatoria, sono tutti elementi che tendono a interpellare il lettore, scatenando una sua risposta, quasi trasformando il monologo in un dialogo. Allo stesso tempo, il senso della mancanza che innerva il testo a ogni livello ammutolisce e lascia spazio soltanto alla parola intellettuale. L’empatia è sempre muta, ed è così che la scrittrice ci tende la sua trappola.

Lina Agostini muove sulla pagina una penna franca, ironica e sfidante. La voce che ha costruito non lesina le sferzate, alcune argute e altre irritanti, in alcuni casi divertenti e in altri offensive. In un contesto nel quale l’esposizione della vecchiaia è scandalosa rispetto al corpo come all’opinione, laddove questi non sottostanno alle rappresentazioni addomesticate e si mostrano nelle loro spigolosità e brutture, o semplici verità, la nuda messa in scena è di per sé significativa. La consapevolezza dell’intima onestà dell’idea di diario può diventare un’arma: la condiscendenza con cui si tende a trattare la vecchiaia e la non discutibilità dei vissuti personali fermano la mano che cerca di erigere barriere al racconto. Abbiamo un’autrice e una personaggia che hanno visto la loro opera censurata e che, con la scrittura, trovano uno strumento capace di fertilizzare quel vuoto: solo che dal buco nero non scappa fuori la Giorgina tanto cercata, ma il segno della vecchiaia, del tempo in mezzo, animato da una sotterranea corrente di scandalo che, se nel passato aveva provocato il silenzio, ora provoca l’attenzione. E cosa se ne può fare dell’attenzione? Qual è la pentola d’oro alla fine dell’arcobaleno? «Chi è questa vecchia che vuole il finale?» Se con Giorgina la protagonista aveva cercato, come scrive, di inventare un’altra sé, forse il gran finale è il collasso delle strutture di senso e delle strutture di verità: «non voglio più un parcheggio fra i miti e gli eroi». Si soffiano via le briciole di Pollicino e resta la persona.

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