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Alla riscoperta della leggenda-Burroughs

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Questo articolo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Quando alla fine degli anni settanta i due aspiranti registi Howard Brookner e Jim Jarmusch decisero di girare un film su di lui, William Burroughs era diventato da tempo più leggendario dei suoi libri.

Dopo una vita di eccessi di ogni sorta passata in buona compagnia di Allen Ginsberg, Jack Kerouac e varia umanità beat, in vecchiaia Burroughs s’era conquistato l’affetto e l’ammirazione di almeno un paio di generazioni più giovani di lui e il lusinghiero epiteto di “padrino del punk”.

A frequentare il Bunker a New York, il suo loft al numero 22 della Bowery (pavimento di cemento, arredo minimalista, poche finestre oscurate e a pochi centimetri dal muro della casa adiacente), erano musicisti e poeti, sopravvissuti beat e nuovi punk, tossici e celebrità.

A raccontare Burroughs e i suoi anni newyorchesi sono oggi un libro e un paio di documentari. Il libro è la monumentale e appassionante biografia scritta da Barry Miles Io sono Burroughs (uscirà in Italia il 7 luglio per Il Saggiatore, traduzione di Fabio Pedone, pagg. 832, 38 euro), accuratissima nel ricreare quel territorio di mezzo altrimenti invisibile che separa (o unisce) i fatti della vita di Burroughs da luoghi, eventi e personaggi raccontati nei suoi romanzi. In breve: la realtà dalla finzione.

I film sono il magnifico vecchio lungometraggio del 1983 diretto dallo scomparso Howard Brookner Burroughs-The Movie (adesso riedito in dvd per la prestigiosa collana Criterion Collection, $ 39,95) e l’ottimo nuovo documentario su Howard Brookner diretto dal nipote Aaron Uncle Howard (presentato nei giorni scorsi in anteprima italiana al Biografilm Festival di Bologna).

Realizzato da una troupe di due persone (Howard Brookner alla macchina da presa e l’amico e all’epoca collega di studi Jim Jarmusch al suono), Burroughs-The Movie all’inizio doveva essere un film di 22 minuti da realizzare come progetto per la New York University Film School.

Le riprese iniziarono nel 1978, finirono nel 1982. La prima versione del film durava sette ore e mezzo e in quattro o cinque scene c’era Burroughs che sparava. Quando vide il film nella versione definitiva di un’ora e mezza si limitò a commentare: “Dove sono finiti tutti gli spari?”

Bella e sentimentale è la descrizione di Burroughs che fa Howard Brookner in una vecchia intervista audio ritrovata dal nipote Aaron: un uomo anziano che dopo avere ucciso la moglie continuava a cercarla reincarnata in un gatto. “Ogni volta che vedeva un gatto nuovo andava dritto verso di lui”, racconta Brookner, “lo prendeva in braccio e lo guardava dritto negli occhi. Immagino cercasse Joan”.

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
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