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Amarcord Fellini

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto da Amarcord Fellini. L’alfabeto di Federico, scritto da Oscar Iarussi e in libreria per Il Mulino. Il libro è una rievocazione alfabetica del genio di Fellini: abbiamo scelto la lettera Q, ed è il nostro omaggio nel centenario della nascita del maestro.

Un quid in Fellini? V’è «un certo che» di incantevole e pur sempre sfuggente nei suoi film, dove la felicità e l’angoscia sono le braccia di un unico amplesso. Svagato cronista come il Marcello di La dolce vita o narratore «proustiano» del tempo perduto (e perso), tuttavia Federico è – suo malgrado – l’autore italiano del secondo Novecento che forse più di chiunque ha interiorizzato, elaborato e oltrepassato il lascito delle avanguardie storiche.

Lo testimoniano la primazia e l’ossessione del linguaggio e della forma rispetto alla trama e al contenuto, in maniera particolare nell’unò duè che scandisce l’andatura dei primi anni Sessanta, La dolce vita e 8 ½, proprio quando sembra rallentarla con i dubbi e i tormenti del Nostro. «Mi ha guardato come Socrate avrebbe guardato Critone scoprendo che il discepolo era improvvisamente impazzito», raccontò Fellini a proposito della reazione di Roberto Rossellini, il suo maestro, all’uscita dalla visione di La dolce vita.

Ma Federico non è impazzito. D’istinto e anche per cultura, nonostante simulasse d’essere un po’ selvatico, sa di vivere da «uomo postumo», e non soltanto perché è scampato all’immane tragedia della guerra, visto che era riuscito a non farsi arruolare a forza di rinvii concessi agli universitari e ai giornalisti, nonché certificando la patologia dell’occhio basedowiano, cioè sporgente (in effetti, metaforicamente ne fu affetto). Egli è «postumo» nei termini di un altro Federico, Herr Nietzsche:

Gli uomini postumi – io, per esempio – sono meno ben compresi di coloro che si sono conformati alla loro epoca, ma li si intende meglio. Per esprimermi ancora più esattamente: non ci si comprende mai – ed è da ciò che viene la nostra autorità.

Senza farla troppo lunga, la Roma felliniana può evocare in tal senso i paradossi della Vienna di Wittgenstein e Musil, di Hofmannsthal e Roth, di Schiele e Schönberg, e dell’aforista Kraus, che, volendo, sarebbe un antenato di Flaiano. «Un paesaggio di pellegrinaggi infiniti e follie interminabili», la definisce Massimo Cacciari nel suo classico Dallo Steinhof che si apre con un’epigrafe perfetta anche per dire Fellini: «Merita di essere raggiunto dalla sua epoca colui il quale si limita ad anticiparla» (Ludwig Wittgenstein).

cover IarussiVia Veneto come la chiesa di San Leopoldo della capitale austriaca? Due imperi in disfacimento, rovine che guardiamo e ci riguardano, assenze/presenti nel labirinto del pensiero. «Noi non sappiamo se nel labirinto vi sia un centro edenico o demoniaco», ammoniva Jorge Luis Borges, l’aedo dantesco che trasognò quel centro sotto forma di anfora: un totem dell’infanzia, chissà se salvifico. Fellini «abita la distanza» dal centro smarrito (Rovatti) e sogna Borges: «Davanti a me al di là del tavolo c’è Borges che vuol parlare con me, anzi vuol sentirmi parlare e si sporge in avanti per ascoltare meglio. Ma io non so cosa dire».

Così come fa con Picasso, che ricorre quattro volte nel Libro dei sogni: «Tutta la notte con Picasso che mi parlava, mi parlava… Eravamo molto amici, mi dimostrava un grande affetto, come un fratello più grande, un padre artistico, un collega che mi stima alla pari, uno della stessa famiglia, della stessa casta…».

Fellini e Picasso erano accomunati dalla passione per il circo, ma non s’incontrarono mai. Il regista era ammaliato dallo stregone spagnolo della scomposizione figurativa e della «quarta dimensione» simbolica, ne subiva la malia demiurgica. Audrey Norcia, curatrice della mostra parigina Quand Fellini rêvait de Picasso (Cinémathèque française, 2019) riscontra quest’influenza in due scene del Satyricon: quella di Encolpio nella pinacoteca dove «la coppia Marte e Venere è un richiamo al Picasso classico degli anni Venti» e il labirinto, considerato dalla storica dell’arte «una discendenza del Picasso surrealista degli anni Trenta».

«Avete fatto voi questo orrore, maestro?», chiede un ufficiale nazista davanti alla grande tela di Guernica. «No, l’avete fatto voi», risponde Picasso, riferendosi al bombardamento della Luftwaffe che il 26 aprile 1937 devastò la piccola città dei Paesi Baschi. Avete fatto voi la Dolce vita? No, l’avete fatta voi… «È una cafonata, il sogno di un provinciale», sbottò Vittorio De Sica. È vero che solo il provinciale si accosta al nuovo con divorante curiosità, attento a registrarne i battiti nascosti, i chiaroscuri e l’enigma. Perciò Fellini diventa il cronista partecipe e visionario di una trasformazione radicale dell’Italia, la cosiddetta «cafonata», in cui i famosi per il lampo di un flash e i non famosi cominciano ad anelare a un’ambigua nomea, convivono in un’alternanza di esuberanza e di depressione, di fiction e di scaltrezza cinica. Un processo, colto nel suo nascere, che finirà per congiurare ai danni del principio di realtà, oggi infermo in ogni dove, labile, difficile da distinguere in mezzo alle menzogne spacciate per autentiche (le fake news).

Il raffinato scrittore britannico Aldous Huxley – che negli anni Venti risiede a lungo in Italia e trascorre più di un periodo di vacanza a Rimini – è un precursore del misticismo filosofico e nell’uso degli allucinogeni per allargare i confini della mente (ante litteram un approccio in stile Castaneda). Morirà a Hollywood, dopo aver sofferto per tutta la vita di seri problemi alla vista, cui dedica il trattatello «terapeutico» L’arte di vedere: «Esiste un rapporto indissolubile, per il bene come per il male, tra l’immagine visiva prodotta dalla memoria, dall’immaginazione o dall’interpretazione dei sensa, e la condizione fisica degli occhi».

In quelle pagine Huxley scrive anche di cinema con tocchi simili a quelli di Lo spettatore addormentato di Flaiano, di cui anticipa l’invito all’occasionale e salubre assopimento in sala, e conclude asseverando il bisogno di una «vigile passività» che più felliniana non potrebbe essere… Vigile quando si dice inerte, attento al quadro d’insieme, alle facce del mondo e alle possibili moltiplicazioni del reale, inattuale nella temperie della cronaca: ce n’è abbastanza per un quid, forse due.

Oscar Iarussi (Foggia, 1959) vive e lavora a Bari. Giornalista professionista, saggista, critico cinematografico e letterario, è nell’Ufficio del Caporedattore Centrale della “Gazzetta del Mezzogiorno”, di cui a lungo ha curato le pagine culturali e per cui tiene anche il blog “Tu non conosci il Sud”.
È nel comitato esperti della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Ha collaborato con festival a Montréal e a Edimburgo, è stato presidente della Apulia Film Commission, e ha ideato varie iniziative tra cui le rassegne multidisciplinari “Frontiere – La prima volta” e “Tu non conosci il Sud”.
Tra i suoi libri: “Andare per i luoghi del cinema” (il Mulino, 2017), “Ciak si Puglia, cinema di frontiera 1989-2012” (Laterza, 2013),  “Visioni americane. Il cinema “on the road” da John Ford a Spike Lee” (Adda, 2013), “C’era una volta il futuro. L’Italia della Dolce Vita” (il Mulino, 2011), “Psychoanalysis and Management: The Transformation” (con David Gutmann, Karnac Books, 2003). A lungo fra gli autori di “Belfagor”, scrive per le riviste “il Mulino”, “Lettera Internazionale”, “La Rivista del Cinematografo” e “Reset”.
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