Altre narrazioni (parte seconda)

Indici di un racconto amoroso

Questa volta il dispositivo piegato alla narrazione è un catalogo d’asta. Si tratta di Important Artifacts and Personal Property From the Collection of Lenore Doolan and Harold Morris. Includine Books, Street Fashion and Jewelry, asta che si vuole tenuta il giorno di San Valentino 2009 a New York, presso la casa d’aste Strachan & Quinn Auctioneers. Su minima si è già parlato di questo lavoro. Quello che trovo interessante è capire come Leanne Shapton, art director del New York Times, costruisce il racconto di una storia d’amore a partire dagli oggetti posseduti dalla coppia. Qual è lo statuto delle cose messe all’asta, e in che senso diventano linguaggio all’interno di quello che è un romanzo pensato da un art director – così come Sleeping by the Mississipi e Niagara sono un racconto pensato da un fotografo.

Camuffato da catalogo d’asta, il volume presenta gli oggetti all’incanto accompagnati da didascalie che mimano il linguaggio asciutto e oggettivo di questo tipo di pubblicazioni. Il testo collabora con le immagini per dare senso a quello che vediamo, proprio come nei picture book o nel fumetto, dove l’articolazione dei due linguaggi ne crea un terzo che costruisce il mondo narrato.
Il libro, mettendoci spudoratamente di fronte alla finzione (finge di essere quello che non è), ci svela subito l’oggetto della narrazione e il suo epilogo: nascita e morte di una storia d’amore. Un atto di sincerità necessaria che pone il nostro interesse altrove rispetto al destino della coppia. Se l’amore tra Lenore e Harold fosse ancora vivo, infatti, gli oggetti apparterrebbero loro per natura.
Un senso di nostalgica pietà coglie da subito il lettore, che «presta» la sua memoria a questi artefatti abbandonati, orfani, sul punto di venire dimenticati.
Sono come gli oggetti di un morto, ci suggerisce l’autrice.
L’incipit ci porta nel cuore della vita dei due protagonisti per mezzo di informazioni che quasi non ci accorgiamo di acquisire, presi come siamo dall’eccitazione di imparare una nuova lingua. Così, per mezzo di fotografie, inviti, vestiti, tovagliolini di carta scritti, scopriamo che Lenore lavora al New York Times e cura una rubrica di dolci; che Harold è un fotografo di successo; che si sono conosciuti ad un party dato dall’agenzia di Harold per Halloween. Lui era vestito da Houdini e lei da Lizze Borden.
Passare da un oggetto all’altro costringe il lettore a continue ellissi, per esempio: dall’indirizzo mail che lei lascia a lui si passa alla foto di una maglietta ricamata la cui didascalia ci informa che per Lenore si tratta del primo capo di abbigliamento ricevuto in dono da un uomo – particolare da cui deduciamo non solo che i due hanno cominciato a frequentarsi ma che lei probabilmente non ha mai avuto, prima di allora, una relazione «seria» con qualcuno. Un altro lotto raggruppa alcuni oggetti, la didascalia riporta il contenuto di un biglietto che recita: «alcuni dei miei oggetti preferiti… sebbene tu sia in cima alla lista». E un mondo prende forma: conosciamo quali sono i loro film e autori preferiti e alcune delle abitudini della coppia, come leggere lo stesso libro in edizioni diverse durante le assenze di Harold, conosciamo la loro idea dello stile, i loro gusti, le debolezze del loro carattere e finiamo per trovarci avviluppati alla loro vita.

Cosa sono questi oggetti, gli «important artifacts» del titolo? Franco La Cecla, che alle cose ha dedicato un libro (Non è cosa. Vita affettiva degli oggetti), ricostruisce così l’origine del termine cosa: viene dal latino causa, che attraverso il senso di affare sostituisce res. Stessa origine per il francese chose, mentre l’inglese thing e il tedesco ding fanno riferimento a un’assemblea, una riunione di persone. Secondo La Cecla, cosa starebbe allora per la presenza di un’entità che si pone in mezzo a due o più persone: «Queste sono convenute intorno a un affare. Come se le cose per loro natura avessero la qualità di stabilire relazioni tra esseri umani, di rendere concrete queste relazioni». Le cose, emissari del mondo, hanno il potere di tenerci insieme, sono appigli che usiamo per legarci alla realtà. Se questo è il loro statuto, cosa succede alle cose quando una relazione che «tenevano insieme» si rompe?
Il libro di Leanne Shapton ci suggerisce il rischio che tornino ad essere genericamente «cose»; che smarriscano la memoria conservata al loro interno, come memorie di massa resettate, che perdano, in qualche modo, l’anima insufflatagli da coloro che contribuivano a tenere insieme.
Cosa sarà della maglietta che indossata significava il desiderio di fare sesso, segno noto solo all’altro della coppia? Il suo destino è quello di tornare a essere semplicemente una maglietta e di venire messa in vendita in un negozio dell’usato o di finire in uno di quei cassonetti dove buttiamo i vestiti che non ci servono più. Ed è qui che entra in gioco il catalogo/romanzo della Shapton, al suo interno quella maglietta continua a conservare il suo significato, ad incarnare il ricordo di una relazione che non c’è più, e così facendo a tenere viva la sua memoria.
Gli oggetti esposti in questo libro sono tutti oggetti che lo psicanalista inglese Donald Winnicot definirebbe «transizionali». Oggetti di cui si serve per raccontare i modi attraverso i quali il poppante si stacca dal capezzolo materno per prendere coscienza di sé come persona: bambole, pezzi di stoffa, giocattoli, insomma, le coperte di Linus che accompagnano la nostra vita (e che da adulti si trasformano in sigarette, iPhone e altri succedanei affettivi). La loro natura è paradossale. Sono trovati e allo stesso tempo creati: sono prodotti dell’industria – realizzati da qualche parte, commercializzati e infine acquistati – e il centro di ogni potente energia affettiva.
Gli oggetti che costruiscono la narrazione di Important artifacts… vengono, per così dire, ri-creati dagli amanti, attraversati dall’amore: in qualche modo misterioso hanno subito un processo di elettrolisi emozionale. Di quella maglietta non esiste l’eguale. Di quello Chanel non si dà copia.
Lungi dal farsi definire dagli oggetti posseduti, come accade ai personaggi de-umanizzati di American Psyco, nel mondo di questo libro sono i personaggi a definire gli oggetti, a rimetterli al mondo. Il loro valore è sentimentale non commerciale. Lo testimonia il prezzo d’asta. E la presunta asta stessa. L’acquirente può pagare un prezzo più alto per una cartolina che per un vestito di Paul Smith.
Chi sarà l’acquirente, continuiamo a chiederci. E ancora, comprerà tutti gli oggetti in blocco, come facciamo idealmente noi lettori, o un singolo oggetto, facendo a pezzi il catalogo e quindi la memoria della storia di Lenore e Morris? E se il cliente fosse uno dei due? Possibile che non gli importi più nulla di quel mondo di simboli che hanno costruito insieme? A pensarci bene mi si spezza il cuore.

In questa opera, credo di poter dire, si ribalta il senso del linguaggio. O meglio il rapporto tra esso e il mondo. Compito della lingua è quello di restituirci il mondo, la sua rotondità, la sua esistenza; come insegna la Torah, la parola ha il potere di creare la realtà, è puro accadimento (Dabar in ebraico significa sia parola che fatto); nella magia la parola, la formula pronunciata, trasforma il mondo.
Ma in ultima analisi il linguaggio fallisce.
Frustrato, non restituisce la complessità del mondo.
Ne Il Duello Čechov scrive: «L’impressione è meglio di qualsiasi descrizione. Di questa ricchezza di colori e suoni, che ognuno riceve dalla natura per mezzo delle impressioni, gli scrittori fanno un blablà deforme, irriconoscibile».
Il linguaggio è illusione. Mi permetto di sottolinearlo con un altro pleonastico a capo.
Important artifacts fa parlare le cose. Lascia alla loro rotondità il compito di narrare una storia d’amore, la sua grandezza e le sue miserie. Esse, le cose, sono lessemi, mattoncini di una lingua che racconta con modalità proprie la nostra vita. Indici di qualcosa che è stato e non è più.
«Gli oggetti, nonostante un secolo e più di produzione industriale, non cessano di animarsi e di pretendere che noi stabiliamo con loro delle relazioni di contiguità, di sfioramento, di attrazione e di scontro. La vita affettiva delle cose è insomma una buona parte della nostra vita affettiva, sia nel senso impoverito di cui Perec ci ha fatto dono nel suo libro sulle choses come prodotti, beni di consumo da cui la gente si lascia definire, sia nel senso più ricco di cui si vuole narrare qui: ci sono sentimenti che le cose possiedono di noi e che, lungi dall’allontanarci dalla compagnia degli umani, ci aiutano a renderla più profonda, sottile e stabile al tempo stesso». (Franco La Cecla)

Altre narrazioni (parte prima)

Fabio Guarnaccia è direttore di Link. Idee per la tv. Ha pubblicato racconti su riviste, oltre a diversi saggi su tv, cinema e fumetto. Collabora con Studio. Il suo primo romanzo, Più leggero dell’aria (Transeuropa) è uscito nel 2010.
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