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Amore, dolore e scrittura secondo Susan Sontag

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Questo articolo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

«Tutto ciò che mi accade mi induce a riflettere. Riflettere è una delle cose che faccio. Se fossi stata l’unica superstite di un incidente aereo, probabilmente mi sarei interessata di storia dell’aviazione».

È il 1978 e Susan Sontag descrive in questi termini un impulso che nel suo caso non si limita a un’attitudine intellettuale, essendo prima di tutto una maniera di stare al mondo. Per la scrittrice newyorchese il 1978 è l’anno successivo a due libri fondamentali – Io, eccetera e Sulla fotografia – ed è anche il momento in cui elabora l’esperienza del cancro in un saggio, Malattia come metafora, che è «uno dei pochi testi che ho scritto con piacere e con una certa rapidità, proprio perché era strettamente connesso a ciò che accadeva ogni giorno nella mia vita».

A raccogliere le sue parole, in due diverse sessioni di dialogo tra Parigi e New York, è Jonathan Cott, un ex studente della Columbia (l’università dove Sontag insegnava) divenuto nel frattempo un giornalista specializzato in interviste (tra gli altri con John Lennon, Glenn Gould, Leonard Bernstein).

Pubblicata in origine, ma solo parzialmente, su «Rolling Stone», la loro conversazione appare adesso per intero in Odio sentirmi una vittima (il Saggiatore, traduzione di Paolo Dilonardo). A risaltare è da un lato la connessione intima tra quelli che, forse, più che temi andrebbero considerate ossessioni, e dall’altro il fuoco costante sulle contraddizioni, intese non come limite ma come chance di conoscenza («Ci sono impulsi contraddittori dappertutto, e bisogna rivolgere la propria attenzione alle contraddizioni per cercare di scioglierle e chiarirle»).

Se il trait d’union dei ragionamenti di Sontag è, come chiarisce il titolo, il suo rifiuto della subalternità, e dunque la rivendicazione della responsabilità come diritto («Io voglio sentirmi responsabile quanto più è possibile»), ascoltandola parlare – la sensazione, leggendo, è questa – colpiscono quei passaggi in cui a trapelare è il quotidiano, dall’ascolto della musica («Il rock and roll mi ha letteralmente cambiato la vita») al tempo trascorso in compagnia dei libri («La lettura per me è divertimento, distrazione, consolazione; è il mio piccolo suicidio»); vale a dire – e forse il cuore del percorso di Susan Sontag è proprio questo – tutti quei momenti in cui ci si rende conto di come «pensare sia una forma di sentimento e sentire una forma di pensiero».

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
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