Alternative al carcere

«L’opinione pubblica ha diritto di conoscere quanto accade nei penitenziari italiani. Non esiste alcuna norma che vieti espressamente alla stampa di visitare gli istituti carcerari. Ma, negli ultimi anni, l’amministrazione penitenziaria ha ristretto sempre più le possibilità di accesso. Il diritto all’informazione libera deve poter comprendere la visita dei luoghi di detenzione, nel rispetto della sicurezza pubblica. Al ministro della Giustizia, che denuncia l’emergenza carceri, segnaliamo che esiste anche un’emergenza informazione, per questo chiediamo di cambiare regole e prassi autorizzando l’accesso ai giornalisti nelle sezioni delle carceri al fine di raccontare la quotidianità della vita reclusa, non solo gli eventi tragici o eccezionali».
Questo quanto si legge nelle pagina web del
Manifesto dopo l’appello lanciato dal quotidiano, in collaborazione con l’Associazione Antigone, di autorizzare l’accesso ai giornalisti negli edifici carcerari.
A minimum fax l’anno scorso abbiamo pubblicato un libro di Angela Davis, dal titolo
Aboliamo le prigioni?; ne pubblichiamo qui sotto un estratto che ci sembrava particolarmente significativo in questi giorni di dibattito sul tema.

«Lasciate perdere la riforma; è ora di cominciare a parlare dell’abolizione di carceri e prigioni nella società americana […] Tuttavia… abolire? E dove li mettiamo i detenuti? I «criminali»? Qual è l’alternativa? Intanto, non avere alternative creerebbe meno criminalità di quanto non facciano gli attuali centri di addestramento dei criminali. E poi, l’unica vera alternativa è costruire quel tipo di società che non ha bisogno di prigioni: una decorosa ridistribuzione del potere e del reddito, così da estinguere il fuoco occulto dell’invidia bruciante che infiamma oggi i reati contro la proprietà, che si tratti dei furti commessi dai poveracci o dell’appropriazione indebita da parte dei ricchi. E un senso decente della comunità che possa sostenere, reinserire e riabilitare davvero quelli che sono presi improvvisamente dall’ira o dalla disperazione, che li tratti non come oggetti – «criminali» – ma come persone che hanno commesso atti illegali, come la maggior parte di noi tutti».

Arthur Waskow, Institute for Policy Studies

Se aboliamo carceri e prigioni, con che cosa le sostituiremo? Questo è il grande punto interrogativo che spesso blocca ogni ulteriore considerazione sulle prospettive abolizioniste. Perché dovrebbe essere così difficile immaginare delle alternative al nostro attuale sistema detentivo? Ci sono svariate ragioni per cui siamo titubanti all’idea che sia possibile creare alla fine un sistema giudiziario totalmente diverso e forse più ugualitario. Innanzitutto pensiamo al sistema attuale, con la sua esagerata dipendenza dalla reclusione, come a uno standard assoluto e fatichiamo perciò a immaginare un qualunque altro modo di trattare gli oltre due milioni di persone attualmente rinchiusi nelle carceri, nelle prigioni, nei riformatori e nei centri di detenzione per gli immigrati. Ironicamente, perfino le campagne contro la pena di morte si fondano di solito sul presupposto che l’ergastolo sia l’alternativa più razionale alla pena capitale. Per quanto importante possa essere abolire la pena di morte, dovremmo renderci conto di come l’attuale campagna contro di essa tenda a ricalcare proprio il percorso storico che ha portato alla nascita della prigione come forma dominante di punizione. La pena di morte è coesistita con il carcere, nonostante quest’ultimo dovesse fungere proprio da alternativa alle pene corporali e capitali. È una dicotomia non da poco, che richiederebbe, per un’analisi critica, che si prendesse seriamente in considerazione la possibilità di collegare l’obiettivo dell’abolizione della pena di morte con le strategie per l’abolizione del carcere.
È vero che se ci concentriamo in modo miope sul sistema esistente – e forse è proprio questo il problema che c’induce a presumere che la carcerazione sia l’unica alternativa alla morte – è molto difficile immaginare un sistema strutturalmente simile in grado di gestire una popolazione così vasta di trasgressori della legge. Se però spostiamo l’attenzione dalla prigione, percepita come un’istituzione isolata, all’insieme dei rapporti che formano il complesso carcerario-industriale, potrebbe essere più facile concepire delle alternative. In altre parole, una struttura più complessa potrebbe generare più opzioni rispetto al semplice tentativo di trovare un unico sostituto del sistema carcerario. Il primo passo, quindi, sarebbe quello di rinunciare a scoprire un’unica modalità alternativa di pena che ricalchi le orme del sistema carcerario.
A partire dagli anni Ottanta, il sistema carcerario si è inserito sempre più nella vita economica, politica e ideologica degli Stati Uniti e nell’esportazione di merci, cultura e idee statunitensi. Perciò il sistema carcerario-industriale è molto più della somma di tutte le strutture detentive del paese. È un insieme di rapporti simbiotici fra istituti di pena, corporation transnazionali, conglomerati mediatici, sindacati degli agenti di custodia e programmi legislativi e giudiziari. Se è vero che il senso attuale della pena è forgiato da queste relazioni, le strategie abolizioniste più efficaci dovranno contestarle e proporre alternative che le rimpiazzino. Cosa significherebbe, allora, immaginare un sistema in cui la pena non possa diventare una fonte di profitto per le corporation? Come possiamo immaginare una società in cui la razza e la classe non siano i principali fattori che determinano la pena? O una società in cui la pena stessa non sia più la preoccupazione centrale nell’amministrare la giustizia?
Un approccio abolizionista che cerchi di rispondere a domande come queste richiederebbe che s’immagini tutta una serie di strategie e istituzioni alternative, con lo scopo ultimo di eliminare il carcere dal paesaggio sociale e ideologico della nostra società. In altre parole, non dovremmo cercare sostituti del carcere che gli assomiglino, come gli arresti domiciliari garantiti da braccialetti per la sorveglianza elettronica. Invece, nel proporci il fine ultimo dell’eliminazione del carcere, dovremmo cercare di concepire un continuum di alternative alla reclusione: la demilitarizzazione delle scuole, la rivitalizzazione dell’istruzione a tutti i livelli, un sistema sanitario che fornisca cure mediche psicofisiche gratuite a tutti e un sistema giudiziario basato sulla riparazione e la riconciliazione anziché sul castigo e la vendetta.
La creazione di nuove istituzioni che rivendichino per sé lo spazio occupato attualmente dal carcere potrebbe cominciare a rendere meno affollate le strutture detentive, in modo che occupino aree sempre più ridotte del nostro paesaggio sociale e psicologico. In quest’ottica, le scuole possono essere viste come l’alternativa più efficace al carcere. Se infatti non si elimina il clima di violenza nelle scuole delle comunità povere di colore – compresa la presenza di vigilanti e poliziotti armati – e se non le si trasforma in luoghi dove s’incoraggia la gioia dell’apprendimento, le scuole continueranno a essere la principale strada per il carcere. L’alternativa sarebbe trasformarle in veicoli della «decarcerazione», cioè della consistente riduzione del numero di persone mandate in prigione. Quanto al sistema sanitario, è importante sottolineare l’attuale scarsità di istituzioni disponibili per i poveri affetti da gravi disturbi mentali ed emozionali. Attualmente ci sono più persone con disordini mentali ed emozionali in carcere che negli ospedali psichiatrici. Questa richiesta di nuove strutture per l’assistenza ai poveri non dovrebbe essere presa come un appello a reintrodurre gli istituti psichiatrici vecchia maniera che erano – e in molti casi sono tuttora – repressivi quanto le prigioni. Si vuole semplicemente far notare che le disparità razziali e di classe nelle cure disponibili per i benestanti e gli indigenti vanno eliminate, creando così un altro veicolo della decarcerazione.
Insomma, anziché cercare di immaginare un’unica alternativa al sistema carcerario esistente, potremmo concepire una serie di alternative che richiederebbero una trasformazione radicale di molti aspetti della nostra società. Delle alternative che non dovessero affrontare il razzismo, il maschilismo, l’omofobia, i pregiudizi di classe e altre strutture di dominio non porterebbero, in ultima analisi, alla decarcerazione né promuoverebbero l’obiettivo dell’abolizione.
È in questo contesto che ha un senso la depenalizzazione dell’uso di stupefacenti come componente significativa di una strategia più vasta, volta simultaneamente a contrastare il razzismo insito nel sistema giudiziario penale e a favorire il programma abolizionista dell’eliminazione del carcere. Perciò, per quanto riguarda la contestazione del ruolo svolto dalla cosiddetta guerra alla droga nel portare in prigione un numero enorme di persone di colore, le proposte di depenalizzazione dell’uso di stupefacenti dovrebbero essere legate allo sviluppo di tutta una serie di programmi gratuiti, radicati nelle comunità, per tutti coloro che desiderano affrontare i loro problemi di droga. Non intendo dire che tutti quelli che fanno uso di droghe – o solo quelli che fanno uso di droghe illecite – abbiano bisogno di un simile aiuto. Tuttavia, chiunque desideri sconfiggere la propria tossicodipendenza dovrebbe essere in grado di partecipare a un programma di disintossicazione, a prescindere dalle sue condizioni economiche.
Le comunità ricche dispongono di strutture del genere. La più nota è il Betty Ford Center che, a detta del suo sito web, «accetta pazienti dipendenti da alcol e da altre sostanze chimiche che influiscono sull’umore. Le cure sono aperte a tutti gli uomini e le donne dai diciotto anni in su, senza distinzione di razza, credo, sesso, nazionalità, religione o fonti di pagamento del trattamento». Tuttavia, il costo per i primi sei giorni è di 1175 dollari al giorno e di 525 dollari per ogni giorno successivo. Trenta giorni di terapia verrebbero a costare 19.000 dollari, quasi il doppio della paga annua di una persona che percepisce il minimo salariale.
I poveri meritano di avere accesso a programmi volontari di disintossicazione efficaci che, come il Betty Ford Center, non siano sotto il patronato del sistema giudiziario penale. Programmi a cui possano partecipare anche i familiari, come al Ford Center, ma che, a differenza di questo, siano gratuiti. Perché simili programmi valgano come «alternative abolizioniste» non dovrebbero essere collegati alla carcerazione come ultima risorsa, a differenza dei programmi esistenti, ai quali si viene «condannati».
La campagna per depenalizzare l’uso di droghe – dalla marijuana all’eroina – è internazionale e ha indotto paesi come l’Olanda a rivedere le proprie leggi, legalizzando l’uso personale di sostanze stupefacenti come la marijuana e l’hashish. L’Olanda ha legalizzato anche il lavoro sessuale, un’altra area in cui si sono avute molte campagne per la depenalizzazione. Nel caso delle droghe e della prostituzione, la depenalizzazione richiederebbe semplicemente l’abrogazione di tutte quelle leggi che puniscono chi fa uso di stupefacenti o lavora nell’industria del sesso. La depenalizzazione dell’uso di alcol può essere presa a esempio storico. In entrambi i casi, la depenalizzazione favorirebbe la strategia abolizionista della decarcerazione, con lo scopo ultimo di smantellare il sistema carcerario come modalità prevalente di punizione. Un’ulteriore sfida per gli abolizionisti è quella di individuare altri comportamenti che si potrebbero depenalizzare come passi preliminari verso l’abolizione del carcere.
Un aspetto ovvio e molto urgente dell’opera di depenalizzazione è associato alla difesa dei diritti degli immigrati. La crescita – soprattutto dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 – del numero di immigrati rinchiusi in appositi centri di detenzione, come pure in prigioni e carceri, può essere fermata eliminando i processi che puniscono chi entra nel paese senza documenti. Le attuali campagne per la depenalizzazione degli immigrati clandestini rendono un contributo importante alla lotta globale contro il complesso carcerario-industriale e mettono in discussione la portata sempre più ampia del razzismo e del maschilismo. Quando donne fuggite dal Sud del mondo per sottrarsi alla violenza sessuale sono incarcerate anziché ottenere asilo, ciò rafforza la tendenza generalizzata a punire quanti sono perseguitati nelle loro vite private come conseguenza diretta di una pandemia di violenza che continua a essere legittimata da strutture ideologiche e giuridiche.
Negli Stati Uniti la difesa legale basata sulla «sindrome della donna maltrattata» riflette il tentativo di sostenere che una donna che uccide un marito violento non dovrebbe essere condannata per omicidio. È una tesi molto criticata tanto dai detrattori quanto dai sostenitori del femminismo; i primi non vogliono riconoscere l’entità e i rischi della violenza privata contro le donne, e i secondi contestano l’idea che la legittimità di una tale difesa stia nel sostenere che quelli che uccidono chi li maltratta non sono responsabili delle proprie azioni. Il concetto che i movimenti femministi cercano di dimostrare – a prescindere dalle loro posizioni specifiche in merito alla sindrome della donna maltrattata – è che la violenza contro le donne è un problema sociale diffuso e complesso che non può essere risolto imprigionando quelle che reagiscono contro chi abusa di loro. Perciò l’attenzione andrebbe rivolta a una vasta gamma di strategie alternative per ridurre al minimo la violenza contro le donne, nei rapporti intimi come nei rapporti con lo stato.
Le alternative che ho indicato fin qui – e che sono soltanto alcuni esempi, ai quali potremmo aggiungere piani per l’impiego e per e per il salario minimo garantito, programmi assistenziali che sostituiscano quelli soppressi, attività ricreative all’interno delle comunità, e molti altri – sono associate sia direttamente che indirettamente al sistema esistente di giustizia penale. Ma per quanto mediato possa essere il loro rapporto con l’attuale sistema di carceri e prigioni, queste alternative rappresentano il tentativo di invertire l’impatto del complesso carcerario-industriale sul nostro mondo. Poiché contestano il razzismo e altri sistemi di dominio sociale, la loro messa in opera non potrà che favorire il programma abolizionista a favore della decarcerazione.
Creare piani di decarcerazione e allargare la rete delle alternative ci aiuta a spezzare il legame concettuale tra delitto e castigo. Questa comprensione più articolata del ruolo sociale del sistema penale esige che rinunciamo al nostro abituale modo di concepire la punizione come una conseguenza inevitabile del reato. Dovremmo riconoscere che il «castigo» non è la chiara e logica conseguenza del «delitto» così come ce lo presentano i discorsi che insistono sulla giustizia della carcerazione, ma che la punizione – principalmente tramite la reclusione (e talvolta con la morte) – è piuttosto legata ai programmi dei politici, alla motivazione del profitto da parte delle corporation e alla rappresentazione mediatica del crimine. La carcerazione è legata alla razzializzazione di quelli che è più facile punire. È legata alla classe, e anche il sesso, come abbiamo visto, influisce sul sistema penale. Se vogliamo che le alternative abolizioniste turbino questi rapporti, mirino a disarticolare reato e pena, razza e pena, classe e pena, sesso e pena, non dobbiamo puntare l’attenzione soltanto sul sistema carcerario come istituzione isolata, ma su tutti i rapporti sociali che sostengono la permanenza del carcere.
Il tentativo di creare una nuova sfera concettuale in cui immaginare alternative alla reclusione comporta lo sforzo ideologico di chiedersi perché i «criminali» sono indicati come una classe di persone che non meritano i diritti civili e umani accordati ad altri. Alcuni criminologi radicali fanno notare da tempo che la categoria dei «trasgressori» è molto più vasta di quella degli individui ritenuti criminali, dal momento che quasi tutti noi violiamo la legge, prima o poi. Perfino il presidente Bill Clinton ha ammesso di aver fumato marijuana una volta, pur insistendo sul fatto di non averla aspirata. Comunque sia, le disparità ammesse nell’intensità della sorveglianza da parte della polizia – come indicato dall’espressione oggi ricorrente del racial profiling, che non riguarda soltanto la tendenza a controllare tutti gli automobilisti di colore – spiegano in parte le disparità razziali e di classe nel tasso di arresti e di pene detentive comminate. Perciò, se siamo disposti a prendere sul serio le conseguenze di un sistema giudiziario razzista e classista, giungeremo alla conclusione che un numero enorme di persone è in carcere per il semplice fatto di essere, per esempio, nero, chicano, vietnamita, nativo americano o povero, a prescindere dall’etnia. Queste persone sono mandate in prigione non tanto per i crimini che possono aver effettivamente commesso, ma in larga misura perché le loro comunità sono state criminalizzate. Perciò, i programmi di depenalizzazione non dovranno occuparsi soltanto di specifiche attività che sono state criminalizzate – come ad esempio l’uso di droghe o la prostituzione – ma anche della criminalizzazione di intere popolazioni e comunità.
È sullo sfondo di queste alternative abolizioniste di più ampio respiro che ha un senso esaminare la questione delle trasformazioni radicali del sistema giudiziario esistente. Perciò, a parte ridurre al minimo, attraverso varie strategie, i comportamenti che portano le persone a contatto con la polizia e i sistemi giudiziari, c’è la questione di come trattare quelli che attentano ai diritti e all’incolumità altrui. Molti individui e organizzazioni sia negli Stati Uniti che in altri paesi propongono modi alternativi di fare giustizia. In casi limitati, alcuni governi hanno cercato di attuare strategie che vanno dalla risoluzione dei conflitti a una giustizia riparatrice. Studiosi come Herman Bianchi hanno suggerito di definire il reato in termini di torto e di parlare di diritto riparatore anziché di diritto penale. Per dirla con le sue parole: «In tal modo [il reo] non è più un individuo malvagio, ma semplicemente un debitore, una persona responsabile il cui dovere umano è quello di rispondere delle proprie azioni e di assumersi l’onere della riparazione».
Esiste un numero crescente di studi su una riforma dei sistemi giudiziari che si basi su strategie di riparazione, anziché di punizione, come pure una crescente quantità di dimostrazioni empiriche dei vantaggi di questi approcci giudiziari e delle possibilità democratiche che dischiudono.

Anziché elencare i numerosi interrogativi sollevati negli ultimi decenni – compresa la domanda più ricorrente: «Che ne sarà di assassini e stupratori?» – voglio concludere con la storia di uno di questi esperimenti di riconciliazione straordinariamente riuscito. Mi riferisco al caso di Amy Biehl, la borsista Fulbright bianca di Newport Beach, in California, uccisa da alcuni giovani sudafricani a Guguletu, un sobborgo nero di Città del Capo, in Sudafrica.
Nel 1993, quando il Sudafrica era al culmine della sua transizione, Amy Biehl dedicava molto del suo tempo di studentessa straniera alla ricostruzione di quel paese. Nelson Mandela era stato liberato nel 1990, ma non era ancora stato eletto presidente. Il 25 agosto, Amy stava accompagnando in auto alcuni amici neri alle loro case di Guguletu quando una folla che scandiva slogan contro i bianchi la aggredì e alcuni giovani la presero a sassate e la pugnalarono a morte. Quattro degli uomini che avevano partecipato all’aggressione furono condannati a diciotto anni di reclusione per il suo omicidio. Nel 1997, Linda e Peter Biehl, i genitori di Amy, decisero di sostenere la domanda di amnistia che quegli uomini avevano presentato alla Truth and Reconciliation Commission. I quattro chiesero perdono ai Biehl e furono rilasciati nel luglio 1998. Due di loro – Easy Nofemela e Ntobeko Peni – in seguito conobbero i Biehl, che avevano acconsentito a incontrarli nonostante le molte pressioni contrarie. Nofemela disse che voleva esprimergli il suo dispiacere per aver ucciso la figlia meglio di quanto avesse potuto fare durante le udienze della commissione. «So che avete perduto una persona cara», ha riferito di avergli detto durante quell’incontro. «Voglio che mi perdoniate e mi prendiate come vostro figlio».
I Biehl, che dopo la morte della figlia avevano creato la Amy Biehl Foundation,* chiesero a Nofemela e Peni di lavorare nella sezione di Guguletu della fondazione. Nofemela divenne istruttore sportivo nell’ambito di un programma di doposcuola e Peni divenne amministratore. Nel giugno 2002 accompagnarono Linda Biehl a New York, dove, dinanzi all’American Family Therapy Academy, parlarono tutti di riconciliazione e giustizia riparatrice. In un’intervista al Boston Globe, quando le fu chiesto cosa provasse nei confronti degli uomini che avevano ucciso sua figlia, Linda Biehl rispose: «Gli voglio molto bene». Dopo la morte di Peter Biehl nel 2002, Linda acquistò per loro due lotti di terra in memoria del marito, affinché Nofemela e Peni potessero costruirsi una casa. Qualche giorno dopo gli attacchi dell’11 settembre, ai Biehl era stato chiesto di parlare in una sinagoga della loro comunità. Secondo Peter Biehl: «Cercammo di spiegare che talvolta conviene tacere e ascoltare cosa hanno da dire gli altri; chiedersi: “Perché accadono queste cose orribili?”, anziché limitarsi a reagire».

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