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L’altro bambino: un estratto

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Pubblichiamo un estratto dal libro di Joy Williams L’altro bambino, uscito da pochi giorni per Black Coffee. Si tratta delle prime primissime pagine del  romanzo. Ringraziamo editore e autrice. La traduzione è di Sara Reggiani.

di Joy Williams

C’era una giovane donna seduta nel bar. Si chiamava Pearl. Beveva gin tonic e reggeva un neonato nell’incavo del braccio destro. Il neonato aveva due mesi e si chiamava Sam.

Il bar non era male. Persone qualunque le sedevano intorno mangiando pretzel. Era pubblicizzato come un ambiente fresco e lo era. Dal centro della vetrina pendeva un orso polare di vetro cristallo. Fuori c’era la Florida. Dall’altra parte della strada sorgeva un grande centro commerciale bianco, pieno di auto bianche. Un’aria bianca e pesante penzolava dall’alto, scomposta in strati visibili. Pearl li distingueva molto nitidamente. Lo strato centrale era tutto sogno, equivoco e responsabilità. In cima le cose si muovevano con maggiore arroganza ed energia, ma al fondo di tutto c’era il moto perpetuo del presente. Era il presente, lo era stato in passato e lo sarebbe sempre stato in futuro. Pearl ne era consapevole. Questo, in genere, la rendeva alquanto passiva e incerta.

Indossava un abito costoso, sebbene fosse macchiato e di un tessuto inadeguato alla stagione. Non aveva bagagli, ma una discreta somma di denaro. Era arrivata dal nord la mattina stessa e si trovava in quell’albergo da poco più di un’ora. Aveva preso una stanza lì. Il personale ci aveva sistemato una culla per Sam. Quando le avevano chiesto il suo nome aveva risposto Tuna, una bugia.

«Tuna» aveva ripetuto il direttore. «Un nome alquanto inusuale». «Sì» aveva risposto Pearl. «L’ho sempre odiato». L’hotel si trovava nelle vicinanze dell’aeroporto. Di hotel e appartamenti nelle vicinanze dell’aeroporto ce n’erano a centinaia, ma Pearl continuava a sentirsi esposta. Non era mai stata in quella città, ma le pareva una scelta scontata per una fuggiasca. L’indomani avrebbe lasciato l’hotel e si sarebbe inoltrata in città. Forse avrebbe trovato una casa vacanze, una casa con le persiane nere, una terrazza panoramica e donne affabili, corpulente, sedute in veranda a mangiare fette di torta di limetta. Sarebbe diventata una di loro. Sarebbe invecchiata.

Avvertì sulla schiena lo sguardo infuocato di Walker. Uno sguardo sagace, muto. Le sue viscere ebbero un fremito. Si voltò di scatto e non vide nulla. Il bambino si destò con un grugnito smorzato. Pearl ordinò un altro gin tonic. La cameriera per un motivo o per l’altro non capì quello che aveva detto.

«Come?» fece.
Pearl sollevò il bicchiere. «Un gin tonic» ribadì.
«Certo» disse la cameriera.

Spesso Pearl farfugliava e non risultava chiara. Spesso la gente credeva che con le sue parole volesse dire qualcosa che in realtà non voleva dire affatto. Le parole, a suo avviso, venivano emesse con ostinata approssimazione. Una volta i bambini le avevano detto che il sole si chiamava sole perché il suo vero nome faceva spavento.

Pearl aveva l’impressione di conoscere tutte le parole spaventose ma nessuna delle loro sostitute. Le sostituzioni erano ciò che rendeva possibile una conversazione civile. Ogni volta che tentava di averne una, le sembrava di dire cose prive di senso. Non trovava mai gli eufemismi giusti. La morte, le aveva detto Walker, è un eufemismo. Ma il colpo alla porta, il messaggero, l’ospite atteso? Dopotutto non erano anch’essi la morte?
Forse sì, lo erano, pensava Pearl.

La cameriera fece ritorno col suo gin tonic. Era una ragazza di bella presenza, con un caschetto biondo e una piccola croce d’argento al collo. Per servirla si chinò leggermente.
Pearl fiutò un lieve sentore di piscio di gatto. Sono ingiusta, pensò Pearl con un moto di tenerezza. A volte in Florida le cose emanavano puzzo di piscio. Era la vegetazione.

«Perché porta una croce?» chiese Pearl.
La ragazza la guardò con vago disgusto. «Mi piace la forma» rispose.
A Pearl parve una spiegazione rozza. Sospirò. Si stava ubriacando. Sugli zigomi le era comparso un rossore. La cameriera tornò alle sue mansioni e si mise a parlare con un giovane seduto al bancone. Pearl se li immaginò più tardi, dopo la chiusura, a spalmarsi impasto addosso in una fetida stanza e a mangiarlo seguendo un qualche rituale borghese.
Aprì le dita e se le premette con forza sugli zigomi. Era in
preda al senso di colpa e all’insofferenza.

Si sentiva anche un po’ sciocca. Stava scappando da casa sua, da suo marito. Aveva preso il bambino e in tutta segretezza aveva prenotato un volo. Era salita sull’aereo e aveva percorso millenovecento chilometri in tre ore. La quantità di inganni che si era resa necessaria! L’organizzazione! A casa, sull’isola del marito, tutti le parlavano in continuazione. Non ce la faceva più. Le serviva una vita nuova.

A volte però pensava di non volerla, questa nuova vita. Avrebbe preferito essere morta. Per lei i morti continuavano a condurre un’esistenza non diversa da quella che avevano patito in precedenza, ma più scialba e meno piena, precaria.
Era giunta a quella conclusione sulla morte dopo abbondante riflessione, ma non ne aveva ricavato alcun conforto. Bevve un sorso con preoccupazione. Fino a poco tempo prima non aveva mai bevuto tanto. Qualcosa a quattordici anni, e al massimo una decina di cocktail nell’arco dell’anno precedente. A quattordici anni, in una giornata di pioggia estiva, aveva bevuto quasi un litro di gin in una piscina cadente insieme a un ragazzo dai capelli rossi. Indossava un grazioso costume da bagno a scacchi e un pullover. Su una parete della piscina qualcuno aveva inciso le parole palle pulciose.

Dopo aver bevuto, il ragazzo dai capelli rossi le si era sdraiato sopra completamente vestito. Al risveglio, Pearl non era sicura di essere stata introdotta alla sessualità. Aveva imboccato la via di casa e si era fatta un bagno bollente.
Nulla le procurava dolore. A lungo si era trattenuta sotto il getto dell’acqua calda. Era convinta di essere incinta. Quando poi aveva scoperto di non esserlo si era messa in testa di essere sterile. Ci aveva creduto fino a poco tempo prima.
Adesso sapeva di non essere sterile. Adesso aveva un bambino.
Gliel’aveva dato Walker.

Tornò a guardare Sam. Era un essere primitivo, ma pieno di forza. Era un bambino. Era il suo bambino. Tutti dicevano che era perfetto, ed effettivamente era proprio un bel bambino.
Aveva i capelli scuri e, a renderlo speciale, una piccola, tenera voglia a forma di mezzaluna. Quando era tornata sull’isola con lui, Shelly aveva osservato che dare alla luce un bambino era come cacare un’anguria. Pearl di certo non avrebbe scelto un’immagine tanto ripugnante, ma anche lei in un certo senso percepiva il parto come un atto straordinariamente innaturale. Era rimasta cieca per un giorno e mezzo dopo aver partorito Sam. Una cecità che però non si era portata dietro il buio. No, si era limitata a sottrarle tutto ciò che aveva imparato a conoscere, la stanza che divideva con Walker, la vista sul prato, i loro volti e le loro sagome, per rimpiazzarle con spiacevoli illusioni.

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