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Altrove e bassa risoluzione. Conversazione con Massimo Mantellini

«L’altrove digitale è l’alibi che offriamo alla nostra lenta accettazione del mondo che cambia, è una forma di incredulità nei confronti del presente, verso la possibilità che certe cose siano successe davvero e in tempi tanto rapidi.»

Con Bassa risoluzione (Einaudi, 2018) Massimo Mantellini ha scritto un piccolo e appassionato saggio di cultura digitale. La bassa risoluzione del titolo è una scelta collettiva, più o meno consapevole, che caratterizza l’uso del web nell’epoca dell’acceso di massa e dell’offerta di contenuti infiniti.

Mantellini ha il dono della leggerezza (e della chiarezza) amata e teorizzata da Italo Calvino, e come un flâneur del pensiero contemporaneo si diverte a raccontare usi e costumi digitali anche attraverso le opere di Morselli, Parise, Banksy, Gnoli, Giacomelli e Matisse. Senza dimenticare Borges, il kintsugi e qualche aneddoto personale.

Come spiega lo stesso Mantellini nel corso della nostra conversazione, Bassa risoluzione non si arrende alle retoriche del determinismo tecnologico e prova invece a riconnetterci con ciò che di più umano può caratterizzare l’approccio alla tecnologia: ovvero la necessità, e in qualche caso anche il buon senso – persino in un periodo di evidente transizione (e confusione) come quello attuale.

La bassa risoluzione è una scelta di riduzione rispetto alle aspettative tecnologiche. Ad esempio, il flusso di milioni di piccole foto quadrate che finiscono su Instagram in luogo della Foto Definitiva (e altamente definita) che pure potremmo scattare con una reflex. Ancora: i bassoparlanti di tua figlia, che suonano spesso e benissimo in camera sua, in luogo dei tuoi altoparlanti in palissandro, che invece restano per lo più muti insieme allo stereo spento in soggiorno. Aggiungo: il tuo piccolo saggio, peraltro ibrido, da consultare smartphone alla mano (cosa che ho fatto per andare a recuperare i dipinti e le fotografie che citi nel testo), invece di un tomo magari di trecento, quattrocento pagine con la pretesa di “chiudere” sull’argomento.

È vero, non ho alcuna pretesa di chiudere un argomento del genere, vorrei semmai provare ad aprirlo. Il libro cerca di seguire il filo di alcune nostre scelte collettive che mi sembravano fra loro collegate. Da un lato è vero che oggi la bassa risoluzione ha implicazioni legate alla tecnologia molto evidenti ma è altrettanto vero che quasi sempre carichiamo l’arma tecnologica di responsabilità che sono nostre e precedenti. Mi viene sempre in mente un paragrafo tratto da La prevalenza del cretino di Fruttero e Lucentini che sembra descrivere perfettamente alcune dinamiche che usualmente attribuiamo ai social network (pur essendo stato scritto, il libro di F&L, vent’anni prima di Facebook). Il tema della bassa risoluzione precedente a quella tecnologica è apertissimo (e francamente fuori dalla mia portata per quanto è vasto e articolato), ce lo portiamo dietro da ben prima dei tempi digitali.

Di fronte all’abbondanza, ai contenuti infiniti offerti dalla società digitale, la bassa risoluzione rappresenta la possibilità di rinegoziare il valore che diamo a quei contenuti. Siamo più informati, ma lo siamo a modo nostro, senza dover approfondire – o senza la necessità di voler approfondire tutto. Cediamo qualcosa in fatto di qualità, come per lo streaming di un film appena uscito al cinema, ma guadagniamo in qualcos’altro che non è per forza semplice quantità. E quindi introduci il concetto di altrove.

L’altrove, nelle mie intenzioni, è il punto centrale del ragionamento ed è – mi pare – l’unica maniera sana per immaginare il futuro digitale. Ai conservatori che rifuggono ogni cambiamento e agli entusiasti che sposano l’innovazione ad occhi chiusi andrebbe fatto osservare che spesso ciò che accade quando il mondo cambia è molto diverso da quanto avevamo temuto o sperato, e che siamo noi gli attori delle forme di quel cambiamento. L’altrove è insomma il luogo dove noi portiamo le nostre vite al netto delle paure e degli entusiasmi. Per questo occuparcene è importante.

Infatti nel libro metti più volte in guardia dall’usare parametri del “mondo prima” per giudicare le dinamiche legate alla bassa risoluzione, invitando ad avere curiosità a partire anche dalle proprie abitudini in ambito digitale. Questo è un approccio raro in Italia, e che in generale mi ricorda quello di Marshall McLuhan – un uomo ottocentesco nell’animo, studioso di letteratura, che si dedicò ai media elettrici novecenteschi traendo poesia, a volte anche un po’ ambigua, dalla loro potenza dirompente. Non solo: proprio legandola al concetto di altrove, spieghi che la scelta della bassa risoluzione ci connota come esseri umani, rappresentando quasi un rifugio dalla singolarità tecnologica tanto temuta.

Sì. Torna un po’ anche il tema dell’intelligenza delle folle in tutto questo. Non accade sempre ma talvolta scelte imposte dal sentire comune schiudono nuovi spazi di intelligenza. Gli SMS sono stati forse l’esempio più significativo in questo senso. Bassa risoluzione imposta dalle persone che travolge tutto. Nessuna compagnia telefonica ne avrebbe mai immaginato il successo mondiale. Anche Internet stessa, sviluppatasi silenziosamente a margine di territori spesso molto presidiati, ha potuto godere, almeno inizialmente, di una assenza di sistemi regolatori e di scarso interesse da parte dell’industria che l’avrebbero soffocata in culla. Spesso sono le persone che indicano la strada. Più che alle previsioni di Kurzweil credo alla possibilità di cambiare noi stessi filtrando l’innovazione con la nostra cultura precedente.

Sull’altrove, tuttavia, sei un po’ meno ottimista quando si parla di digitale in Italia. Denunci, sia pure senza stracciarti le vesti, il ritardo sul digitale soprattutto nel caso della scuola e nella scelta di favorire le connessioni mobile a scapito di quelle da rete fissa, concentrandoti poi sulle contraddizioni e sui cortocircuiti dell’autorappresentazione politica tra Internet e media tradizionali. Spieghi pure, però, che prima o poi anche in questi campi si arriverà a una mediazione, alla produzione di valore in un altrove.

La situazione italiana dal punto di vista della cultura digitale è oggettivamente molto grave. Si tratta di un tema poco considerato e diffusamente sottovalutato. Nel migliore dei casi ci si affida ad un certo determinismo tecnologico al quale io non credo troppo. Quell’idea secondo la quale la buona tecnologica schiude ogni porta. È la retorica farlocca dei cosiddetti “nativi digitali”: sarà la buona tecnologia a cambiare le nostre teste, dicono. È invece vero il contrario. In ogni caso quello della cultura digitale è un tema che non desta grandi curiosità. Non se ne occupa la politica, se ne occupa pochissimo la scuola e quasi per niente i media, i quali anzi tendono a sottolinearne da sempre gli aspetti esotici e pericolosi. Le forme di comunicazione politica degli ultimi tempi alle quali accenni sono perfettamente iscritte in questa generale incultura digitale che attraversa il nostro Paese.

Su informazione e politica racconti con molta chiarezza che il cortocircuito si è generato quando hanno avuto accesso alla possibilità di scrivere più o meno pubblicamente milioni di persone che, di fatto, non si erano mai dedicate alla lettura prima d’allora. Non parliamo ovviamente di lettura di romanzi o saggi critici, ma di una precondizione: la capacità di leggere e interpretare un testo, percepirne il tono giusto, ecc. (ne parla anche Giorgio Fontana in un articolo molto interessante). Insomma, queste persone si sono trovate a essere, anche involontariamente, e spesso loro malgrado, dei mediatori culturali. Il che ha mandato un po’ tutti a gambe all’aria.

Io su questo vorrei restare ottimista. Sui temi dell’analfabetismo funzionale e dei famosi strali di De Mauro al riguardo trovo che servirebbe qualche cautela in più. Un po’ come sul tema dei bias di conferma: fino a ieri sembrava che in rete fossimo chiusi dentro bolle molto angoscianti che isolavano i nostri punti di vista in maniera inesorabile: poi piano piano viene fuori che semmai è vero il contrario. Per il resto non sono spaventato dal microfono improvvisamente in mano a milioni di persone. E se oggi capita che gli effetti di un simile rumore di fondo possono spaventarci, continuo a immaginare il nostro come un periodo di transizione nel quale, come spesso accade con la tecnologia, a strumenti potentissimi si contrappone una capacità di utilizzarli ancora iniziale e grossolana. Sto con le parole del rabbino Schachter-Shalomi (citato da Kevin Kelly in un suo vecchio libro) che dall’alto del suo cognome impronunciabile diceva che “il bene che c’è nel mondo supera il male, ma non di molto”.

Pur ottimisti, però, abbiamo comunque uno scollamento tra un prima e un dopo, e poi uno sprofondamento, una degradazione che è anche sociale, oltre che tecnica. Nel libro citi le parole del padre di Robinson Crusoe, che invitava il figlio a non partire per le sue avventure e a godersi invece gli agi della borghesia. Oggi quella classe è un buco nero, una classe informe che spesso non ha memoria né capacità di mettere in relazione eventi, tendenze, fatti che accomunano e connettono gli umani nei millenni. Tu ci provi, nel libro, a raccontare che I sillabari di Parise erano dei tweet ante litteram, e che il dinosauro di Termini era un elegante link tra passato e presente. Voglio comunque chiederti quanto questo sprofondamento sociale e il conseguente smarrimento di strumenti interpretativi portino invece a subirla, la bassa risoluzione.

Dell’inizio di Robinson Crusoe mi ha sempre colpito questa idea di freschezza e di cambiamento che giustamente Defoe lega alla giovinezza di Robinson. Quella secondo la quale, magari contro ogni logica e protezione, poi si parte comunque. Forse un tempo era una piccola rivolta contro il paradigma borghese, oggi magari si è trasformata in una necessità. Ma quel levare le ancore è anche oggi l’unica maniera che abbiamo per reagire, per non ritrovarci – come scriveva Natalia Ginzburg in un suo saggio, “immobili come la pietra”. La bassa risoluzione tecnologica è in fondo una forma di reazione, imperfetta quanto si vuole, all’immobilità. Poi, come in tutte le cose, possiamo esserne attori o possiamo semplicemente subirla.

Un’ultima domanda sullo stile e sul tono di Bassa risoluzione. Nella seconda metà del libro c’è un riferimento alla definizione di leggerezza data da Italo Calvino nelle sue Lezioni americane, e in effetti mi sembra che tu ti ponga in quel solco di precisione e determinazione. Pur alternando il racconto personale all’osservazione dei fenomeni, la trattazione sulla cultura digitale alla critica d’arte, credo che su tutto domini il desiderio di chiarezza. A differenza dei tuoi tweet o di alcuni post sul tuo blog, qui non c’è mai nulla di ironico o di particolarmente sferzante, e ogni volta che puoi ricostruisci il contesto in cui un fenomeno avviene o si dispone. Ti chiedo, al di là delle ovvie differenze tra carta e digitale, se è stato un processo naturale o se hai voluto in qualche modo rendere complementare questa forma rispetto a quanto di tuo si può leggere in rete più o meno ogni giorno.

Provare ad essere chiari secondo me è un dovere, lo è sempre ma lo è in special modo dentro un formato come quello del libro, che è molto differente dai contesti aperti della scrittura digitale nei quali può sempre accadere qualcosa “dopo”. Il testo digitale può essere editato, possono arrivare commenti che lo integrino, collegamenti da altri testi simili che lo confutano o lo completano. Un libro è un oggetto chiuso e in questo – l’ho scoperto quando alla fine ho iniziato a scriverli – risiede buona parte del suo fascino. Per chi come me ha scritto vent’anni sul web fare un libro significa accettare l’idea di un progetto complessivo. Non è un caso che io abbia scritto due libri e che entrambi abbiano un primo capitolo che si chiama “Inizio” e un ultimo che si intitola “Fine”. È una specie di promemoria per me stesso. Significa: eccoci, ora siamo qui, parliamo di questo; diciamo quanto c’è da dire e poi proviamo a chiudere il cerchio. Quanto all’ironia e all’essere sferzante confesso di non farmene un vanto nemmeno su Twitter. Il fatto che in Bassa risoluzione siano ridotte al minimo è in ogni caso un po’ merito mio e un po’ anche della saggezza degli editor di Einaudi.

Marco Montanaro (1982) vive in Puglia, dove si occupa di scritture e comunicazione. Il suo ultimo libro è Il vapore e la ruggine (LietoColle), il suo blog è Malesangue.com.
Commenti
3 Commenti a “Altrove e bassa risoluzione. Conversazione con Massimo Mantellini”
  1. Giulia scrive:

    Molto interessante, già prenotato. grazie

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  1. […] ALTROVE E BASSA RISOLUZIONE. CONVERSAZIONE CON MASSIMO MANTELLINI. «L’altrove digitale è l’alibi che offriamo alla nostra lenta accettazione del mondo che cambia, è una forma di incredulità nei confronti del presente, verso la possibilità che certe cose siano successe davvero e in tempi tanto rapidi.» Con Bassa risoluzione (Einaudi, 2018) Massimo Mantellini ha scritto un piccolo e appassionato saggio di cultura digitale. La bassa risoluzione del titolo è una scelta collettiva, più o meno consapevole, che caratterizza l’uso del web nell’epoca dell’acceso di massa e dell’offerta di contenuti infiniti. […]

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