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“Anatomia di un giocatore d’azzardo” di Jonathan Lethem

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Il protagonista di Berlin Alexanderplatz, il romanzo di Alfred Döblin del 1929, è un uomo che perde i pezzi. Per raccontare la Repubblica di Weimar, Döblin congegna il suo capolavoro come un dispositivo di decostruzione, se non di demolizione, del corpo e delle ambizioni del suo personaggio principale. Analogamente, una novantina d’anni dopo, in Anatomia di un giocatore d’azzardo (La nave di Teseo, traduzione di Andrea Silvestri) Jonathan Lethem si accanisce, affettuoso e ironico, su Bruno Alexander, per professione e vocazione giocatore di backgammon. Da un lato sbriciolandone l’esistenza tra Asia, Stati Uniti ed Europa (e dunque disorientandolo in modo radicale), dall’altro mettendolo a confronto con un’anomalia ottica che si trasformerà da limite in occasione di conoscenza.

All’inizio del romanzo, Bruno si rende conto di non riuscire più a vedere con chiarezza ciò che ha davanti; al centro del suo sguardo si è formata una macchia che muta il mondo da torta in ciambella. Quando vagabondando tra Berlino, Singapore e la California, sempre rialzandosi dopo ogni caduta (sembra che Lethem dissemini di ostacoli il percorso del suo personaggio per vedere come riuscirà a cavarsela), Bruno Alexander comprende che la sua tragicomica inadeguatezza non è contingente bensì strutturale e che coincide con la sua stessa esistenza, si decide a sottoporsi all’ablazione del cancro al naso che ha deformato e riformato la sua esperienza delle cose. Noah Behringer, il chirurgo che lo opera, è un «meccanico della carne» appassionato di Jimi Hendrix nonché di tutto ciò che, essendo materia, può venire toccato da una lama.

A operazione avvenuta, Bruno deve indossare una maschera protettiva in nylon (e una t-shirt con la scritta resistere) che ne fa risaltare la presenza come qualcosa di sempre più paradossale: attraverso un ribaltamento prospettico, chi percepiva le cose come lacuna si fa a sua volta, nella percezione degli altri, macchia, incoerenza, vuoto di senso. Nel momento in cui Bruno perde, letteralmente, la faccia (del resto, come nota, il gioco d’azzardo è qualcosa che ti abitua a perdere ciò che non hai mai guadagnato), scopre che l’età adulta – la cui esperienza, nel romanzo di Lethem, è aggiornata ai cinquant’anni – non ha a che fare con l’acquisizione di consapevolezze ma con lo smarrire e il dissipare.

Tra gli esploratori più acuti di un contemporaneo in frantumi, Lethem descrive la vicenda picaresca di un personaggio che poco a poco, per rivelarsi a se stesso, deve scomparire, e in questo modo racconta quel tempo in cui intuiamo che l’ostacolo principale con cui ci misuriamo non è esterno bensì intrinseco al nostro sguardo (una condizione che Franz Kafka sintetizzava nella frase: «Il proprio osso frontale gli taglia la strada, egli si batte la fronte contro la propria fronte fino a sanguinare»). Ciò che dunque siamo – e che forse siamo sempre stati: si trattava solo, infine, di scoprirlo – non è altro che il nostro fantasma.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
Un commento a ““Anatomia di un giocatore d’azzardo” di Jonathan Lethem”
  1. Emilio Tadini scrive:

    Quella minima virtù del resistere.

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