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Altri schiavi

Oggi nel mondo ci sono più schiavi di quanti ve ne fossero prima della Guerra di Secessione, più che in qualsiasi altra epoca del passato. Ci sono schiavi del lavoro forzato. Ci sono schiavi del sesso, o meglio “schiave del sesso” perché nella quasi totalità sono donne, e sono le ultime tra gli ultimi. Vi sono schiavi per debito, e schiavi bambini. Sono milioni. Da questo assunto inquietante muoveva un paio di anni fa il corposo reportage di E. Benjamin Skinner, Schiavi contemporanei. Un viaggio nella barbarie, tradotto in italiano da Einaudi.
La giornalista messicana Lydia Cacho è partita dalle stesse premesse, ma ha concentrato la sua indagine sulla schiavitù per fini sessuali, la più abietta delle schiavitù, quella che si scaglia sulle vittime più indifese. “Ogni anno nel mondo”, scrive nell’introduzione del suo Schiave del potere. Una mappa della tratta delle donne e delle bambine nel mondo (Fandango), “1.390.000 persone, nella stragrande maggioranza donne e bambine, sono ridotte allo stato di schiave sessuali e comprate, vendute e rivendute come materia prima di un’industria, come scarti della società, come omaggi e trofei.”

Per le sue inchieste sulla ramificata rete criminale che si muove alle spalle della pedopornografia, e che in Messico lega insieme tra loro pubblici funzionari del governo, politici, imprenditori e trafficanti di droga, Lydia Cacho qualche anno fa è stata sequestrata e torturata. Oggi la sua inchiesta allarga lo sguardo all’intera società globale, dalla Birmania al Giappone, dalla Cambogia a Israele, dalla Turchia all’Europa, dall’Argentina all’America centrale e settentrionale. Quello che viene fuori è un quadro agghiacciante di morte e di violenza. Uno spaccato del dominio dell’uomo sull’uomo, e più precisamente dell’uomo sulla donna, nella sua forma più cruda e barbara. Eppure questa barbarie è strettamente intrecciata alla globalizzazione, perché l’industria del sesso, che si fonda sulla schiavitù, è appunto un’industria, e produce miliardi di euro ogni anno. Anche la Cacho arriva alle stesse conclusioni di Skinner: “La sofisticazione dell’industria sessuale a livello mondiale ha creato un mercato che molto presto supererà il numero di esseri umani venduti all’epoca della schiavitù africana, dal XVI al XIX secolo.”

Questa industria soddisfa un “bisogno”, una “domanda” della società globale, in particolare di quella occidentale, ed è gestita da mafie ultramoderne, in grado di mescolare controllo schiavistico e guizzi imprenditoriali, e capaci di reinvestire in attività lecite i loro immensi guadagni. È un cancro che si sta estendendo a macchia d’olio, e che ha nei milioni di clienti i suoi primi alleati.

Oltre a descrivere il mondo delle vittime, Cacho è molto attenta a descrivere le dinamiche di queste nuove mafie, il modo in cui si esercita un controllo che diventa concretamente schiavistico (rendendo impossibili le fughe o le ribellioni, e creando comunque uno stato di sudditanza psicologica dal proprio carceriere), come queste reti criminali vengono protette in alcune parti del mondo dalle istituzioni, come reinvestono i loro capitali.

La schiavitù di centinaia di migliaia di donne e bambine – scrive l’autrice – è strettamente intrecciata al maschilismo e alla misoginia su scala globale, al dominio sul corpo delle donne. La prostituzione schiavistica è solo la punta dell’iceberg di un enorme processo di reificazione del corpo delle donne, che in altre parti del mondo e in altri luoghi assume connotati più soft, benché altrettanto inquietanti (basti pensare a quanto emerge dall’inchiesta in corso che riguarda le “feste” del nostro presidente del Consiglio). È solo l’altra faccia della medaglia del dominio della pornografia nelle immagini e nei linguaggi, televisivi e reali. Ma Cacho è attenta anche a capire il doppio filo che lega le schiavitù sessuali alle altre forme di schiavitù.

La schiavitù è “l’esercizio degli attributi del diritto di proprietà su una persona la quale, ridotta e mantenuta in stato di soggezione continuativa da parte di un altro individuo, non ha più la capacità di disporre liberamente di se stessa”. Se la schiavitù per fini sessuali, che è sicuramente la più documentata, riguarda alcuni milioni di casi in tutto il mondo, il lavoro forzato ne riguarda altrettanti.

Esiste un legame tra le due forme di schiavitù? Sì, dice Lydia Cacho, concordando con Skinner. Perché non solo identiche sono le storie delle vittime, sono identiche anche le forme del dominio. Anzi, si può dire crudamente che i caporali schiavisti abbiano usato nel tempo le stesse forme e gli stessi metodi dei ruffiani schiavisti.

Le forme di “soggezione continuativa” sono molto simili. Il ricorso alle punizioni e alle droghe è molto simile. Il ricatto nei confronti di vittime che provengono dalla povertà e dalla fame, e ciò indebolisce enormemente il loro spirito di ribellione, è molto simile. Simile è il loro penetrare i meandri dell’economia globale, per offrire servizi “non leciti” alle società occidentali. Simili sono i modi in cui i capitali accumulati vengono riciclati. Simili sono le protezioni di cui godono. Simile infine è il disprezzo dell’essere umano, del suo corpo e del suo volto.

Come già aveva rivelato Skinner queste cose non riguardano solo il Sud del mondo. Sono forme di dominio che si stanno diffondendo anche nel Nord del mondo, anche nei paesi del G8, e – come nel caso del lavoro forzato – rischiano di diventare la base di interi settori della nostra economia. In Schiavi contemporanei Skinner ricorda che in un rapporto dell’Università di Berkeley è stato stimato che “negli Stati Uniti uno schiavo su dieci è un lavoratore agricolo. Prendiamo, per esempio, l’agricoltura della Florida, il cui giro d’affari si aggira intorno ai sessantadue miliardi di dollari. Qui la polizia e le organizzazioni umanitarie hanno scoperto centinaia di schiavi, in prevalenza messicani, che probabilmente rappresentano un numero assai più cospicuo di lavoratori vincolati ignoti. Nonostante ciò, nei campi di lavoro degli immigrati della Florida il governo federale finora ha perseguito legalmente solo cinque o sei casi di schiavitù.”

Insomma, la schiavitù da lavoro (presente anche, nelle medesime forme estreme, nell’agricoltura del nostro paese) è qualcosa che sta a metà strada tra il vecchio caporalato e le nuove schiavitù per fini sessuali. Se dal primo ha mutuato l’intermediazione di manodopera e l’ha portata su scala globale, impiegando braccia migranti, è dal secondo che ha assunto le forme del dominio. Basta leggere le poche inchieste della magistratura italiana su alcuni casi di riduzione in schiavitù nel mondo del lavoro per rendersene conto. C’è un salto di qualità rispetto al caporalato classico che non è spiegabile solo in termini di regressione o imbarbarimento delle relazioni del sotto-lavoro. C’è invece un preciso modo di sottomettere le vittime, di assoggettarle in modo continuativo, di renderle oggetto di tratta e di sfruttamento, che rimanda ad altre forme di schiavitù. La capacità mimetica è enorme.

Le nuove schiavitù si combattono attaccando i trafficanti e gli schiavisti. Per questo sono importanti leggi più precise, e processi più certi. E qui quello che Skinner e Cacho raccontano, e le riflessioni che avanzano, valgono anche per l’Italia.

Anche in Italia, con la legge 228 del 2003, è stato riformulato il reato di riduzione in schiavitù (art. 600 del nostro codice penale), secondo un’accezione molto simile a quella proposta dai due autori nei loro libri: facendo leva sull’idea di costrizione fisica e psicologica, sull’inganno, sul ricatto, sulla violenza, sulla non volontarietà, sulla promessa di un pagamento dilazionato nel tempo. Anche da noi, come negli Usa, le denunce per riduzione in schiavitù si sono moltiplicate. Ma il sentiero giuridico è più che accidentato: in meno del 10% dei casi si riesce ad arrivare al rinvio a giudizio, e in una percentuale ancora più bassa a una sentenza di condanna in primo grado. Questo ci dice non solo che è difficile incastrare i nuovi schiavisti, perché è difficile provare un reato che spesso avviene nell’ombra, e su scala trans-nazionale, ma che è di estrema importanza proteggere le vittime dalle minacce dei loro aguzzini per garantire loro la possibilità di denunciarli. È fondamentale far intravedere alle vittime un altro orizzonte di vita, un diverso reinserimento sociale, perché altrimenti il rischio di ricadere nello stesso girone da cui sono miracolosamente uscite diventa elevatissimo.

Per questo, come scrive Lydia Cacho, serve non solo il lavoro delle associazioni non governative (e, per il lavoro forzato, dei sindacati), ma una grande rivoluzione culturale. In un caso contro il maschilismo e le forme più retrive del dominio maschile. Nell’altro contro le forme più insopportabili di controllo e annientamento fisico e psicologico dei lavoratori.

Questo articolo è uscito su Il Mese di Rassegna Sindacale.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
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