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Alla voce Ulisse

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di Massimo Palma

La terra dentro Roma pullula d’invisibili. Creature notturne di un’umanità inafferrabile, in molti non parlano la nostra lingua e ufficialmente sono non persone, dette tali semplicemente perché sono sconosciute al diritto. Dormono sotto i ponti e i cavalcavia, in tende, loculi e capanne di cartone. Sono in centinaia dal calar del sole a gravitare attorno alle nostre stazioni. Per loro ritrovarsi la notte vuol dire suggerirsi a vicenda, prima dell’alba, che qualcosa si è, che qualcuno di simile a te ti riconosce. Certo, al sorgere del sole di quel riconoscimento resta solo la traccia di un sogno. Bisogna sparire, perché di giorno il mostro là fuori – l’umanità civile – ti disconosce.

L’unica vita, tra i fuochi, gli scambi di parole, è di notte. Fuori dalla notte la vita è quella fuori dal diritto, perché, entrati nel paese dopo peregrinazioni infinite, di mesi, di anni, si fa valere soltanto la modalità illegale dell’entrata. Spesso minori non accompagnati, quei ragazzi riemergono dalle terre di nessuno per ‘ritrovarsi’ nelle stazioni. Oggi, per impedire questi assembramenti di non (non persone, non visibili, non presentabili)si sono costruiti tornelli, spunzoni antibivacco e sbarramenti – oggi che, si sa, per insultare un non senza saperne nulla basta dire “clandestini”.

Tra questi individui segnati dalla negazione radicale di quel che pare significhi essere umano, una dozzina di anni fa Costanza Quatriglio, cineasta che ha amato la sospensione tra finzione e documentario tanto da togliere ogni serietà alla distinzione di scuola, si è trovata a conoscere, per il documentario Il mondo addosso, un minorenne afghano che faceva l’operatore di strada. Un lavoro notturno, volontario, per dire ai suoi simili – entrati in Italia di fortuna dopo traversie e tormenti – che proprio senza diritti loro, come minori non accompagnati, non erano. Che potevano ambire di uscire alla luce del giorno.

Quel ragazzo avrebbe voluto contattare la madre, dirle che era vivo, sapere che anche lei lo era. E la cosa, dopo anni, per caso accadde. Si parlarono. E Quatriglio, che nel frattempo diventava autrice di film tanto diversi e complessi come Triangle, Con il fiato sospeso, Terramatta, o il recente 87 ore, ebbe la possibilità di registrare e appuntare quelle telefonate: stava nascendo il soggetto di quel piccolo miracolo produttivo che è oggi, dopo anni di lavorazione, Sembra mio figlio, una coproduzione italo-belga-croata guidata da Ascent Film e in uscita il 20 settembre.

Quel ragazzo, Mohammad Jan Azad, faceva parte di un’etnia afghana – gli Hazara – da anni sotto lo scacco dei Talebani, che li avevano perseguitati con ogni mezzo. Attorno al Millennio distrussero i Buddha giganti che da secoli segnavano il loro territorio (ma sono sciiti da tempo immemore), li cacciarono, tentarono, e tentano pervicaci, il genocidio. Di lì la diaspora. I ragazzi fuggivano, dando soldi ai trafficanti per viaggi improbabili, alcuni morivano, alcuni venivano ingannati, e quindi torturati, poi rilasciati per portare sempre con sé, nell’infinito delle peregrinazioni, il dolore indicibile. Storie del passato recente, identiche a quelle affini del nostro presente di razzismo istituzionale.

Storie come quella da cui prende spunto la cinepresa proteiforme di Quatriglio, che all’inizio plasmale scene della vita triestina di due fratelli Hazara dal lungo percorso in Italia. Hanno una loro quotidianità dignitosa, ma quasi mai sorridente. Fanno i sarti, ma Ismail di notte avvicina i ragazzi arrivati alla frontiera, ammutoliti dalla vita interrotta. Mentre Hassan, il maggiore, è chiuso in un silenzio sofferente, che a volte implode nelle pause del suo quotidiano, Ismail vive di una sensibilità più aperta, ha una relazione di silenziosa prossimità con un’operatrice croata – anche lei ha alle spalle una guerra vissuta da bambina. E poi, con ansia composta, cerca di contattare colei che, gli hanno detto, è sua madre.

Ma non è la vittima l’anima segreta di Ismail. Nelle pause, nei dialoghi gravidi di silenzi e parole pesanti, nel lento significato che ogni inquadratura consegna, Ismail cresce in complessità. Timido e deciso, sofferente e solidale, l’attore – Basir Ahang, che è anche un attivista hazaro – accumula profondità quanto più la ricerca di tracce della madre, abbandonata da bambino in Afghanistan, lo riavvicina al suo popolo. Se Bloom-Ulisse in Joyce, a un tratto, avverte che «in qualche luogo udrebbe, impercettibilmente, con una certa qual riluttanza, spinto dal solare influsso, l’ordine del ritorno, e obbedirebbe», qui il magnete che rimette in moto la vita di silenzi, patimenti e piccole luci di Ismail è la lingua madre. L’Oriente di Ismail, l’influsso solare che avverte è la lingua che gli parla della terra che lo ha espulso tra gli orrori. Sono una serie di telefonate, lentamente, gradualmente, a metterlo in contatto con una madre che per prima cosa gli dice che no, lei non ha un figlio.

Da lì, dal disconoscimento, dalle menzogne obbligate e dalle domande di chi non si arrende, discende la seconda parte del film. Dove Quatriglio decide di mostrare l’altro lato della migrazione. L’implicito rimosso di ogni partenza definitiva. Non la traversata, non l’approdo, non la cosiddetta integrazione, ma ciò cui ogni migrante aspira, in un modo o nell’altro, apertamente o nel segreto: il ritorno. Che avviene, per Ismail, secondo una modalità paradossale, proprio come noi che nulla sappiamo ci immaginiamo l’andata. Ci vogliono soldi, la disponibilità a correre pericoli infiniti, e un ulteriore, doloroso esercizio di sradicamento.

Perché nella storia di Ismail il ritorno in patria non è un ritorno: finisce in Pakistan, dove il suo popolo è fuggito dopo il genocidio perpetrato (e di fronte alle immagini grandiose di quelle alture – in realtà l’Iran – capiamo com’è lontana nella nostra percezione l’era retorica della“libertà duratura” con cui portammo lì la guerra, e che importa oggi il Pakistan, cosa vuoi che conti ancora Kabul). E, soprattutto, teme Ismail, la madre forse non è la madre. Perché la madre con cui ha parlato poco e male gli fa una proposta irricevibile e lui sente di dover verificare. Ma non è alla voce esitante della donna che obbedisce. È alla lingua-madre che Ismail guarda come alla stella polare. Vuole riconoscerla, vuole esserne parlato mentre parla.

Perché parla Ismail dai capelli lunghi, parla tra i suoi connazionali sradicati, ostaggi del terrore di mille Proci tutti assieme, di un Pakistan che dopo averli accolti li vuole cacciare, mentre in Afghanistan continuano a esplodere bombe contro di loro. Dagli esuli trae informazioni, ne rivede i tratti somatici unici (la leggenda li vuole discendenti delle armate di Gengis Khan) e ne è guardato. Ma la ricerca della madre perduta non è una madeleine, un frammento di qualcosa che c’è sempre stato ed è rimasto sepolto e che basta dissotterrare (ricordare, qui, non è scavare). Non c’è nulla da scavare nella parabola del migrante che Quatriglio racconta con intensità. Piuttosto, è la definizione di un senso tutto a venire, dove la terra-madre, la lingua-madre e quel magnete che muove l’individuo verso l’origine che è diventata la meta, si configura come sforzo di dire qualcosa di sé nel momento in cui ci si dice ancora figli di. È ancora la prima storia omerica a invadere il nostro immaginario – e d’altronde Ulisse non rivide mai la madre, morta di dolore per il ritorno mancato –, e ancora la rimuoviamo nel suo lato oscuro. Il desiderio lancinante e pericoloso del ritorno mostra lo sradicamento duplice dell’individuo diasporico. Perché neanche l’agnizione risolve, l’agnizione apre a un’interrogazione infinita di somiglianze tra umani. Sembra mio figlio lo dice con emozione e poesia potente nelle immagini, nella rarefazione di parole delle sequenze conclusive, divaricando tutta la tensione di senso tra essere figlie apparirlo. Nella guerra quotidiana che dissemina di corpi le strade dell’Oriente che chiama – corpi morti, corpi viventi, non-persone –, le tracce del comune, oltre ogni odio, sono in quella mirabile scena finale di sguardi uguali, indescrivibile, che è una straordinaria visione del fondo stesso dell’umano.

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