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Allergici ai romanzi

Pubblichiamo una recensione di Francesco Longo, uscita su «Europa», sull’antologia «Narratori degli Anni Zero» a cura di Andrea Cortellessa (Ponte Sisto).

«Questa non è e non vuole essere un’antologia di “belle pagine”». La sorprendente antologia di scrittori italiani che hanno esordito fra il 2000 e il 2010 – curata dal critico Andrea Cortellessa – è un’opera monumentale col piglio di una contro-antologia. Le 704 pagine di testi e apparati critici sembrano contrapporsi, per spirito polemico e scelta degli autori, a una antologia degli anni Zero che non esiste. È dunque una contro-antologia, ma di un’antologia assente.

Si intitola Narratori degli Anni Zero (Ponte Sisto, con introduzione di Walter Pedullà) e come tutte le raccolte di testi assemblate con competenza e autorevolezza non può che suscitare ammirazione, dubbi e inevitabili polemiche. Quali sono i criteri della scelta adottati da Cortellessa? Come si è già visto, non la bellezza delle pagine, né i contenuti («quest’antologia non fa alcuna concessione, in quanto a criterio di selezione, ai contenuti dei testi») e neanche lo stile: «Unico criterio osservato (…) è infatti quello della qualità».

Rispetto alle antologie precedenti, non dà importanza a tendenze, appartenenza geografica o età degli autori. L’unico esame di ammissione riguarda la “qualità letteraria”. Cosa intenda di preciso Cortellessa per “qualità” lo si desume dai giudizi sui singoli autori e dai testi che propone. È sufficiente l’elenco degli inclusi per farsi una prima idea del criterio di scelta: Pincio, Nori, Cornia, Pascale, Permunian, Lagioia, Raimo, Pica Ciamarra, Pugno, Arminio, Morelli, Trevi, Falco, Samonà, Baroncelli, Vorpsi, Ricci, Rastello, Saviano, Jones, Bajani, Pecoraro, Vasta, G. Pedullà, Policastro.

Come scrive il curatore, a proposito di Bajani: «C’è forse solo uno scrittore importante, fra gli esordienti negli anni Zero, che sia oggi un autentico romanziere». Un primo criterio per l’ingresso sembra quello di non scrivere romanzi. La forma-romanzo non è gradita, lo si evince dalla tipologia delle scritture apprezzate. È meglio se si è autori di libri «inclassificabili», è ben visto un «background poetico» o una «poetica ibridante», è ottimo aver scritto reportage narrativi. È una virtù tutto ciò che si presenta in “opposizione”. Ma in “opposizione” a cosa? Ecco un breve elenco di caratteri che vengono incoraggiati: la «disgregazione», il «collasso», l’«esplosione», l’«intermittenza », «una proliferante discontinuità strutturale », una «lingua accuratamente decolorata», «dispersione », «spasmi», «increspature», «vortici», «vortici inconcludenti».

Un autore è stimato se traspare l’influenza di Manganelli o di Landolfi (o che almeno si senta un’eco leopardiana o beckettiana). Una vera e propria reazione allergica verso ciò che tende alla forma-romanzo si manifesta in modo sintomatico in almeno due casi. Nell’antologia, sono presentate le pagine del reportage da Caserta di Antonio Pascale (con molte «poltrone lacere» e «abitazioni atroci») ma non quelle dei suoi racconti contenuti in La manutenzione degli affetti (una delle raccolte più penetranti degli ultimi anni). Altrettanto emblematico è il caso di Nicola Lagioia.

Col suo terzo romanzo, Riportando tutto a casa, Lagioia «passa ad abbracciare quella stessa forma-romanzo tradizionale con cui si mostra ormai riconciliato», ed è per questo che il critico preferisce il suo libro precedente: «Ma è l’opera di mezzo, in questo transito ancora in progress, a convincere maggiormente». Appena si dà vita a un romanzo vero si rischia l’esclusione. Sarà per questo motivo che, tanto per fare un nome, uno scrittore come Piperno (uno dei più validi esordienti degli anni Zero) è assente, liquidato insieme alla Mazzantini (una delle scrittrici meno dotate) e alla Mazzucco – i tre sono livellati in una citazione di Giuseppe Antonelli che ne analizzava il linguaggio.

Durante la lettura dell’antologia, non si può non notare presto che la scelta tematica sia molto più presente di quanto non si creda. Gli autori antologizzati raccontano, per esempio, luoghi dalle caratteristiche simili: svincoli, rotonde, alberi rinsecchiti, luoghi estranei, luoghi di confine, periferie, non-luoghi. Nei testi si parla di disagio («Voglio ancora carotare nonostante il malessere, anzi tramite il malessere», Vasta; «Scrivo perché devo morire», Arminio) o di sconforto («il male oscuro dell’hinterland del benessere», Falco; «corpi nudi, scossi da un moto d’angoscia, come di partorienti fecondate da un mostro», Rastello).

I protagonisti sono quasi tutti disorientati e alienati, fatti di carne e nervi, incapaci di emozioni, sentimenti o passioni e di stabilire relazioni vere; nelle loro vite «atomizzate», sono attraversati da «brividi di angoscia metafisica». La loro indole comune è essere anaffettivi. Non è un caso che siano apprezzati «gli abissi d’umanità rivelati dal campionario di disumanità» (di Permunian) e che il testo più elogiato sia Sirene di Laura Pugno dove un ambiente algido e post-umano ospita creature mitologiche.

C’è più morte che vita, insomma. Cortellessa ha ragione a non trovare grandi romanzi in Italia. Fa benissimo a lamentare un’omogeneità dei romanzi dovuta all’industria culturale. Ma se gli autori dovessero assecondare i suoi consigli (se Pascale si consacrasse ai reportage e Lagioia regredisse a lavori in progress) tra dieci anni la letteratura italiana sarebbe ancora più disastrata.

Il romanzo è una forma meravigliosamente elastica, permeabile alla complessità, generatrice di complessità, ancora in grado di rinnovarsi al suo interno. Da Melville a Bolaño, da Nabokov a Yehoshua, da Madame Bovary a Underworld, da Proust a Pamuk non ha smesso di trasformarsi e inabissarsi per capire chi è l’uomo e portare alla luce le sue miserie e le sue aspirazioni, i suoi traumi e i suoi slanci. Non sono tuttavia la verità sull’essere umano, né l’arte letteraria il fine di questa antologia.

Il sospetto è che le scelte compiute da Cortellessa puntino prima a qualcosa di esterno alla letteratura, che qui è intesa come mezzo, come grimaldello, per dell’altro. Quali che siano questi interessi – politica? impegno civile? risvegliare le coscienze con sguardi straniati? – sono sacrosanti, ma il coefficiente di “qualità” pare, in definitiva, dipendere troppo da elementi che sono esterni. L’antologia scommette su outsider e su autori più solidi. Ma perché sembra non scommettere sulla letteratura e sulle abilità allegoriche del romanzo? Il romanzo, ancora oggi, è in grado di svelarci mondi e di sovvertire le certezze, pur stando dentro agli infiniti corollari delle sue regole, e delle sue cangianti e luminose metafore.

Francesco Longo (Roma 1978), giornalista, è autore del libro Il mare di pietra. Eolie o i 7 luoghi dello spirito (Laterza 2009) e di Vita di Isaia Carter, avatar (Laterza 2008, con C.de Majo). Ha pubblicato la monografia Paul de Man (Aracne 2008). Collabora con La lettura del Corriere della Sera e con le pagine culturali del quotidiano Europa. Scrive su Nuovi Argomenti.
Commenti
19 Commenti a “Allergici ai romanzi”
  1. Luciana Lanzarotti scrive:

    Bene. Io amo i romanzi. Li scrivo, anche. Sono pubblicata Neri Pozza, che di romanzi s’intende. Dopo Il piccolo Lutring ne ho scritti altri 2, ma non mi agito a pubblicare perché nonostante sia stata scelta e in pochissimo tempo da una casa editrice così seria, io amo il momento in cui scrivo. Quando pubblico mi pare il romanzo sia morto. Credo lo scrittore sia segreto e il suo segreto per pochi. Un saluto di stima per i ricercatori di pensiero.

  2. fabrizio elefante (@fabelef) scrive:

    Autofiction > “La matière y est tout entière autobiographique, la manière entièrement fictionelle” Serge Doubrovsky
    La fiction-fiction è esausta, Francesco

  3. Giorgio Falco scrive:

    Una precisazione. Non ho mai scritto la frase che mi viene attribuita da Francesco Longo (“il male oscuro nell’hinterland milanese”). Ciao, Giorgio

  4. Giorgio Falco scrive:

    e nemmeno “il male oscuro dell’hinterland del benessere” (scusate, avevo citato male la non citazione)

  5. Pietro scrive:

    Personalmente preferisco il racconto o quella strana forma narrativa che non è né romanzo né racconto ma che si pone l’obiettivo di sviluppare la storia a partire da una serie di nuclei narrativi apparentemente autonomi. Come nel caso di Falco, oppure “L’amore e altre forme d’odio” di Ricci, o l’ultimo Mancassola. A ben vedere, poi, in Italia abbiamo una tradizione di grandissimi scrittori di racconti (da Pirandello a Buzzati fino ad arrivare a Ricci e Cognetti) o sperimentatori puri (Manganelli, Calvino, Landolfi, Savinio, Scarpa, Nove) e ben pochi grandi romanzieri fedeli al modello di romanzo canonico ottocentesco (quello, per intenderci, che da Balzac arriva a Mann e oggi a Pamuk e Franzen).
    Pietro

  6. Francesco Longo scrive:

    Ha ragione Giorgio Falco, la frase non è sua. E’ nell’antologia, si riferisce alla sua narrativa, ma non è sua.

  7. Tergiversus scrive:

    Parrebbe l’ennesimo libro scritto per contrasto (tardivo e superfluo) a “New Italian Epic” di Wu Ming1, ma non ha il coraggio di – o ha troppa spocchia per – dichiararlo. Era già accaduto con “Senza trauma” di Giglioli:
    http://66online.wordpress.com/2012/01/09/stili/#comments
    Negli ultimi tre anni ho contato almeno 7 libri usciti contro la NIE dei Wu Ming: cinque lo dicevano chiaramente, due lo dissimulano. Mi sembra una iper-reazione, dal momento che lo stesso Wu Ming1, dopo l’insuccesso della sua proposta, ha praticamente gettato la spugna. Ma evidentemente aveva dato sui nervi, e i nervi hanno memoria da elefante…

  8. Tergiversus scrive:

    ..e non mi riferisco a Fabrizio Elefante.

  9. carlo mazza galanti scrive:

    Bella la lettura di Longo, la sua descrizione dell’antologia di Cortellessa è impeccabile: non condivido molto però questo insistere sul romanzo. L’italia non è l’inghilterra, non è gli Stati Uniti. Noi non abbiamo un grande tradizione di “novels” e molti dei nostri più grandi scrittori del secolo scorso sono tutti in qualche modo “stilisti”, da Gadda a Manganelli passando per Fenoglio, Landolfi, Vittorini, la Ortese, Volponi, Arbasino e più recentemente Mari, Siti. Persino Calvino o Pavese mica erano dei grandi romanzieri. E poi i vari ibridisti o ibridologi: dai frammentisti d’inizio novecento a Parise, Ceronetti eccetera eccetera (e pure Leopardi, certo). Noi non abbiamo mai scritto romanzoni di cinquecento pagine! E anche Piperno: il suo libro migliore è il primo secondo me, ed è bello proprio per come è scritto, per il suo stile, una bellezza che non ho ritrovato nei libri che sono venuti dopo. Io amo il romanzo, ma questo accanimento di Longo sulla forma romanzo mi sembra un forma di (non ti incazzare Francesco) americanismo strisciante. Abbracci
    Carlo

  10. All About scrive:

    Caro Mazza Galanti… pensa all’americanismo (cioè) all’inglesismo del Fenoglio del “Partigiano” o della “Questione privata”. Una volta un amico mi disse: “pensaci… pensa a proposito di romanzi di guerra a quanto “Il partigiano” o “Una questione privata” siano più profondi, potenti e alti di “Addio alle armi”. E temo avesse ragione.

    Questa faccenda di “siamo il paese de” “non siamo il paese di” mi sembra un po’ la versione intellettuale del qualunquismo da paginazza dei quotidiani.

    A me “Troppi paradisi” è onestamente piaciuto più dei migliori romanzi di McEwan e alcuni romanzi di Busi più di molti di Carrere. Come la mettiamo?

    Siamo il paese di chi fa bene le cose che fa bene e di chi fa male quelle che fa male. Che poi è una versione rozza, la mia, dell’adagio di Wilde sui buoni e cattivi libri.

    Non abbiate paura della letteratura, specie voi che volete fare i critici e vi impegnate per questo. La letteratura deve soprendervi, deve spiazzarvi dalle vostre posizioni. Altrimenti siete voi. I libri ne sanno di più degli autori, figuriamoci di chi li legge per professione. Rompete gli steccati che ci avete nella testa. Dimenticate di vivere in un paese di merda, con tutte le difficoltà e le frustrazioni che vi comporta, e tornate a prenderla, la letteratura buona (e ce n’è) come una cosa che rimette sempre in discussione tutto, non come una che cementa le vostre tesi.

  11. All About scrive:

    per non parlare dell’italianismo strisciante di Pound e Eliot.

    per non parlare dell’irlandesismo strisciante in Lowry

    per non parlare del francesismo ultrascrisciante in Roth (lo si crede figlio di Bellow, ma è molto più figlio di Balzac)

    per non parlare del russissmo più che strisciante (Checov) in Carver

    …e il germanismo strisciante (Kafka) nella Kristof? Che dire di quello allora?

    Dai cavolo, Mazza Galanti, un po’ meno di compartimenti stagni, no?

  12. All About scrive:

    non volevo essere brutale, eh, è solo che leggere mi piace un sacco, la letteratura (pure quella italiana) mi dà non di rado soddisfazioni, e certe volte mi dispiace che i primi ad affossarla o a limitarla o tarparne le ali siano proprio gli addetti ai lavori..

  13. Francesco Longo scrive:

    @Carlo Mazza Galanti: Carlo, grazie per il tuo commento, importante. Non mi offendo per “americanismo”, non nego che alcuni tra gli scrittori che apprezzo di più siano americani.

    Il mio accanimento sulla forma romanzo è un crimine di legittima difesa. Non mi verrebbe mai in mente di difenderlo se non mi sembrasse sotto attacco. Detto questo, dipende dalla mia ossessione per la letteratura. Le scritture ibride piacciono anche a me, ma la letteratura è un’altra cosa.

    Qualsiasi scrittore che ha scritto romanzi e “reportage” ti dirà che per un buon reportage ci vuole qualche mese, per un buon romanzo servono anni di lavoro. Inventare personaggi di finzione che si muovono in case che non esistono, con arredamenti che non esistono, con passati che non esistono, che hanno segni del loro passato inesistente, è molto più complesso che raccontare quello che uno vede. La costruzione di un intreccio (se non è una macchina banale e “di genere”) è una cosa difficilissima e miracolosa.

    Si può raccontare l’Europa ideando uno scarafaggio o registrando dettagli. Si può raccontare il male andando in una prigione o raccontando una balena. Per me la fede nella letteratura consiste nel credere che ci si può allontanare dal reale e rimanerne fedeli.

    Per letteratura intendo anche il racconto, chiaro.

    Poi, detto questo, esistono mille scritture belle e se Chatwin avesse scritto romanzi sarbbero stati magari orrendi (anche certi discorsi di politici a volte sono stati scritti benissimo eppure non sono letteratura).

    @All About: mi dispiace per la critica che fai a me e a Mazza Galanti sul vedere le cose negativamente. Pensa che proprio noi due, da ormai un paio d’anni, curiamo per “Nuovi Argomenti” una rassegna delle migliori uscite italiane dell’anno (certo tra i libri che abbiamo letto) proprio per far vedere che ci sono molte cose buone in giro.

  14. All About scrive:

    La mia critica era al solo Mazza Galanti (seconda plurale era retorica e me ne scuso). Di lei Longo (anzi, tu, possiamo darci tutti del tu?) apprezzo misura e passione che non sempre vanno d’accordo. Di Mazza Galanti apprezzo volenterosità, ma per il resto mi sa a volte di faciloneria.

    Comunque vi seguo, e se vi seguo (da semplice ma credo accanito lettore) è perché qui mi sembra ci sia della qualità. O meglio: un concentrato di qualità rispetto al mare di carta stampata in cui anche cose di qualità annegano.

    Ecco. Proprio per questo (dunque partendo da stima, dal fatto cioè che questo mi sembra miracoloso spazio di intelligenza, riflessione e anche – posso dirlo? – relativa pulizia) mi dispiace quando vedo riflessi nostri peggior vizi.

    Cioè del fatto che noi italiani siamo i primi a darci addosso. Quella americana mi sembra ottima scuola. Ma l’Italia (che per molti versi è un paese invivibile) mantiene miracolosamente in sé teste molto raffinate, intellettuali di primo piano. Ricordate Calvino? Sottrarre all’inferno ciò che l’inferno non è, e dargli spazio. Siete voi i custodi e i destinatari di quel compito. Datevi da fare con l’intelligenza che non vi manca e senza il cinismo e il disfattismo e il qualunquismo che (in dosi ridottissime) ogni tanto fanno capolino in poi.

    Il processo sarà lungo, siete nelle seconde file, ma diventerete (fuori tempo massimo) la nuova classe dirigente di questo paese. Se darete spazio, man mano che crescerete (nelle competenze, nelle carriere) ai vizi in misura equipollente all’avvicinarvi al centro del potere, ci arriverete distrutti, come i Michele Serra, come i Benigni, come i Saviano, come i Vattimo e i Ferraris, come i Magris, come i Cacciari, come i Riotta, come le De Gregorio, come le Rossanda.

    Loro hanno fallito miseramente. Voi, per non fallire, dovrete darvi non le qualità (le avete) ma la forza d’animo e l’autentico anticonformismo non narcisismo su cui invece avete da imparare. Da chi? Da nessuno, perché quegli altri abbiamo visto chi sono. E’ un compito storico, datevi da fare. Firmato, un docente di fisica che vede all’università (un’università del nord) cose anche peggiori forse delle vostre.

  15. Francesco Longo scrive:

    @All About. Certo, diamoci del tu. Grazie per questo commento, che chiaramente mi fa molto piacere. Grazie anche della fiducia. E’ un compito bellissimo e il problema come dici è quello di resistere ai vizi.
    Facciamo così però. Se c’è qualcuno che ci stima (uso il plurale per tirare in ballo anche Mazza Galanti) ci faccia sempre le pulci, ci raddrizzi alla prima sbandata (vabbè che la prima sbandata e anche la seconda le abbiamo di certo già prese). Insomma il potere mica deve essere una cosa da niente. Lo si nota appena anche in piccole dosi (quelle che già sperimentiamo). C’è bisogno di discernimento ma anche di guardie del corpo.
    Grazie ancora per la stima. Il fatto che su questo blog si possa dialogare e riflettere ha, come dici, del miracoloso. Teniamocelo stretto. Saluti.

  16. All About scrive:

    A domanda rispondo con un esempio. Trevi e Piperno mi sembrano i migliori libri di questo Strega. Piperno è un conservatore di ottime letture. Trevi è un anarchico di ottime letture. Come è possibile che Trevi, non appena (finalmente) preso a scrivere sul “Corriere della Sera”, mantiene raffinatezza scrittura ma cambia dal mattino alla sera posizioni?

    Cioè: scrive sul “manifesto” ed è un anarchico (nel senso intellettuale, eh) di sinistra. Poi scrive sul “Corriere” e diventa all’improvviso molto più ridimensionato verso un (apprezzabile di per sé, come l’essere anarchico di prima) conservatorismo intelligente.

    Cioè. Uno prima diventa conservatore e poi viene preso dal “Corriere della Sera”. Non è che lo diventa perché (poi all’istante!) il grande giornale ti dice: “eccoci”.

    Certo, le cose sono complicate. Perché dovrebbe essere il “Corriere della Sera” a dire: “nella nostra impostazione, che è così e cosà, metterci dentro un elemento eretico ci fa bene”. La vecchia storia di Ottone e Pasolini.

    Ecco un esempio, per me. A lungo andare, vedrete che quelle teste intelligenti si spuntano poco a poco. Quello che dico sul “Corriere” vale per “Repubblica”, “La Stampa”, lo stesso “manifesto”.

    Per questo è un compito difficilissimo.

  17. L M scrive:

    La scelta sembra fatta con il Manuale Cencelli, con il quale nella prima Repubblica si spartivano le poltrone tenendo conto degli equilibri politici, in termini addirittura algebrici. Del resto il mèntore Walter primo ( Pedullà) di Cencelli ed equilibri politici se ne dovrebbe intendere bene, essendo stato Consigliere e Presidente Rai in quota PSI di Bettino Craxi per ben 17 anni, dal 1975 al 1992. Insomma, la letteratura mi pare c’entri poco, si tratta di altro, tipo quei circoli di scrittori che gravitavano attorno al progetto cultural civile del mentore Walter secondo (Veltroni), non del tutto disinteressatamente, visto che tanti di loro hanno vinto il premio Strega e fatto strepitose carriere.

    Ps: in ogni caso, a prescindere da qualunque altra valutazione, non inserire Giuseppe Montesano tra i primi 25 scrittori italiani del nuovo millennio mi sembra da irresponsabili.

    Larry Massino

  18. carlo mazza galanti scrive:

    @All About. Mi pare che mi metti in bocca parole che non ho mai detto. Io difendevo, con tutte le semplificazioni che inevitabilmente impone un commento-provocazione di cinque righe, una grande tradizione di scrittura italiana dove la forma romanzo di matrice anglosassone occupa un posto minoritario. L’antologia id Cortellessa è certamente dettata dai gusti personali del critico ma deve altrettanto credo alla storia della nostra letteratura. Fine. Quanto ai tuoi consigli ti ringrazierei anche, anzi ti ringrazio senz’altro, anche se mi sembrano venati di un non so che di acrimonioso che non credo aiuti molto a interpretare il potere in modo meno personalistico e più sistemico possibile, ché questo credo sia il punto: non prendersela con i singoli che si appiattiscono quanto capire come funzionano i dispositivi di appiattimento. Ma grazie per la fiducia, comunque.

  19. carlo mazza galanti scrive:

    @Longo. A proposito di dispositivi di appiattimeno: a parte il fatto che cercare Pastorale Americana in Italia mi sembra come cercare una buona amatriciana a Londra (perdona la trivialità del paragone: magari la trovi anche una buona amatriciana a Londra, ma è rara), il romanzo, la diffusa passione verso questo tipo di scrittura (e la sua storica semplificazione formale, visto che il romanzo nasce come il genere aperto e polimorfo per antonomasia), mi sembra prestare molto più il fianco a compromessi al ribasso, a conformismi, narcisismi e omologazioni (con tutte le conseguenze truffaldine che ne possono derivare sul piano individuale: vedi capitolo self-publishing et similia), rispetto a scritture meno etichettabili e più (mi pare) “resistenti”. Poi tu mi puoi anche dire: a me frega niente di resistere (o addirittura “resistere non serve a niente”), a me interessa quello che mi piace istintivamente ed è soprattutto quello che cerco e che voglio approfondire, e comunque la letteratura è sovrana. E da un certo punto di vista avrai anche ragione. Ma è interessante moltiplicare i punti di vista.

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