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American dreamers, i sognatori di Imbolo Mbue

di Stefano Friani

In esergo a Siamo noi i sognatori di Imbolo Mbue c’è un passo del Deuteronomio in cui si fa riferimento alla terra del latte, del miele e – uno si figura – della libertà, quegli Stati Uniti tanto idealizzati da chi vive a Limbe, sulla costa atlantica del Camerun. Come chiarisce già il titolo è l’American dream il vero cuore pulsante di questo romanzo, e proprio quando gli Stati Uniti si ripiegano in un nostalgismo di ere e splendori mai vissuti, una generazione di nuovi americani prende voce e quel sogno lo reclama per sé. La storia si schiude durante la corsa alle presidenziali vinte da Obama con l’incalzare della crisi finanziaria che travolgerà gli Stati Uniti prima e a raggiera il resto del mondo poi. Ma il libro esce alle soglie dell’elezione di Donald Trump, un presidente che aizza il nazionalismo bianco e propone una chiusura dei confini a merci e persone. Le speranze tradite di quella stagione e un’eredità che si credeva al sicuro e che oggi è completamente ribaltata permeano il romanzo fin dalle sue prime righe.

Siamo noi i sognatori si apre con un uomo impacciato che suda freddo dentro un completo gessato verde mentre mostra i suoi documenti al vigilante all’ingresso della torre della Lehman Brothers. È lì per un colloquio di lavoro per un posto da chaffeur, e quello è lo stesso abito con cui è atterrato a Newark, negli Stati Uniti, con un volo Air France da Douala, Camerun, con scalo a Parigi. Si chiama Jende Dikaki Jonga, ha una moglie, un figlio e vive in un monolocale buio, a Harlem.

Per ottenere un permesso di lavoro, Jende si era dovuto rivolgere a un azzeccagarbugli nigeriano esperto di diritto d’asilo che gli propone di rifilare una frottola al giudice: avrebbe paura di tornare a casa perché teme che la famiglia della ragazza voglia ucciderlo per non farli sposare. «Sembra una cosa che potrebbe succedere in India. Nessuno fa qualcosa del genere in Camerun» sbotterà l’accompagnatore di Jende.

Affidabili e convenientemente servizievoli, Jende e la moglie Neni riusciranno a ingraziarsi la famiglia Edwards, golfisti wasp di una schiatta irraggiungibile per chi viene dalle spiagge dell’orto botanico di Limbe. Ma da autista Jende ha anche un osservatorio privilegiato sullo psicodramma di una famiglia e un’azienda che si sgretolano nelle telefonate frantumate che partono dalla berlina coi vetri oscurati e che di fatto costituiscono il dispositivo narrativo messo in campo da Mbue. Jende, con tutta la sua prosopopea (quando glielo chiedono di sé dice che lavora «a Wall Street»), è lo specchio in soffitta di Clark Edwards ed è inchiodato alla sua odissea tra documenti mai abbastanza definitivi e un’aspirazione bruciante a diventare un vero americano.

Alla Buchmesse di Francoforte, gli autori africani hanno spopolato e molti editori occidentali si sono gettati a capofitto su questa nuova generazione di scrittori impegnati a cambiare la narrazione del proprio continente. Imbolo Mbue è stata la prima scrittrice africana a ricevere un milione di dollari di anticipo e i diritti di sfruttamento cinematografico di Siamo noi i sognatori erano già stati ceduti prima che i lettori potessero anche solo avere un assaggio del libro: un segnale evidente di quanto questo «altrove» sia sempre più battuto e rappresentato. Il libro poi arrivava sulla scorta di un blurb di peso, quello di Franzen che lo esaltava come «inno all’innocenza e all’asprezza della vita» nel solco del grande romanzo americano: «Imbolo Mbue sarebbe una narratrice formidabile ovunque, in qualsiasi lingua. Ci dice bene che lei e le sue storie siano americane». Mbue da par suo ha riconosciuto un debito di formazione a Le correzioni di Franzen e i due condividono la stessa agente, Susan Golomb.

Non abbiamo a che fare con un’opera perfettamente sinfonica, però. La narrazione vittoriana nel suo incedere e nel fare a meno del dogma «show don’t tell», è sorretta da una terza persona impudica, e costellata di scivoloni nel cliché, tra spiegoni e personaggi piatti come una tavola da surf o se preferita come questa similitudine. La rappresentazione di Jende e Neni, come quella di Clark e Cindy Edwards, è spesso caricaturale e abborracciata. Jende è un bonaccione ingenuotto che farebbe insorgere Fanon per il suo aderire completamente allo stereotipo dell’africano che odia l’Africa, mentre Neni, che ha atteso per anni di ricongiungersi con il suo osteggiato amato, è un angelo del focolare piuttosto pettegolo che non vuole rinunciare all’emancipazione attraverso il lavoro e lo studio. Clark scrive poesie ed è uno squalo in carriera ma dal cuore d’oro, uno che vorrebbe uscire pulito dai pasticci della Lehman Brothers e però non può far altrimenti che obbedire agli ordini dall’alto. Sua moglie, oltre agli slanci di beneficenza, ricorre saltuariamente alla bottiglia e a maldestri tentativi di suicidio, ma ha a cuore solo il catino familiare, minacciato da un disfacimento borghese impersonato dal figlio fricchettone che rifiuta il vil denaro, un’istruzione inaccessibile a buona parte dei suoi concittadini, e vuole partire per l’India a meditare.

Nei suoi reiterati svarioni, Siamo noi i sognatori è un romanzo-a-tema ben confezionato, che non oppone resistenze al lettore casuale e lo cala in una dialettica servo-padrone tra due famiglie che non potrebbero essere più diverse per estrazione e pigmentazione. La nuova narrativa africana difatti sembra aver bypassato la riflessione attorno al come raccontare una storia, nodale negli anni del postmodernismo e tuttora al centro della letteratura che per comodità chiameremo «yankee», la quale per converso si era dimenticata di trame e altri ammennicoli simili. Alle nuance dell’iperletterario si preferiscono i vecchi rimedi della narrazione: la storia in una sua riscoperta oralità. Più Chinua Achebe che non Dambudzo Marechera, insomma. Non sempre però i risultati sembrano soddisfare le richieste di chi non si accontenta di fare solo armchair tourism in luoghi e culture altri, e di sicuro Mbue non rinuncia all’esotismo per suggestionare i palati alla ricerca di pietanze meno insipide di quelle servite dalla letteratura con la cittadinanza. Ekwang, puff puff, Country mimbo, vino di palma e Malta Guinness fanno la loro comparsa debitamente corsivata e costringono il lettore a esaudire la propria curiosità con una ricerca su Google.

A fare da sfondo risonante alle vicende di Siamo noi i sognatori poi è una New York che si vorrebbe compiutamente multietnica ma in cui ciascuno sta al posto suo e ogni tentativo di scalata sociale viene sanzionato nemmeno fosse un’Acitrezza qualsiasi:

«La maggior parte delle persone stava con i propri simili. Persino a New York, persino in un luogo composto di tante nazioni e culture, uomini e donne, giovani e vecchi, ricchi e poveri, preferivano i loro simili quando dovevano scegliere chi tenersi più vicino. E perché non avrebbero dovuto? Era molto più facile fare così che spendere le proprie limitate energie per fondersi in un mondo di cui non si sarebbe mai dovuto fare parte. Era questo che rendeva New York così meravigliosa: aveva un mondo per tutti. Lei aveva il suo mondo a Harlem e mai più avrebbe tentato di intrufolarsi nel mondo di Midtown, nemmeno per un’ora».

New York è anche un terreno fertile per le reciproche incomprensioni, un appezzamento da dissodare con la lama a doppio taglio dell’ironia. Jende si rende conto che la conoscenza degli yankee dell’Africa si basa

«in gran parte sui film, sul National Geographic e su informazioni di terza mano avute da qualcuno che conosceva qualcun altro che era stato da qualche parte nel continente, di solito in Kenya o in Sudafrica. Ogni volta che Jende incontrava una di queste persone – alla scuola di Liomi, a Marcus Garvey Park, sull’auto a noleggio che guidava – spesso si sentiva dire cose come: “Oh mio Dio, ho visto questa trasmissione assurda su questo-e-quest’altro in Africa”. Oppure: “Mia cugina/una mia amica/la mia vicina di casa usciva con un africano, che era davvero un tipo simpatico”. O, ancora peggio, se gli veniva chiesto da dove veniva, in Africa, e lui rispondeva Camerun, si sentiva raccontare che una volta la figlia di un amico era stata in Tanzania o in Uganda. Questo commento lo aveva irritato finché Winston non gli aveva suggerito: “Digli che lo zio di un tuo amico abita a Toronto”. E così faceva lui ora, ogni volta che qualcuno citava un altro paese africano rispondendo a lui che diceva di essere del Camerun. “Oh sì”, diceva replicando a qualcosa sul Senegal, “l’altro giorno ho visto una trasmissione su San Antonio”. Oppure: “Un giorno spero di visitare Montreal”. O ancora: “Ho sentito dire che Miami è una bella città”. E ogni volta che faceva così rideva a crepapelle dentro di sé vedendo l’espressione confusa degli americani che non capivano che cosa Toronto, San Antonio, Montreal o Miami avessero a che fare con New York».

Un altro aspetto rilevante nel libro di Mbue è la crisi che porta il conto al tanto cullato sogno americano. Se in Italia il collasso della Lehman Brothers è stato squadernato da Stefano Massini a teatro e Walter Siti ha raccontato gli attori della finanza in Resistere non serve a niente che gli è valso lo Strega, negli Stati Uniti la crisi dei mutui subprime è diventato un vero genere letterario e cinematografico. Dalla Grande depressione avevamo ottenuto in cambio Steinbeck e Caldwell, nel decennio successivo alla crisi del 2008 sono arrivati invece Union Atlantic di Adam Haslett, I privilegiati di Jonathan Dee e Capitale. Pepy’s Road di John Lanchaster, e The Big Short, il sequel di Wall Street e Inside Job al grande schermo. Rispetto a queste opere, Siamo noi i sognatori ha un approccio più a latere riguardo alle ben note vicende del crack finanziario, e il punto di vista è quello di una servitù che guarda dallo specchietto retrovisore o dallo spioncino prima con ammirazione e poi con crescente preoccupazione ai piani alti della magione. Jende e sua moglie Neni raccolgono le confessioni e gli sfoghi di un pezzo grosso della Lehman Brothers e della sua scompaginata famiglia, filtrandone però più gli umori e l’aria da cupio dissolvi che non una qualche epifania sul sistema del tardocapitalismo americano. Il loro sarà un lento risveglio dalla sbornia americana e alla fine la perdita dell’innocenza li colpirà mediante carte bollate.

I veri sognatori, gli eroi di questi giorni sono chi si sobbarca sofferenze e privazioni indicibili pur di assicurare una vita migliore a sé e ai suoi cari, contribuendo nel frattempo al benessere tanto protetto e caro agli occidentali. Sono i dreamers come Liomi, gli immigrati irregolari che erano entrati nel paese da bambini e avevano ottenuto protezione dall’amministrazione Obama. Jende e Neni sono «pronti a tutto pur di restare in America» e dare a Liomi l’opportunità di crescere felice nel «centro del mondo». Mentre il loro sogno si sbriciola e i numeri della Lehman Brothers, una società finanziaria troppo grande per fallire, si schiantano contro il principio di realtà, Obama viene eletto presidente degli Stati Uniti cementando di nuovo la sospensione di incredulità per cui «non esiste altro paese al mondo» in cui la sua storia sia anche remotamente possibile.

Jende lo dice chiaro e tondo:

«L’America ha qualcosa per tutti, signore. Guardi Obama, signore. Chi è sua madre? Chi è suo padre? Non sono dei pezzi grossi del governo. Non sono governatori o senatori. Anzi, signore, ho saputo che sono morti. E guardi Obama oggi. Un nero, senza padre né madre, che cerca di diventare presidente di un paese!».

Arrivata dal Camerun, Mbue ha passato anni a fare i lavori più disparati mentre la notte studiava per il suo PhD alla Columbia University: segretaria in un asilo e in uno studio dentistico, cassiera in banca (un lavoro che nel mondo anglosassone non ha la stessa doratura che gli attribuiamo noi orfani del posto fisso), addetta al reparto lingerie di Nordstrom e venditrice porta a porta di aspirapolvere. Se la storia di Imbolo Mbue è quella di un’immigrata che ce l’ha fatta, estraendo il tagliando fortunato alla lotteria editoriale e rinsaldando il motto «only in America», quella di Jende e Neni è una storia di disillusione, un benvenuto cambio di paradigma retorico e un monito contro la credulità.

(Fonte foto)

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