Altre narrazioni

Negli ultimi tempi mi sono imbattuto in dispositivi non narrativi piegati con risultati sorprendenti alla narrazione. Oggetti che usano i materiali e le forme del racconto all’interno di frame se non nuovi perlomeno inusuali, e nel farlo, questo è il bello, ci dicono qualcosa sullo statuto dello storytelling in questo inizio di millennio – storytelling che ha, per esempio, nelle sue forme più retrive, contaminato anche le news e la politica con risultati noti a tutti: quello che prima doveva informare o governare adesso punta ad emozionare, non parla alla testa ma al cuore (quando non alla pancia).

Gli oggetti in questione, però, ci raccontano storie più edificanti. Sono: una mostra, un catalogo d’asta, un sito di annunci e alcune riviste indipendenti.
Inizio dalla mostra di Alec Soth (terminata da poco in Triennale – Milano) che nasce dalla confluenza di due lavori: Sleeping by the Mississipi e Niagara.


Alec Soth è un fotografo americano che appartiene alla tradizione della fotografia on the road alla Robert Frank. Nato a Minneapolis nel 1969, è considerato uno dei più interessanti fotografi di ricerca contemporanei. Sleeping by the Mississipi è il lavoro che ancora giovanissimo lo ha reso celebre; pubblicato nel 2004, ha avuto 3 edizioni in quattro anni e un elevato numero di mostre nelle gallerie e nei musei più importanti, americani ed europei. Niagara è il lavoro successivo. Entrambi hanno a che fare con lo scorrere dell’acqua e raccontano un mondo che vive un’esistenza sommersa, invisibile. Entrambi i lavori, inoltre, mettono in campo una struttura narrativa originale che costringe l’osservatore a fare i conti con la propria immaginazione e a compiere veri e propri ri-orientamenti del senso.

Alec Soth si muove lungo il grande fiume o ai margini delle cascate più famose del mondo e fotografa paesaggi, uomini e motel. Nessuno di questi 3 soggetti è mai quello che ti aspetti. I paesaggi non restituiscono il sublime di questi luoghi, piuttosto l’atmosfera di ambienti, spesso degradati, dove ha attecchito un certo tipo di vita. I personaggi non hanno nulla a che fare con il turista o il viaggiatore, piuttosto si direbbe sono uomini e donne rimasti incagliati lungo l’argine, come foglie intrappolate in un gorgo. Sono commesse, meccanici, operai, cassiere, rappresentanti di un mondo umile di frontiera. I luoghi fotografati appartengono alla provincia americana nel suo squallido splendore che David Lynch ci ha insegnato ad amare. E a temere. Qualcosa di perturbante si agita sotto la superficie.
Il motel sembra l’unica abitazione possibile per questi esseri anfibi. Nelle sue stanze la vita scorre come l’acqua nel fiume. Nulla è stabile, non sappiamo se essi sono gli ospiti di una notte o perché sono lì, sappiamo solo che le loro vite ci sfuggono e ci pongono un’istanza narrativa.

Charles vive in un capanno circondato da vegetazione lacustre, indossa un passamontagna di lana dal quale spunta il volto ricoperto dalla barba ispida e da un paio di baffi da tricheco, assomiglia a un esploratore artico o a un aviatore, indossa una tuta logora, sporca di grasso e di pittura, e nella mani ricoperte da pesanti guanti da lavoro stringe due modellini di aeroplano; è un meccanico aeronautico, un reduce di qualche guerra? Perché vive isolato in quella baracca sconnessa? Guarda dritto nell’obiettivo, fiero dei suoi aeroplani. Qualcosa di devastante è accaduto nella sua vita, qualcosa sepolto con lui da qualche parte in quella terra di nessuno.
Patrick, Baton Rouge, Louisiana, in posa sotto un glicine circondato dai resti di un container in legno e lamiera, ha in una mano la fronda di una palma nella Domenica delle Palme. Nell’altra stringe una Bibbia. Ha la faccia da topo, le orecchie a sventola, indossa un vestito di due taglie più grandi che probabilmente ha ereditato da qualcuno; anche lui guarda in camera e mostrandosi è come ci svelasse un intero sistema sociale, una comunità che vive le sue feste e i suoi rituali nonostante la coltre di squallore che la circonda.

Poi ci sono Michele e James, nudi, abbracciati sul divano. Sono ciccioni, flaccidi, sconvenienti. Il cazzetto di James è fastidioso come un dito ammonitore che ci rimprovera la nostra curiosità. Il suo sguardo sembra acquiescente, sereno, ma si rivela infine provocatorio: «Questa è la nostra vita, qualche problema?» Intanto, Michele guarda altrove, forse un televisore, e abbraccia il suo uomo nell’irraggiungibile profondità della loro tana subacquea.

Ancora una, Melissa. Seduta nel suo abito da sposa, tonda e liscia come un confetto, una sposa di marzapane, fuori da un motel. Ha scelto di sposarsi alle cascate del Niagara o vi è appena giunta in viaggio di nozze con ancora l’abito indosso. In ogni caso suggella l’amore della sua vita di fronte alle cascate più fotografate d’America, attraverso la mediazione kitsch dei souvenir, dei ristoranti all you can eat. È sola, Melissa. Dov’è il marito?
Le fotografie di Soth suggeriscono racconti, com’egli stesso fa notare. Lo sviluppo narrativo è nel fuori campo: qualcosa è appena accaduto nella vita di queste persone. Sono momenti isolati che lasciano intendere qualcosa di ulteriore. La forza delle sue immagini non è tutta in quello che mostrano ma nelle possibilità che suggeriscono. Lo spettatore è continuamente chiamato a svolgere un lavoro complesso e creativo che ricorda la lettura piuttosto che la visione.
Una delle caratteristiche principali di Soth è l’utilizzo del banco ottico che permette di ottenere fotografie giganti nelle quali lo spettatore è libero di vagabondare. L’utilizzo di questa tecnica significa anche che il fotografo, nell’atto di scattare, scompare alla vista del soggetto: «Quando ti trovi sotto al panno nero, quello è il tuo spazio privato». È significativa questa immersione di Soth nel suo spazio privato, come se per portare a galla la vita sotterranea del soggetto il fotografo fosse costretto a cercare dentro di sé gli strumenti necessari al disvelamento.
Gli esiti del suo lavoro mi fanno venire in mente una favola dei Fratelli Grimm, quella del Rugginoso. C’era una volta una foresta che tutti i cacciatori evitavano, chi osava avventurarsi non faceva più ritorno. Un giorno un temerario vi si recò a caccia col suo cane, il quale, per recuperare della selvaggina, si avvicinò a un lago dove una mano nuda sbucata dall’acqua lo portò giù con sé. Il cacciatore corse in paese e con l’aiuto di tre uomini armati di secchi svuotò il lago. Sul fondo trovarono un ragazzo con la faccia scura del colore della ruggine. Secondo Robert Bly, il ragazzo in fondo al lago è un archetipo rimosso nell’inconscio, disprezzato e rifiutato, «parte della natura stessa, vilipesa, non rispettata e persino temuta finché gli uomini non cercheranno di conoscere, di portare alla coscienza e di introdurre nella cultura questa sorgente di forza e virilità». Il Rugginoso viene infine liberato da un fanciullo al quale promette in cambio di aiutarlo ogni volta che si troverà in difficoltà. Alec Soth usando gli scatti come secchi porta alla luce il mondo sommerso di un’America profonda.

È attraverso una forma embrionale di narrazione che draga il fondale alla ricerca delle cose più intime e nascoste come l’amore, l’ira, la paura. Soth cura l’allestimento di ogni sua mostra perché è proprio nella sequenza delle immagini e degli altri materiali che si mette in moto lo storytelling. Alternate alle immagini vi sono lettere e fotografie di lettere (anch’esse scattate col banco ottico) che rendono esplicite le passioni degli abitanti di queste immagini-mondo. E lo fanno attraverso un montaggio sorprendente che ricorda per certi aspetti il montaggio delle attrazioni di Ejzenstein.
Jessica scrive a Brandon: «I believe that we will create new memories that will surcome the others», a termine di una lettera nostalgica in cui la donna si augura che nonostante le difficoltà possano tornare ad essere una coppia. E mentre lo spettatore/lettore legge e si immagina Jessica, le sue paure, la delusione, le ferite ancora aperte e prova ad immaginare che tipo debba essere Brandon o cosa può essere successo tra loro, l’occhio si sposta sull’immagine immediatamente successiva e scopre una coppia di ballerini di mezza età in una posa plastica sotto un arco addobbato di fiori finti, l’equivalente di una balera nostrana, che ci guarda sorridente e compiaciuta e non possiamo fare a meno di pensare che la Jessica e il Brandon che avevamo solo immaginato siano loro. Di tutte le immagini che ci eravamo costruiti (personalmente li pensavo più giovani e non avevo nemmeno preso in considerazione che fossero amanti del ballo) Soth ci suggerisce questa. Non sappiamo se sono davvero loro, ma potrebbero esserlo. Non lo sappiamo perché subito dopo incontriamo l’immagine di un’altra coppia, questa volta più giovane. Sono sposi novelli, lui sembra un pellerossa, lei invece è bionda e alabastrina in abito azzurro, diafano. Lui l’abbraccia da dietro, sono felici e teneramente innamorati. In entrambi i casi sono foto che precedono quella lettera che parla di una rottura o forse, è quello che ci auguriamo, le sono successive: la coppia si è riformata e vive nuovi momenti felici.
Un altro esempio: «… I don’t even remember the last time we actually had sex. I hate to say this, but part of the reason is your hygene. When i first met you, you showered, shaved and brushed your teeth every day. Now you don’t seem to care anymore. I would love to french kissing with you, now it’s really disgusting. I’m sorry if this hurt your fellings, but i’ve mentioned this before in a nice way and you don’t seem to care. This just seems to show me again that you don’t love me enough to care how i feel […]». A cui seguono altre due foto di coppie, di cui una in mutande in piedi su un materasso spoglio all’interno di quella che sembra la stucchevole cameretta rosa di una bambina ma che con tutta probabilità è la loro stanza da letto (è un materasso matrimoniale quello su cui stanno).
O ancora: «I can’t go on like this. You say you love me but then say ‘I don’t give a flying fuck’ about my problems. You goof. Laura told me you fucked her but made sure you sucked heroff for 45 minutes. Did she taste as good as ‘me’? Asshole. We had a good relationship together… remember giving me flowers? What happened Dave, eh? […]». Che Dave sia quel tipo solitario ritratto nella penombra di una stanza povera, con i capelli neri sulle spalle, con lo sguardo triste, appoggiato al muro?
Della sua vocazione narrativa Soth ha detto: «Quella della narrazione è la questione più logorante che affronto da fotografo. Amo le storie. Mi piacciono inizio, svolgimento e fine. Ma la fotografia non è mai stata un buon strumento per raccontare storie. Come la poesia, è più adatta a suggerirle… Qualsiasi cosa faccia, non riuscirò mai a riprodurre le stessa tensione che si ritrova in un film o in un romanzo. È frustrante».
Non per questo rinuncia, e quello che ottiene è qualcosa di sorprendentemente narrativo (date un occhio a questa piccola cosa divertente che ha appena fatto).
Soth, protetto dal telo nero del banco ottico come da uno scafandro, ha il coraggio di liberare l’uomo rugginoso e di mettere in discussione le nostre percezioni e l’ordine nel quale ci illudiamo di esistere.

Fabio Guarnaccia è direttore di Link. Idee per la tv. Ha pubblicato racconti su riviste, oltre a diversi saggi su tv, cinema e fumetto. Collabora con Studio. Il suo primo romanzo, Più leggero dell’aria (Transeuropa) è uscito nel 2010.
Commenti
3 Commenti a “Altre narrazioni”
  1. eFFe scrive:

    Interessantissima analisi, grazie mille!

  2. Matteo Boero scrive:

    mi ha fatto venire in mente quello che Sanguineti dice della poesia di Montale: che è come una nota scritta a margine di una strofa che poi sia stata cancellata. Far vedere l’oggetto e tacere l’occasione-spinta. In un’arte, come la fotografia, di per sé priva di un ‘tempo’ di esecuzione che ci metta in diretto contatto con i nostri sensi, mi pare ancora più straordinario. Magnifico post.

  3. fabio guarnaccia scrive:

    @ Matteo Boero
    il paragone che riporti mi sembra super azzeccato. Le immagini di Soth, nel loro giustapporsi e creare legami, hanno il potere di sintesi e suggestione tipico della poesia. Il suo sforzo è di “forzare” questa naturale propensione della fotografia verso le forme della prosa breve. ciao.

Aggiungi un commento