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Americana/4: Marilynne Robinson

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È in libreria per minimum fax Americana. Libri, autori e storie dell’America contemporanea: in questa rubrica settimanale Luca Briasco ci racconta i dieci titoli rimasti fuori dai quaranta selezionati per il libro. Qui le puntate precedenti. (Fonte immagine)

Marilynne Robinson, Le cure domestiche 

La fama italiana di Marilynne Robinson è legata in larga parte alla straordinaria trilogia composta da Gilead, Casa e Lila: tre romanzi strettamente interconnessi e pubblicati in un decennio esatto (dal 2004 al 2014), in un’esplosione creativa tanto più sorprendente se si considera che fino ad allora Robinson era rimasta l’autrice di una sola opera di narrativa, Le cure domestiche, per giunta risalente al lontanissimo 1980, e che per più di un ventennio si era dedicata esclusivamente a recensire libri per la New York Times Book Review e ad alimentare un’importante produzione saggistica di stampo filosofico, che ha probabilmente in The Death of Adam: Essays on Modern Thought il suo capitolo più alto.

Se Gilead, premiato con il National Book Critics Circle Award e con il Pulitzer tra il 2004 e il 2005, ha segnato la definitiva affermazione di un’autrice che godeva già di un ampio e consolidato sostegno critico, e i due, successivi capitoli della trilogia hanno figurato entrambi tra i finalisti del National Book Award, pur non arrivando ad aggiudicarsi il premio, la fama di Robinson ha subito un’impennata ancor maggiore grazie al sorprendente endorsement di Barack Obama, il quale non si è limitato a segnalare Gilead tra i suoi libri preferiti, ma – caso pressoché senza precedenti – ha intervistato la scrittrice per la New York Review of Books, spaziando, come ci ricorda Nicola Lagioia in un bell’articolo uscito su Internazionale, tra letteratura, politica e religione.

La Bibbia, e in particolare il Nuovo Testamento, sono infatti al centro della riflessione letteraria di Robinson, e in una chiave che poco ha a che spartire con quella dell’altra, grande narratrice religiosa del Novecento americano, Flannery O’Connor. Se infatti O’Connor, attingendo alle tonalità del grottesco sudista, contrappone all’ipocrisia del culto una fede tutta individuale e idiosincratica, che si manifesta nelle forme estreme della violenza o dell’irrazionale “miracoloso”, Robinson, come ha spiegato limpidamente anche nell’intervista a Obama, si sofferma sullo stretto legame tra un umanesimo religioso, fondato sulla convinzione che tutti gli esseri umani sono immagini di Dio, e una democrazia che, a sua volta, per funzionare, deve dare per scontato che ogni essere umano riponga la massima fiducia nei suoi simili, e che le persone agiscano istintivamente per il bene e non per il male.

Una riflessione, quella di Robinson, che trova nei saggi di The Death of Adam il suo vertice teoretico e nel lungo monologo-testamento del reverendo Ames, voce narrante e protagonista di Gilead, la sua incarnazione narrativa, ma che era già ben presente nel romanzo di esordio, Le cure domestiche. Pubblicato nel 1980, premiato con il PEN/Hemingway per la migliore opera prima e inserito stabilmente nelle reading list dei corsi universitari americani, è uscito in Italia per la prima volta nel 1988, per Serra e Riva, con il titolo – decisamente sviante – di Padrona di casa. Rimasto a lungo fuori stampa viene ora riproposto, nella medesima, ottima traduzione di Delfina Vezzoli, da Einaudi, che detiene i diritti dell’intera produzione narrativa di Robinson.

La trama del libro è relativamente semplice. Al centro, le due sorelle pre-adolescenti Ruth e Lucille, cresciute a Seattle senza padre fino al giorno in cui Helen, la madre, non le riporta a Fingerbone, la cittadina nel cuore del Midwest dove è cresciuta, lasciandole sul portico della sua vecchia casa per poi gettarsi con l’auto in un lago. Affidate prima alle cure della nonna, a sua volta vedova da anni, poi di due prozie zitelle, infine di Sophie, la sorella di Helen che aveva lasciato Fingerbone per una vita di vagabondaggi, le due bambine vivono un’esistenza segnata dalla solitudine e da quella stessa precarietà e incertezza che si rispecchia in un paesaggio perennemente invaso dall’acqua, dalla neve, dal ghiaccio, nel quale è difficile perfino assicurare una sopravvivenza decente a quello che è il simbolo dell’unità famigliare e comunitaria: la casa.

Nel corso del romanzo, dopo anni trascorsi in una sorta di simbiosi, le due sorelle finiranno per separarsi nel momento in cui Lucille sceglierà di scrollarsi di dosso il peso dei morti, della loro assenza, del ricordo, per cercare una forma di integrazione sociale, mentre Ruth, voce narrante del libro, si lascerà trascinare nel mondo di Sophie, segnato dalla precarietà e da un progressivo sradicamento.

Housekeeping: questo il titolo originale del romanzo. La sua nuova traduzione, Le cure domestiche, sicuramente più corretta e meno sviante rispetto a quella del 1988, cerca di preservare il doppio significato del termine inglese. Che allude, ovviamente, a una classica materia del curriculum scolastico (economia domestica), ma sembra suggerire, nel suo portato più ampio e metaforico, il grande interrogativo al quale, fin dalle prime pagine, Ruth tenta vanamente di dare risposta: se sia possibile “preservare” una casa, salvandola dall’oblio cui la morte e l’inclemenza degli elementi sembrano volerla condannare. E se non sia invece preferibile “non avere niente, perché alla fine crolleranno anche le nostre ossa”.

A trasformare in un autentico prodigio questo romanzo costruito quasi sul nulla, nel quale le grandi tragedie e le morti che scandiscono la trama – da quella del nonno di Ruth e Lucille, inabissatosi nel lago insieme al treno sul quale viaggiava, a quelle di Helen, o della nonna – sono semplicemente enunciate, e restano sempre fuori scena o fuori fuoco, sono il lirismo quasi straziante con cui vengono evocati i gelidi e acquorei paesaggi del Midwest, e la densità e originalità di una riflessione che tocca temi universali, gettando su di essi una luce inedita e rivelatrice.

A mero titolo di esempio, ecco come Ruth riflette sulla ineluttabile frammentarietà dei ricordi (“isolati e arbitrari come le visioni fugaci che si hanno di notte da una finestra illuminata”), e al contempo sulla forza con la quale invadono le nostre vite e rischiano di determinarne il corso:

“C’è così poco da ricordare di ciascuno, un aneddoto, una conversazione a tavola. Ma a ogni ricordo si ritorna più e più volte, e ogni parola, per quanto casuale, si inscrive nel cuore, nella speranza che il ricordo si attui un giorno, e diventi carne, e che i vagabondi trovino una strada verso casa, e che i morti, di cui sentiamo sempre la mancanza, passino finalmente attraverso la porta e ci accarezzino i capelli con affetto sognante e abituale, perché non avevano l’intenzione di farci attendere così a lungo”.

Ed ecco la potenza con la quale viene evocato il paesaggio che circonda la piccola comunità di Fingerbone, e la precarietà cangiante che ne contraddistingue anche il minimo dettaglio:

“Camminammo verso nord, con il lago sulla nostra destra. Se lo guardavamo, l’acqua sembrava allargarsi sulla metà del mondo. Le montagne, ingrigite e appiattite dalla distanza, sembravano i resti di una diga crollata, o il bordo sbrecciato di una pentola di ferro, sul punto di ebollizione, che distillava senza fine l’acqua trasformandola in luce”.

Nelle prime, entusiastiche recensioni che hanno accompagnato, in America, l’uscita delle Cure domestiche, la critica si è sbizzarrita a cercare maestri o compagni di strada per un’autrice che sembrava aliena dalle scuole letterarie dominanti: e in effetti non c’è traccia, nella scrittura di Marilynne Robinson, delle sperimentazioni postmoderne o, quanto a questo, delle asciugature minimaliste. C’è chi ha cercato possibili modelli nella poesia, evocando Keats, T.S. Eliot o Seamus Heaney; chi nei grandi irregolari del romanzo post-bellico, da Nabokov a Hawkes; chi nel magistero di Toni Morrison e dei suoi primi romanzi.

In realtà, è stata la stessa Robinson a indicare i propri modelli nella grande letteratura del Rinascimento americano: da Emerson e Thoreau a Whitman, a Emily Dickinson, cui viene reso direttamente omaggio quando a Ruth, in classe, viene chiesto di leggere I Heard a Buzz Fly When I Died, una delle sue poesie più celebri.

Attingendo alla tradizione dell’Ottocento, e alle voci che meglio hanno saputo coniugare la profondità della riflessione teologico-filosofica e la capacità di trasformare il paesaggio, naturale e umano, nello specchio e nella cassa di risonanza dei personaggi e della loro psicologia, Marilynne Robinson ha saputo creare un corpus di opere che sembrano parlarci da un tempo sospeso: remoto, immerso nel mito, eppure sorprendentemente vicino alla nostra quotidiana precarietà.

Luca Briasco è stato editor di narrativa straniera per Fanucci ed Einaudi Stile libero. Ha scritto diversi saggi sulla letteratura degli Stati Uniti, con particolare attenzione al romanzo contemporaneo. Insieme a Mattia Carratello ha curato La letteratura americana dal 1900 a oggi. Dizionario per autori (Einaudi, 2011). Collabora da più di dieci anni alle pagine culturali del Manifesto. Ha tradotto una quarantina tra romanzi e raccolte di racconti, fra gli ultimi: Una vita come tante di Hanya Yanagihara, e Il simpatizzante di Viet Thanh Nguyen, Premio Pulitzer 2016. A novembre 2016 è in uscita per minimum fax Americana. Libri, autori e storie dell’America contemporanea.
Commenti
2 Commenti a “Americana/4: Marilynne Robinson”
  1. Patrizia scrive:

    Splendido articolo, ma… Sylvie, non Sophie!

  2. Fra Diavolo scrive:

    Innanzitutto una questione formale di femminismo: a Roma abbiamo un sindaco che ci tiene a farci dimenticare che è una donna per cui si fa chiamare sindaca (adeguandosi ad una pletora di ministre). Ché giammai si possa pensare che sia un uomo! E da più parti si chiede il rispetto di genere con goffi tentativi linguistici come l’illeggibile “o/a” (pardon, “a/o”) o la ricerca di un impossibile neutro come nel tedesco. E proprio nel caso in cui la lingua italiana da sempre rispetta perfettamente le differenze di genere imponendo l’uso dell’articolo “la” quando ci si riferisce per cognome ad una donna, lei usa “Robinson” invece di “la Robinson”? Poi, magari, davanti ad un nome proprio femminile sarebbe anche capace di ricorrere allo sgradevole vezzo nordico di farlo precedere dall’articolo e se ne potrebbe uscire con “la Marilynne”.

    Sui contenuti: se quel che riporta corrisponde al pensiero della Robinson, risulta un guazzabuglio senza solide basi filosofiche. Una sola citazione (l’intervista di Obama) è sufficiente per il tutto: «[…] una democrazia […] per funzionare, deve dare per scontato che ogni essere umano riponga la massima fiducia nei suoi simili, e che le persone agiscano istintivamente per il bene e non per il male». Decifrando a lume della ragione il caramelloso pensierino da prima comunione, se ne ricava che Obama e la Robinson affermano l’impossibilità della democrazia. Il peggio è che non se ne rendono conto e che, ciononostante, uno dei due ha governato gli USA per otto anni!!!

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