All’armi siam di moda

Questo articolo è uscito su Diario

di Francesco Pacifico

Topgirl, magazine la cui missione sta tutta nel nome, ha pubblicato di recente un servizio di sei pagine su tre giovani fascisti, con grande scandalo dei giovani antifascisti in rete («è inaccettabile»). Gli intervistati sono belli, vestono come si deve con camicie Ben Sherman e altri capi alla moda, vivono più attivamente del ragazzo italiano medio e perciò, secondo la redazione della rivista, sono un tema interessante di cui parlare. La ragazza ha 16 anni, capelli lunghi lisci e frangetta; i due camerati maschi hanno l’aria di sapere il fatto loro. Il servizio, tante foto, didascalie su marche e modelli culturali, e un articolo succinto ma vario, racconta la loro sottocultura come fosse alla pari con qualunque altra. Ne descrive i rischi intrinseci – la violenza, il razzismo, il tautologicamente inevitabile reato di apologia del fascismo – ma a mio parere li fa sembrare rischi come tanti altri: questi ragazzi, semplicemente, sono contro l’aborto e la droga, amano Mussolini, la croce celtica e la svastica, «simbolo scelto da Hitler per la sua bandiera», scrive la redattrice. Succinta descrizione che mi fa domandare se ormai non siamo a un punto in cui il nome Hitler non è più sinonimo immediato di Male: nell’articolo, alle imprese del leader tedesco e dell’alleato italiano non si accenna neppure. Prevale, nelle sei pagine, il senso che questi ragazzi siano tutto sommato più in gamba della massa indistinta dei loro coetanei.

Di fronte al presunto dissolversi del patto sociale in Italia, di fronte alla sbadataggine, alla violenza, alla maleducazione, all’illegalità diffusa, alla cultura della droga, i giovani fascisti propongono una via di disciplina e senza droga per soddisfazioni più ingenti. Propongono al giovane borghese di staccarsi dalla borghesia, imparare l’obbedienza tramite il Führerprinzip, esaltarsi con i gruppi hardcore neri e i loro testi vitalisti, rinfacciare agli italiani di essere smidollati, indegni della bandiera, fannulloni. Dice uno dei fascisti di Topgirl: «Mi rendo conto che i ragazzi siano più attratti dai centri sociali che non dalla nostra attività: noi promettiamo disciplina, lavoro e poi, forse, divertimento. Inoltre il nostro è un movimento fortemente gerarchizzato, non esiste iniziativa personale e si obbedisce a un capo».

Ora la questione sembra essere la seguente: se questa minoranza di neofascisti prenderà piede con la violenza verbale, fisica ed estetica cui sono affezionati, e gli scontri come quello di piazza Navona lo scorso ottobre diventeranno la norma, finiremo dalla padella della crisi economica alla brace di nuove marce su Roma e leggi razziali?

Per contribuire alla riflessione vorrei raccontare della mia adolescenza in un gruppo scout cattolico con esigua ma solida partecipazione fascista. (Abbandonandomi ai ricordi, questa settimana ho scritto una decina di cartelle sulle radici paramilitari dello scoutismo, la sua corruzione e “bamboccizzazione” da parte dei cattolici progressisti italiani nel secondo dopoguerra, e la corretta rilettura filologica da parte di alcuni miei capi fascisti tra gli anni Ottanta e Novanta, ma non c’è spazio, dunque, in breve…) Gli scout nascono da un esperimento dell’esercito britannico. Nella guerra anglo-boera di fine Ottocento i ragazzini furono usati come staffette per consegnare informazioni. Il clima militare sembrò spronarli a diventare veri uomini tutti d’un pezzo, al che il fondatore Baden-Powell intuì che ci si poteva costruire sopra un progetto pedagogico (anche i Balilla saranno un progetto pedagogico, no?). Lo scoutismo è intrinsecamente paramilitare e a quelle radici i miei capi fascisti lo vollero riportare.

Voglio perciò raccontare alcuni capisaldi della mia vita scout criptofascista, per dare un assaggio di cosa si prova a essere oggetto di sogni pedagogici di estrema destra. Tenete presente la terminologia: gli esploratori si dividono in “reparti”, e poi in “squadriglie”; nelle squadriglie, di 6-7 persone, vige il principio gerarchico, fatto rispettare dal caposquadriglia e dal suo vice. Con questo e altri dispositivi si educano gli adolescenti segaioli alla responsabilità, al coraggio, all’onore; è un progetto educativo coerente, basato su rituali smaglianti, petto in fuori e una violenza blanda, sotterranea e affezionata per instaurare ordine e disciplina.Alcune usanze, per dare l’idea.

L’alzabandiera. È una struttura in aste di legno e cordini, elevata dai ragazzi del reparto (12-15 anni) all’inizio del campo estivo: una sorta di spartano altare della patria che sembra una piramide magra, alla cui cima si isseranno, ogni mattina del campo, le bandiere d’Italia, d’Europa, dell’associazione, per poi ammainarle al tramonto. Della cerimonia quotidiana si occupa una squadriglia, mentre tutti gli altri interrompono le loro attività per salutare da ogni punto del campo le bandiere salite al cielo. Il campo pulsa al ritmo dell’alzata e dell’ammainata: tutti si fermano come in un video dei R.E.M. e salutano la bandiera. La giornata va scandita con la forma, il rito, perché la comunità respiri all’unisono.

L’ispezione. All’ordine esteriore, collettivo, deve corrispondere un ordine interno del singolo, perciò esiste l’ispezione: ogni pomeriggio, la squadriglia deve mostrare ai capi la propria tenda e l’angolo cucina; vestiti, biancheria ed effetti personali vanno sistemati negli zaini, i sacchi a pelo spianati sugli stuoini. Ciascuno limita la propria libertà personale, si rende disponibile a farsi radiografare ogni giorno: l’assunto è che la libertà personale è organica all’ordine generale.

La mazzettata. Ma l’italiano, scout o meno che sia, non sa cosa sia la disciplina nemmeno dopo una dieta di ispezioni e alzabandiera. Servono dunque le sanzioni, e siccome in un gruppo cattolico non puoi stabilire ufficialmente sanzioni pesanti, emergono spontanee sanzioni improvvisate e manesche. Esempio: un giorno, a 19 anni, irritai un mio capo (alto e forte e bello come Gassman) perché c’era gente da aiutare e io continuavo a gravitare intorno a un capannello di persone, sul grande prato di Formello, senza mettermi al lavoro. Gassman aveva in mano una di quelle mazzette con la capoccia di gomma, martelli leggeri per piantare picchetti da tenda, e me la diede in testa come a dire «pussa via». Non ricordo se mi fece male o meno, probabilmente poco, era pur sempre di gomma, ma rimasi scandalizzato dalla portata simbolica del gesto, uno che ti dà un martello in testa per richiamarti all’ordine. Questi rimedi sono estremi o estremisti? Ossia, sono necessari a mali estremi o derivano da una visione esasperata dell’emergenza? Era così grave che io stessi battendo la fiacca? E a livello nazionale: di fronte alla mia negligenza moltiplicata per decine di milioni di italiani, un fascista al potere quali rimedi estremisti userà? E quanta sarà la sua frustrazione per dover raddrizzare i costumi di un paese di idioti perdigiorno?

La stira. Analogo bisogno di esser raddrizzato mostravo anche a 13 anni. Un giorno di quell’estate ultraormonale gironzolavo per il prato centrale del campo senza pantaloni: coi soli slip e la canottiera, bianchi. Era in visita un ex grande capo scout, una persona bella e carismatica e fascista. Non ricordo come si svolse, ma quest’uomo, padre di vari figli biondi, ridendo della mia imperdonabile mise scollacciata, lanciò la carica: 4-5 persone si avventarono su di me da vari punti del prato per farmi la stira, ossia stropicciarmi l’uccello in qualche modo non erotico. Urlai molto per protesta e ricordo che me la cavai senza stropicciamenti: fui solo molto sballottato, fra le risate.

Violenza psicologica o no? Se un genitore lo sapesse toglierebbe il figlio dal gruppo?

Il totem. Stira e mazzettata sono i casi concreti di una concezione in buona fede dell’educazione del giovane per la quale la violenza fa maturare. Ma ancora più bella e catalizzante è quella violenza che non si presenta come sanzione ma come esaltazione rituale. Il totem è una cerimonia per far entrare nella virtuale Tribù dei Piedi Neri guide ed esploratori al terzo anno di reparto. Nella tribù ognuno ha un totem, un nome come gli indiani, tipo Toro Seduto. La cerimonia si tiene una notte al campo estivo e consiste in alcune prove che gli iniziandi devono superare, tipo mettersi della verdura in scatola nelle mutande, andare nel bosco a cercare oggetti ben nascosti, farsi spruzzare acqua gelida, mezzi nudi, al cerchio del fuoco, mentre si cerca di indovinare l’identità di ammennicoli vari toccandoli e annusandoli. Alla fine ti danno il nome di totem e salti sopra il fuoco al centro del cerchio, gridandolo. Le prove ti rendono appiccicoso, sporco, bagnato e fiero di te.

È un’esperienza suggestiva: i Piedi neri verso le due svegliano i più piccoli (compresi quelli di 12 e 13 anni, che non prenderanno il nome ma assisteranno alla cerimonia) battendo coi bastoni su taniche di plastica vuote, gridando canti insensati e paurosi. I piccoli non sanno in che giorno si terrà il totem: vengono assaltati dopo due ore che dormono e gli si grida di correre al fuoco. Si può gridare quanto si vuole, umiliare, terrorizzare. Dà molta soddisfazione. Una volta al fuoco, i piccoli non iniziandi devono seguire la cerimonia con paranoica attenzione: appena si distraggono vengono costretti a bere una mestolata da una pentola in cui si è versato di tutto: caffè, minestra, tè, sedani, avanzi della cena. Fa vomitare e si chiama “bibitone”, è il nostro ironico olio di ricino.

La ragione profonda di questa cerimonia è che non si può desiderare una comunità ordinata, sana, sobria, onorevole, senza che ogni tanto, la notte, si sia liberi di urlare e terrorizzare a piacere. Il totem peraltro non fa parte delle attività educative ufficiali. È esoterico, è l’altra faccia della civiltà, come i riti iniziatici della massoneria o della società segreta americana Skull and Bones. È la controparte notturna, diciamo dionisiaca, della ricerca dell’ordine che avviene di giorno. Non posso dimenticare mia sorella che faceva il totem: lei e i suoi compagni di sventura furono legati, bendati e costretti a camminare in fila indiana su una striscia di terra fra un dirupo e un laghetto artificiale, sotto la luce presaga e guizzante delle torce. Materiale per l’analista o esaltante coreografia?

E ora, il bilancio. I ragazzini del mio gruppo sono diventati fascisti? Al massimo un paio su decine e decine. Io sono diventato fascista? No. La violenza ha rovinato delle vite? No. Ho i lividi? No. Insieme ai bei ricordi (molti dei quali irriferibili, ero adolescente), conservo però di quel periodo una sensazione sgradevole, come se avessi un turacciolo in bocca. Mi sono chiesto a lungo perché; la risposta me l’ha data l’altro giorno un amico con cui ho fatto gli scout: «Ci siamo veramente rotti le palle. È stato noioso, non c’erano stimoli, non circolavano idee, c’era solo questa fissa per l’ordine, non abbiamo imparato niente».

Ora, le faccende della società italiana sono molto più importanti della vita parrocchiale di un sottoquartiere di Roma nord abitato da fascisti, aristocratici, chierichetti e cocainomani. Ma in un tema in cui è facile esagerare con le supposizioni e le paure, l’unica sicurezza è questa noia.

Una comunità in mano ai fascisti produce poco più che la pratica della disciplina, lo sforzo di Sisifo per raddrizzare i comportamenti devianti e un’enorme rassegna stampa paranoica sui pericoli del tempo presente. Un regime basato solo sul controllo e incapace di stimolare i suoi sudditi mette tra parentesi la ricerca e la produzione di idee e dunque rende difficile formare dei nuovi Olivetti, Moro, Pasolini, Giovanni XXIII, Rubbia, Levi Montalcini… Come risultato, alcuni fascisti al potere potrebbero trovarsi costretti a comprare materia grigia in India, America, Cina. Il che sarebbe un bel paradosso per i militanti patrioti. Ma secondo me è in questa direzione che si va quando, per esempio, ci si accanisce contro i “centri sociali” come se fossero (insieme ai “romeni”, altra parola spauracchio) il male assoluto, liquidando come irrilevante il fatto che in anni privi di pensiero, come gli Ottanta e i Novanta, è in quei luoghi abusivi e disordinati che a basso prezzo e senza sponsor sono circolate la buona musica, l’avanguardia, la sperimentazione di immaginari, estetiche, pratiche sociali e di solidarietà. I centri sociali, tipico obiettivo delle ansie d’ordine da casalinga dei militanti fascisti, hanno aperto orizzonti culturali alla mia generazione, permettendoci di comprendere ciò che si faceva all’estero, di seguire l’evoluzione dei costumi e del pensiero.

(Ironia dello Zeitgeist, mentre rileggevo l’articolo ho saputo che il sindaco Alemanno ha fatto chiudere il Rialto Occupato, uno dei pochi posti dove a Roma circolava qualche idea. Ovviamente è stato detto: 1) che il Rialto non era un vero luogo di idee, ma un locale, per giunta costoso; 2) verrà comunque riaperto «molto presto» in una sede a Porta Portese. Ma era proprio necessario chiudere un posto nel centro di Roma dove si facevano mostre, feste, si ascoltava musica, si incontravano persone? Qual è l’obiettivo? Chiudere con ogni pretesto qualunque luogo di aggregazione creativa finché non saremo costretti a divertirci solo in casa e nei cinema dei centri commerciali?)

Il misto di hardcore, musica celtica, birra e quei caratteri pacchiani usati dai fascisti per istoriare le loro sedi con scritte bellicose mi fanno pensare molto più a un franchising culturale, simile a quello dell’hip hop ma più asfittico, che non si è mai evoluto, da quando lo scopersi da piccolo a oggi che lo ritrovo nei servizi su CasaPound e le sezioni del Blocco studentesco.

Questi ragazzi parlano esattamente come i miei capi scout e io so che quel mondo non produrrà altro che una cultura dell’ordine, come una mamma nevrotica non produrrà altro che pattine per non rigare il parquet e piumini per spolverare gli angoli più irraggiungibili della casa. Penso sia per questo motivo che poi su Topgirl i giovani fascisti dicono cose come: «Ho avuto invidia delle immagini (quelle dei ragazzi con le mazze in piazza Navona, ndr), invidia dello scontro. Sia chiaro però: non giustifico la violenza a scopo offensivo, ma solo difensivo». Sì, sarà pure a scopo difensivo, il punto è che i giovani fascisti, se gli levi la violenza, muoiono soffocati dalla stessa noia che producono.

Francesco Pacifico è nato a Roma nel 1977, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (minimum fax), Storia della mia purezza (Mondadori) e Class (Mondadori). Ha tradotto, tra gli altri, Kurt Vonnegut, Will Eisner, Dave Eggers, Rick Moody, Henry Miller. Scrive su Repubblica, Rolling Stone, Studio.
Commenti
3 Commenti a “All’armi siam di moda”
  1. pinguente scrive:

    bell’articolo, molto interessante!

  2. Alessio Mirarchi scrive:

    Analisi lucidissima e precisa la tua. Complimenti Pacifico, secondo me ce n’era bisogno per sottolineare qual è la vera essenza dei movimenti neofascisti di oggi. Il fatto che nessuno ne parli in maniera circostanziata, il fatto che nessuno pare voglia rifletterci su è quello che mi spaventa un po’. Accendere i riflettori su queste persone può farci solo bene. Così non cadremo dalle nuvole quando il prossimo Valerio Verbano o il prossimo Cesare Dax verrà lasciato esangue sull’asfalto di una delle nostre metropoli.

  3. rebecca scrive:

    Mi spiace seriamente che tu non ti sia potuto godere lo scautismo vero e proprio, che certamente non è fatto solo di ordine maniacale e violenza velata.
    Forse il tuo sguardo ipercritico poteva anche cadere su aspetti posiviti degli insegnamenti scout come il rispetto, l’indipendenza e il saper vivere pacificamente in un gruppo. Credo che tu ti sia fermato allo scautismo di 30 anni fa e magari chiuso nel tuo gruppo. Voglio che tu sappia che ora un capo per essere tale deve seguire svariati corsi e aggiornamenti, a cui molto probabilmente i tuoi capi non erano tenuti ad assistere.

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