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Alprazolam nel sottosuolo

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Photo by Kendal on Unsplash

di Marco Renzi

Ginevra è l’unica persona di cui mi posso fidare. È anche l’unico medico che conosco oltre al mio, il dottor Brentani, che al telefono non risponde mai alla prima. Stavolta non faccio neppure il secondo tentativo, tanto già m’immagino il suo consiglio: Va’ al pronto soccorso. Oppure: Mettiti un dito in gola e vomita.

Dio bono, ci provo ma non esce nulla, e non posso telefonare a mia madre, a mio padre o a mia sorella: andrebbero nel panico, non sarebbero d’aiuto. Non posso dir loro d’aver ingoiato dodici pastiglie di alprazolam senza farmi dare della testa di cazzo, e ora di certo non ho bisogno di rimproveri; non  servono mai quando senti di poter crepare.

Con Ginevra tutto ciò non può succedere. Ho fatto una cazzata, le dico appena risponde alla chiamata.

La sua voce è preoccupata, un po’ scossa, ma non perde la calma. Scandendo bene ogni parola, mi chiede se ho vomitato, bevuto alcolici, mangiato qualcosa, se c’è qualcuno in casa, se ho già telefonato ad altre persone.

Ho provato a vomitare, dico, ma non ci sono riuscito, non ho bevuto niente, giusto un bicchiere di vino a pranzo… ho mangiato parecchio e in casa non c’è nessuno.

Va bene, mi fa Ginevra, quante pasticche hai preso?

Dieci, quindici, dodici, oddio, non me lo ricordo.

Non importa, adesso siediti un attimo e poi rialzati in piedi, cammina per la stanza, non ti distendere e bevi più che puoi, mi raccomando, poi riprova a vomitare, sta’ tranquillo ché vengo io.

Occhei.

Non so dire altro prima di riattaccare.

Ginevra arriva nel giro di un quarto d’ora. Non le chiedo nulla su che strada abbia fatto e a quale velocità. Mentre mi accompagna in macchina noto il suo sguardo contrito e nel contempo sereno; mi fa delle domande alle quali rispondo a monosillabi.

Poco dopo siamo davanti all’ospedale. Ginevra sa che direzione prendere in quell’intrecciarsi di stradine attorno all’immenso edificio bianco-grigio, e troviamo parcheggio lì nei paraggi.

Scendiamo di macchina diretti verso l’entrata del pronto soccorso, una porzione minuscola rispetto all’intero plesso. Barcollo senza percepire lo stordimento; non sono investito da sentori di morte, né vedo luci bianche in fondo al tunnel. In compenso, sebbene il sole penetri dalle finestre, la luce abbagliante dei neon della sala d’attesa è sparata a grossa intensità.

Ci sono alcune sedie vuote; altre sono occupate da una vecchia che si lamenta e invoca la sua fine mentre un uomo la consola rassegnato, da una signora musulmana con un bambino in braccio e da un ragazzo con la maglia bianca coperta di sangue che si tiene una benda stretta sull’avambraccio sinistro. Prendo posto accanto a lui.

Aspettami qui, mi dice Ginevra. Non faccio in tempo ad annuire che varca il portone e si dirige verso l’accettazione: ha deciso di andare a parlare con chi di dovere, mentre io resto lì a guardarmi attorno pensando al rimestarsi dell’alprazolam coi succhi gastrici, già incontratisi con la pasta al pesto, le tre fette di groviera, il bicchierino di sangiovese e il kiwi acerbo.

Chissà cosa starà dicendo Ginevra agli infermieri, a colui che sta al computer ad assegnarmi un codice bianco, rosso o di colori intermedi. Lei sa meglio di me cosa dire, si capisce, e io seguito a lambiccarmi la testa, a figurarmi quel che potrebbe accadere se mi sentissi male in questo momento. Meglio qui che altrove, penso, del resto sono in un pronto soccorso. Quindi mi rilasso come uno che ha preso una superdose di ansiolitici, circondato da gente che sta peggio di lui, come il tizio grondante sangue di fianco a me, che diocaneggia tamponandosi la ferita col suo maxi-assorbente.

Mi metto le mani in faccia e mi stropiccio gli occhi: così, per dare a vedere quanto soffro. Ho una gran voglia di pisciare, ma mi riguardo a chiedere dov’è il bagno; prendo allora a girellare per la stanza, dove a fare angolo c’è un tavolinetto con sopra una miscellanea di riviste: Quattro zampe, Focus, Novella 2000, vecchi inserti di Repubblica e varie pubblicazioni locali. Ma dove siamo, dal medico di base? Dal dentista? Avete mai visto qualcuno leggere al pronto soccorso? Ebbene sì: una signora entra di volata e, dopo aver fatto sapere al mondo del suo dito rimasto schiacciato nel cancello rugginoso di casa, afferra dal mucchio una copia di Dieci piccoli indiani, perché a frugar meglio ci sono anche dei libri: come mai non me ne sono accorto prima?

Scoppio a ridere dal nulla nell’istante in cui il mio sguardo cade su quello del bambino in braccio alla madre velata: lui ricambia la risata, io ne sfodero un’altra in risposta. Oddio, non è che lo stronzetto ride perché ho tirato una scoreggia senza rendermene conto? Non saprei, sono troppo preso dai volumi della biblioteca ospedaliera e rintronato dai farmaci. Almeno il bambino è felice, gli altri molto meno.

Che ci vuol fare, quando scappa, scappa, così se ne esce la lettrice mingherlina di Agatha Christie. Son tentato di dirle: È stato il *******!, ma mi cheto in tempo. In fondo sono io il meteorista e, per quanto poco me ne freghi, non è bello sentire gli altri lamentarsi per colpa mia.

Col peto ormai caduto in prescrizione, principio a scartabellare tra i libri: L’amore borghese di Giorgio Montefoschi, Così parlò Bellavista di Luciano De Crescenzo, Il viaggio misterioso di Alberto Bevilacqua, i volumetti storici rizzoliani di Indro Montanelli e Roberto Gervaso, una biografia in arabo di Steve Jobs, Le migliori ricette del Valdarno Superiore e La sinistra possibile di Vannino Chiti. Nulla che m’ispiri: non sono dell’umore per rileggere Così parlò Bellavista, e neanche lo consiglierei al ragazzo ferito. Neppure le avventure del Bevilacqua mi titillano, così do un’ultima scorsa ai titoli buttati a casaccio insieme all’immancabile e incartapecorito Piccolo Mondo Antico – no, Fogazzaro no!

E poi lo vedo: Memorie dal sottosuolo. Cristo, l’ho già letto, penso, l’ho letto che saranno tre mesi e mezzo. È una vecchia edizione tascabile con scritta la collocazione DOS sulla fascetta bianca, proprietà di un sistema sanitario nazionale che comincia a tirar fuori qualità insospettabili.

Mi rigiro il volume tra le mani, sorrido come un bischero; penso a un infartato giunto al pronto soccorso col codice rosso con l’improvvisa voglia d’un libro, al quale capitano tra le mani le Memorie di Dostoevskij, e mentre i suoi ventricoli sono lì per implodere legge: Sono un uomo malato, un uomo malato, sono. Dopodiché una botta di defibrillatore gli interrompe la lettura, e la voglia di proseguire, di chiudere almeno il paragrafo, lo tiene per miracolo in vita. Potere della Letteratura, mi dico sedendomi col libro in mano a fissare il viso barbuto di Fjodor in copertina, con l’espressione contrariata tipica di chi non vuol essere fotografato. Ma quello è un ritratto fatto a mano da non so quale pittore russo che non aveva trovato un modo per far ridere il Dosto, che pure dipinto su tela si mostra in tutta la sua inquietudine, come a volermi dire: Rimembra che hai diversi milligrammi di alprazolam in corpo. È vero, a momenti me ne scordo: forse l’appuntamento col tristo mietitore è rimandato.

Ginevra intanto non esce dall’accettazione. Gli infermieri e i medici la staranno bombardando di domande, alle quali lei replicherà con prontezza. La aspetto: ci mette tanto, eppure la cosa non mi tange, né sono ansioso per le nuove che porterà con sé; cerco invece di dissimulare la voglia di andare al cesso attraverso l’instaurazione di un dialogo con l’uomo del sottosuolo, sempre lì a scrutarmi dalla copertina recante la scritta Lire 350, quella degli Oscar Mondadori da edicola di una volta, col titolo bello in evidenza e sotto, più piccino, Romanzo di Fjodor Dostoevskij; e, poco più giù, Traduzione di Tommaso Landolfi. Che bomba, rifletto tra me e me, il Landolfi lo conosco, scrive robe metafisiche da paura. Siamo tra uomini del sottosuolo: si è aggiunto anche il Landolfi, uno col vizio del gioco come il Dosto. Mi chiedo se avrà tradotto a suo tempo anche Il giocatore, cosa potenzialmente esplosiva; o catartica, a seconda dei casi.

Insomma, d’improvviso, mentre penso al Landolfi alle prese con Cancroregina, col Racconto d’autunno e col cirillico del Dosto, chiamano dentro il ragazzo a rischio dissanguamento seduto alla mia destra.

Buona fortuna, mi vien da dirgli, ma non mi risponde: mi sarei accontentato di un grazie, o al limite di un vaffanculo.

Non so perché Ginevra si faccia attendere così tanto. Pazienza, ho ancora cose da dire alla mia accolita di scrittori. Per dire, io la traduzione del Landolfi non l’ho mai letta, sapevo solo della sua esistenza, mentre ne ho letta una più nuova fatta da un signore di Parma in fissa con la letteratura russa che scrive anche dei libri dove parla spesso dei russi, del russo, della Russia, e quando non scrive romanzi traduce in italiano le poesie e le prose dal russo, poi va in giro a tener discorsi su tutto ‘sto ambaradan: una volta a sentirlo ci son pure andato, e per causa sua ho comprato un libro di racconti di Pushkin sempre tradotto da lui. Ecco, cosa penserà il ragazzo di Parma del Landolfi?, mi domando nella speranza ne dica tutto il bene possibile, anche se l’incipit delle Memorie, nella versione parmense diventate i Ricordi, l’ha tradotto diverso da lui. Sono tuttavia convinto che sia il Dostoevskij sia il Landolfi, e anche lo scrittore di Parma, approverebbero l’idea di uno che, al pronto soccorso, con dieci, quindici o dodici ansiolitici in circolo, sfoglia un Memorie dal sottosuolo messo a disposizione dall’ospedale medesimo, e non avrebbero nulla in contrario nel caso me lo portassi via con me, giacché nessuno se ne rammaricherebbe, nemmeno il primo degli habitué delle emergenze sanitarie, figuriamoci poi quelli intorno a me.

Giro le pagine ingiallite di quel libro vetusto, passato da troppe mani e da innumerevoli scaffali, in cerca di un posto stabile, desideroso di riemergere dal sottosuolo, così come anch’io vorrei farla finita un giorno o l’altro con la nevrosi, coi colloqui dagli specialisti e le ricette bianco-rosse degli stimolatori dei ricettori della serotonina. Ma sono un uomo malato, e posso solo aspettare che Ginevra esca da quell’uscio con una buona parola.

La sala intanto si affolla, ed è meglio tener gli occhi sul Dosto anziché seguire l’orda di ammalati, contusi e congestionati. Paio il più sano, ma da qui a esserlo ce ne corre: perché leggere un romanzo russo dell’Ottocento al pronto soccorso non ti fa passare inosservato, e ogni volta che alzo il capo dal libro mi sembra di vedere uno che mi fissa, o magari sono soltanto volti persi nel vuoto, di quelli che guardano ma non guardano. Come il vero malato che si rispetti, il depresso del sottosuolo crede che gli altri stiano costantemente a giudicarlo: la verità, al contrario, è che il mondo circostante se ne sbatte del suo prossimo, quando non se ne fa beffe. Bisogna aver dentro una discreta dose di egotismo, oltre che di psicofarmaci, penso capitando su paragrafi a caso delle Memorie del Dostoevskij tradotte dal Landolfi, per scrivere un romanzo, o per scrivere in sé. E ce ne vuole altrettanta, mi dico, per levare una a una le pasticche dalla loro scatolina, metterle in fila sul lavandino del bagno e poi ingoiarle una per volta sapendo di commettere un atto pericoloso e imperdonabile.

È peggio sottrarre un libro alla sezione narrativa del pronto soccorso o tentare di ammazzarsi? Avendo provato a uccidermi, e resomi conto del mio fallimento, intascarmi un libro di qualche decennio addietro mi sembra una sciocchezza.

Lo stringo ancora tra le mani quando Ginevra sorte dalla porta con un’aria più distesa di prima. Mi si avvicina e mi dice: Tutto apposto, possiamo andare.

Come possiamo andare?, le domando, non mi vogliono vedere?

No, è come sospettavo anch’io, mi fa lei, ma ho voluto esser sicura… per danneggiarti con quei medicinali avresti dovuto prenderne il doppio, e alla peggio ti avrebbero fatto una lavanda gastrica, diciamo che te la sei risparmiata.

E sicché ora cosa che bisogna fare?

Nulla, ora andiamo in un bar a prendere qualche bottiglietta d’acqua, hanno detto che devi bere molto, è l’unico modo per eliminare quella roba.

D’accordo, d’accordo, dico, ma prima di ricominciare a bere vorrei andare in bagno, la vescica mi sta per cedere.

Ce la fai a resistere finché non arriviamo al bar?

Sì, allora vediamo di far veloce ché me la fo addosso.

Abbandoniamo il pronto soccorso. La sala d’attesa nel frattempo s’è colmata di visi smorti, polsi rotti, stomaci guasti e chissà quali altre disgrazie. Usciamo da dove siamo entrati. Mi pare siano trascorse dieci ore, quando non sono passati che venti minuti. Anche Ginevra ha un aspetto differente: più rilassato, sorridente, come di chi sì è tolto un peso. Per una volta non sono così egomaniaco da collegare il suo benessere al fatto che io fossi ancora lì, in piedi, con un mattone in meno addosso, giusto con quella dozzina di alprazolam a galleggiarmi nello stomaco o in altre zone a me ignote del corpo, pronte da espellere per via uretrale.

Il sole picchia forse più forte di prima, è una bella giornata.

Che libro è quello?, mi domanda Ginevra mentre stiamo per montare in macchina.

Ah, questo? l’ho trovato in sala d’attesa: lo so che non si dovrebbe fare, ma hai mai visto qualcuno leggere Dostoevskij in ospedale?

No, non mi è mai capitato, risponde lei.

Ecco, allora ho fatto bene a prenderlo, anche se l’ho già letto, ma insomma, questa è la traduzione di Landolfi.

Be’, se lo dici tu io mi fido…  a proposito, come ti senti?

Bene dai, abbastanza tranquillo.

Ci credo, con tutti gli ansiolitici che hai preso.

Già, a momenti nemmeno ci ripensavo.

Meglio così… poi mi racconterai meglio del perché hai fatto questa cazzata.

Certo, però aspetta, non resisto più, scusami.

Mi allontano dalla macchina e corro a perdifiato dietro il cespuglio in fondo al parcheggio dell’ospedale. Ho ancora il libro in mano, così lo appoggio sopra le foglie; mi sbottono i calzoni liberandomi di un ettolitro abbondante di piscio sano, trasparente e inodore, con lo sguardo in avanti, incurante dei passanti dietro di me. Gli occhi mi cadono sul libro che riposa sul cespuglio tra mosche e zanzare: lo sguardo di Dosto è immutato, ma è come se lì si trovasse più a suo agio; oppure no, mi sta solo sfidando, o piuttosto sono io a mettermi in competizione con lui, come a dirgli: Caro Fjodor, un giorno scriverò di tutta ‘sta roba, e potrebbe uscirmi fuori un romanzo bello come il tuo.

Mi pare allora d’intravedere una mezza risata nell’ispida bocca di Dosto, e non posso biasimarlo, perché in fondo solo un uomo malato, uno a cui a furia di pensare e fare cose del genere prima o poi gli verrà male al cervello, può essere ambizioso in modo così sconsiderato da voler eguagliare il Re degli scrittori.

Certo, penso durante l’accorto sgrullamento, pure lui da qualche parte avrà cominciato, a suo tempo. E nel raggiungere Ginevra ho l’intuizione che forse dovrei partire proprio da qui: dalla mia incapacità di togliermi la vita, quella che un giorno mi darà modo di raccontarla.

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Marco Renzi è nato nel 1989 a Figline Valdarno (FI), dove vive. Laureato in lettere, è dottore di ricerca in Italianistica.
Ha scritto di musica per «Audiodrome», «TheNewNoise» e «IndieForBunnies»; ha collaborato per quattro anni alla sezione letteraria (Re: books) della rivista «Il Mucchio Selvaggio».
Suoi articoli e racconti sono comparsi su «L’Eco del Nulla», «Minima et Moralia», «PULPLibri», «CrapulaClub», «Nazione Indiana», «In fuga dalla bocciofila» e «Spore».

Commenti
Un commento a “Alprazolam nel sottosuolo”
  1. Fran scrive:

    meraviglioso, confesso che mi aspettavo un serio studio scientifico che dicesse di come – grazie al diffuso consumo di alprazolam e della conseguente presenza nelle deiezioni umane- la molecola si trovasse ormai stabilmente nei nostri suoli. Non avevo capito che genere di posto è questo. Sono assai divertita. E piacevolmente sorpresa.
    Conservo scatoloni pieni di vecchie confezioni della più nota etichetta commerciale di alprazolam, dei tempi in cui ne ero dipendente. Ho sempre pensato che un giorno ne avrei fatto un’opera d’arte. Chissà…

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