Altare della patria

di Giorgio Vasta

Ci sono esperienze di lettura talmente inattese e disorientanti da mettere in crisi tutto ciò che normalmente viene dato per acquisito. È come se il sistema logico della lettura a cui leggendo ci affidiamo – le ascisse e le ordinate delle frasi, i punti cardinali della narrazione – venisse messo così tanto in torsione da costringerci a trascorrere dal déjà vu al jamais vu.
Con Altare della Patria ci troviamo davanti a un fenomeno letterario direttamente connesso alla dimensione editoriale da cui proviene. Il libro di Ferruccio Parazzoli è infatti il primo titolo di narrativa italiana edito da il Saggiatore: ripresa e sviluppo di un romanzo pubblicato nel 2008 da Mondadori (il titolo era Adesso viene la notte), Altare della Patria si configura come una scrittura in progress all’interno di un progetto che pensa ai libri come opere in divenire mobile e in reciproco colloquio (tra i primi titoli la riedizione di Last Love Parade di Marco Mancassola e l’esordio di Gabriele Ferraresi, L’uomo che riuscì a fottere un’intera nazione); a coordinare l’iniziativa uno scrittore come Giuseppe Genna, che in particolare con le diverse edizioni di Assalto a un tempo devastato e vile ha fatto della pratica del palinsesto (alla lettera: scrivere, cancellare, riscrivere) un vero e proprio modus operandi nonché un’indocile dichiarazione di poetica.
Attraverso una lingua asciutta e mite (inquietante in misura della sua stessa mitezza) Parazzoli sceglie di concentrarsi su una delle due capsule insondabili e inesauribili dell’Italia contemporanea: la prigione di via Montalcini 8 bis, a Roma, ovvero quello spazio precluso in cui Aldo Moro venne tenuto prigioniero per cinquantacinque giorni dalle Brigate Rosse, la voragine in cui un tempo italiano collassa e si conclude e un altro tempo ha inizio (l’altra capsula, tre anni dopo il 1978, sarà il pozzo artesiano di Vermicino nel quale precipita Alfredo Rampi, un altro nucleo perturbante che continua a domandare messinscena).
Parazzoli sa, sente, che al centro della ricostruzione storica di ciò che accadde va collocata una visione; non un ulteriore tentativo filologico, dunque, ma il movimento radicale e molteplice di chi decide – e Parazzoli lo fa accelerando in modo vertiginoso situazioni e figure – che ad avere senso (a generarne) è il sedimento, la materia di decantazione, la filigrana semi-invisibile che accumulandosi si trasforma nell’endoscheletro del tempo.
Nella prima parte del libro – qualcosa di simile al primo movimento di una sinfonia letteraria – il luogo in cui si svolge l’azione è soprattutto la Basilica di San Pietro: è il 1978, Aldo Moro è stato sequestrato dalle Br e Paolo VI, amico personale del presidente della Democrazia Cristiana, riceve le visite di un diavolo proteiforme (a volte clochard, a volte prelato in clergy) che lo sfida provando a coinvolgerlo in un confronto dialettico. L’oggetto del contendere non è semplicemente la vita di Moro ma la conoscenza del bene e del male. Anzi, considerato che Parazzoli sceglie di conferire loro proporzioni assolute e di scolpirle in una dimensione archetipica, del Bene e del Male.
Nel secondo movimento il fuoco si concentra su Aldo Moro. Una notte il diavolo lo porta sopra piazza Venezia per osservare dalla sommità dell’Altare della Patria la cupola di San Pietro illuminata. È un controcampo, uno sguardo che risponde a quello che nella prima parte Paolo VI rivolgeva, metaforico e incerto, verso il prigioniero delle Brigate Rosse. Mentre guarda l’altro “uomo giusto” Moro ascolta il racconto di un’ombra accovacciata sulla scalinata del Vittoriano, la voce limpidamente buia di Giulio Andreotti che descrive quello che sarà il futuro italiano: “Morti ammazzati, si intende. E poi, cambiamenti di rotta, un beccheggio di tutto il Paese da far venire il vomito, noi così attenti, noi così prudenti, così politici…”
In questo lungo gioco di sguardi (di campi e controcampi, di canti e controcanti) che attraversa lo spazio nazionale si concentra il fantasma concreto ed evanescente di un paese claustrofilico, la grande microscopica capsula temporale da cui non riusciamo a venire fuori.

Questa recensione è uscita su «Repubblica»

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
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