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Su Almarina di Valeria Parrella

di Germana Urbani

 

Valeria Parrella con Almarina, conquista il terzo posto allo Strega, va detto però che questa autrice poteva davvero vincere, ma, lasciando il podio a Veronesi, sicuramente le spettava di posizionarsi prima di Carofiglio e la sua saga da ombrellone.

È la seconda volta che Parrella conquista la cinquina, dopo esserci arrivata 15 anni fa, ancora giovanissima, con la raccolta di racconti Per grazia ricevuta (Minimunfax 2005).

Questa volta, però, è uno spessore letterario diverso, costruito negli anni, di romanzo in romanzo, procedendo “con la cura che meritano le cose eterne”, quello che Almarina ci offre. Perché la Parrella non scrive e basta. Nei suoi libri, sempre premiati dalla critica e dal pubblico, prende posizione: politica, sociale, sintattica, grammaticale.

La sua voce letteraria e lirica non rinuncia mai a essere anche strumento civile e, priva di retorica, ci interroga sulle nostre posizioni, sullo sguardo con cui pesiamo persone ed eventi.

Parrella pare riuscire sempre a sentire il polso del nostro Paese, e anche stavolta i temi che mette in campo sono davvero attuali: il carcere, la colpa, il giudizio, i diritti umani, il ruolo degli educatori.

Almarina è importante, dunque, e arriva sul palcoscenico dello Strega dopo mesi in cui l’Italia tutta, chi da un balcone chi da un altro, ha pontificato sulla scuola che è mancata, sugli insegnanti pagati a far nulla, sui ragazzini lasciati a se stessi davanti un monitor, sulla mancanza della necessaria relazione tra l’insegnante e i suoi alunni. Sul ruolo degli educatori.

Ma anche su una reclusione impossibile da sostenere per i nostri ragazzi e che non può essere paragonata, però, alla condizione carceraria minorile. Perché “il carcere è un dolore che non finisce, da cui non puoi mai distrarti”, “è paura e solitudine. In carcere ti addormenti e quando ti svegli sei in carcere”.

Eppure, anche in questo mondo a parte, la relazione avviene proprio grazie al ruolo e alla responsabilità degli educatori. Almarina è il racconto di un amore gratuito, capace di salvare, che nasce senza farsene accorgere sui banchi di un’aula di frontiera: il carcere minorile di Nisida, a Napoli. Elisabetta Maiorano, la voce narrante del romanzo, è insegnante di matematica nella scuola del penitenziario, “l’unico spazio senza sbarre alle finestre”, dove con paura e incertezza sente di essere lì per “dare, loro solo prendere, prendere, prendere”. Ed è tra queste mura che le viene “offerto di guardare” davvero dentro “lo sguardo delle giovinezza prigioniera” e questo le cambia la vita.

Elisabetta è una donna che a lungo ha coltivato un desiderio di maternità senza che il suo ventre o la sua casa potessero accogliere un figlio. Dopo la morte improvvisa del marito, sente di vivere “una vita agra”, prigioniera della solitudine che si presenta soprattutto la notte, quando le immagini dell’insonnia battono tutte uguali, senza maiuscole: “l’insegnante che si riempie di gocce. non riesce a prendere calore nel letto anche a maggio. le fa male il braccio ed è l’infarto. le fa male la pancia ed è l’appendicite. non è abbastanza grave per chiamare i vicini, ma neppure abbastanza normale per dormire”.

Ma quando la mattina attraversa “la città prima della città” per raggiungere il carcere, e “davanti alla sbarra” perde “ogni diritto civile” come vuole il protocollo d’entrata che la spoglia di tutto, paradossalmente è proprio quel rito che si ripete di giorno in giorno a restituirle la libertà e il senso: “lascio il cellulare e non sarà colpa mia”. “Come chiunque entra a Nisida torno libera, torno bambina”.

Perché Nisida, per come lo racconta Valeria Parrella, che tra quelle mura ha insegnato scrittura, è un luogo accogliente, aperto, pieno di volontari. È un atollo su un promontorio, una terra di confine chiusa eppure esposta alla bellezza del mondo. Un posto dove i giudici inviano i ragazzini più per toglierli dalla miseria, culturale e sociale, che li ha indotti a delinquere, che per punirli, concedendo loro una sospensione salvifica. O almeno tale sarà per alcuni di loro.

Certamente lo è per Almarina, la ragazzina romena che, rannicchiata “sull’ultima panchina prima del mondo”, consegna la sua storia straziante a Elisabetta che, colta da sorpresa e tenerezza, ricambia donandole un frammento oscuro e vero di se stessa. Lì, lo sguardo rivolto a un mare inaccessibile dal quale non si può salpare, nasce in Elisabetta “l’amore delle madri: senza merito, senza reciprocità e senza conquista”.

Non è facile per gli altri personaggi capire ciò che spinge Elisabetta a chiedere in affidamento Almarina, la scoraggiano pure. Neanche il Comandante, che sembra leggerle il cuore, la sostiene all’inizio. Perché è così che accade a Nisida, i ragazzi arrivano un giorno e un altro vengono trasferiti e tu, insegnante, rimani con un loro compito corretto in mano, che era pure andato bene e avresti voluto consegnarlo, incoraggiare, sostenere. E allora meglio non affezionarsi, “tenere il punto”, “fare con quello che si ha”. Senza però rinunciare mai, pare suggerire la Parrella, perché in fondo “l’amore non riconosce l’autorità” e nessun giudice dovrebbe avere davvero il diritto di frapporsi tra una madre e un figlio.

Torna così un tema, quello dell’amore materno, ripetutamente indagato dalla Parrella, che fin da Lo spazio bianco (Einaudi 2008) ha saputo dare forma con efficacia al baratro del dolore che si insinua a scindere il naturale e armonico binomio madre-figlio. Se lì Maria, la madre, osserva la figlia nata prematura oltre il vetro di una incubatrice, aspettando di capire se vivrà o meno, un analogo dubbio fondo si accampa anche nella vita della protagonista di Tempo di imparare (Einaudi 2013), che si trova a lottare, cinica, contro la burocrazia e le etichette utili a definire un figlio fuori canone.

“È una cosa che non si pensa neppure, si applica in automatico: il canone, la misura”. Eppure quel suo figlio, dalla “nascita contorta e strana, che lasciava aperta la tua vita al dubbio come una bocca spalancata alla meraviglia” rivela quanto, a volte e spesso, “la sofferenza si annida nella bellezza”.

E fuori canone, quantomeno il canone stereotipato che hanno consegnato a più generazioni opere opere quali l’Enciclopedia della donna degli anni Sessanta, sono le figure femminili che popolano i romanzi della Parrella. Come Amanda, la sfrontata e libera protagonista de L’enciclopedia della donna, rivista e aggiornata (Einaudi 2017), una donna che, seppur in cerca della propria storia, come Clelia in Lettera di dimissioni (Einaudi 2011), si alza in piedi, è capace di compromessi, combatte, sceglie chi vuole essere a costo di perdersi. Donne fiere, combattive come Antigone, figura cardine dell’immaginario artistico della Parrella, a cui l’autrice ha dedicato una pièce teatrale e un romanzo, Antigone (Einaudi 2012), con cui ha riletto il mito classico consegnandoci, ancora una volta, una riflessione su un tema tanto urgente quanto scomodo come l’eutanasia.

Ancora una volta, anche in Almarina, è proprio alle posizioni scomode ed eroiche delle donne che danno voce pagine dallo stile forte, icastico, talmente prive di retorica da non lasciare scampo a un lettore che, distrattamente, si trovi a tu per tu con le frasi bellissime, a volte scardinate eppure esatte, che la Parrella ci regala.

“Li odio perché ho il triplo dei loro anni e non dovrei odiarli. Li odio perché se conoscono così da subito il disprezzo sono stati da subito disprezzati e io dovrei capirli (…). Ma l’odio è un pozzo che non risparmia, allora giù per la corda melmosa scivolo, per quanto mi aggrappi, e certo non raggiungo il fondo ma vedo pezzi che luccicano tra le bisce”.

 

Commenti
3 Commenti a “Su Almarina di Valeria Parrella”
  1. Luigi Mazziotta scrive:

    Valeria Parrella scrive, e con la scrittura arriva in cima alle montagne, guarda il mondo dall’alto: dall’alto il mondo è così piccolo che puoi tenerlo in una mano. Lei lo tiene e lo racconta da un punto minuscolo, la guardiola del carcere di Nisida, la piccola isola all’estremità della collina di Posillipo: quando la sbarra si richiude alle spalle di una donna che insegna matematica a un gruppo di giovani detenuti. Valeria Parrella, da quella guardiola, apre all’immensità. Della vita, del dolore, dell’ingiustizia e della speranza negli esseri umani. E’ un libro fatto di carne e di cielo, questo, trascina dentro dalla prima pagina e non ci si può staccare più, nemmeno quando finisce. Trascina per intimità, per precisione, e poi si impone dentro perché attraverso il racconto della vita di due donne, Almarina, ragazza romena di sedici anni, detenuta, e Elisabetta Maiorano, insegnante di cinquant’anni, vedova, Valeria Parrella esplora la lacerante tristezza e la luminosa possibilità dell’esistenza. Attraversare l’inferno, sopravvivere, ricominciare, agire, sperare.
    Almarina è una minore colpevole, a cui il padre ha rotto le ossa, e ha un fratello di sei anni che ha portato in Italia, vorrebbe rivederlo ma non può. Elisabetta Maiorano è un adulto ferito, che sente la responsabilità, che conosce il punto esatto in cui la vita sembra intollerabile, e il suo cammino tra la città e la prigione è un vero cammino, in cui si cambia e si agisce, si decide, ci si muove. E il romanzo di Valeria Parrella compie questo percorso miracoloso: prende il lettore in un punto e lo trasporta in un altro punto, gli offre il mondo dall’alto, e in centoventi pagine tese e illuminate gli cambia lo sguardo.

  2. sebastiano scrive:

    la dolcezza del raccontare è pari alla profonda sensibilità dei contenuti.
    L’interazione dei personaggi è viva e coinvolgente, fino al trascinamento più totale nella evoluzione della storia, a cui partecipi direttamente fino alla fine.
    Leggerla è viverla con immediatezza, come se fosse tua e ti lascia in ansia per gli interrogativi che nn trovano risposta.

    Valeria sei unica!!

  3. Margherita scrive:

    Come tutti i libri della Parrella l’ho divorato e mi sono commossa per la capacità di rendere poesia temi complicati privandoli della retorica e lasciando solo profonda umanità ai personaggi e alla storia. Normalmente mi pesa leggere di questi argomenti ma qui sono trattati con una tale maestria che creano immedesimazione e grande emozione, storie particolari, in qualche modo “piccole” che diventano simboli di un’etica che non fa compromessi e si esprime in tutto a partire dal linguaggio scarno e semplice e incredibilmente potente.

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