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Ancora nel paese delle meraviglie: il viaggio psichedelico di Panda Bear

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Questo pezzo è uscito sul Mucchio.

di Chiara Colli

(fonte immagine)

Quando Alice cade in un sonno profondo e si ritrova nel Paese delle Meraviglie, ogni esperienza bizzarra che Lewis Carroll le mette di fronte ha un significato simbolico connesso alla realtà. La dimensione onirica e surreale è un espediente per far riferimento ad aspetti della vita vera, anche piuttosto seri che, al risveglio, portano la protagonista a una crescita interiore. Sarà che Alice nel Paese delle Meraviglie è una delle favole più psichedeliche mai scritte, sarà che quando Noah Lennox racconta di medicine e dimensioni altre di colpo immagino Peter Kember con in mano una bottiglietta su cui c’è scritto “bevimi”, sarà che poi finiremo anche col tirare in ballo anche la Disney, ma mentre ci immergiamo in Panda Bear Meets the Grim Reaper la prima sensazione è di scivolare nel mondo parallelo di Alice.

“Fin dal titolo, l’album è un gioco tra ironia e serietà. The Grim Reaper (la Grande Falciatrice, ndr) è una rappresentazione della morte, nelle canzoni c’è una componente fortemente oscura, intensa e profonda. I testi parlano di tematiche universali impegnative… Ma il titolo con questa formula un po’ comica, l’artwork colorato e la veste musicale sono l’espediente per facilitare l’approccio a contenuti del genere, inseriti dentro canzoni molto dinamiche. Come quando devi dare una medicina a un bambino e cerchi di renderla meno amara con lo zucchero”. Noah Lennox, meglio noto come Panda Bear, è dall’altra parte dello schermo, nella sua casa a Lisbona; più la nostra conversazione via Skype va avanti e più il modo in cui me lo descriverà Peter Kember prende forma: “un musicista molto tollerante, con le idee chiare, una mente acuta, riservato ma con un senso dell’umorismo che non ti aspetti”. La collaborazione fra i due era iniziata con il precedente Tomboy, per il quale Kember era subentrato in fase di missaggio. Stavolta i due hanno lavorato fianco a fianco, e non stupisce che ci sia una profonda intesa fra il trentaseienne di Baltimora e il musicista inglese – da qualche tempo anche produttore – che forse qualcuno ricorderà meglio se identificato come Sonic Boom (lo pseudonimo usato ai tempi degli Spacemen 3) o Spectrum (progetto con cui ancora suona dal vivo).

Mettendo da parte l’originale lavoro di rinnovamento post-psichedelico attuato in quindici anni di attività con il Collettivo Animale, la produzione da solista di Panda Bear trova comunque una sua compiutezza. Nel 2007, al terzo album, Lennox sfiora la perfezione delle sfere celesti con Person Pitch: un roller coaster di droni e melodie scaldate dal sole, il Brian Wilson moderno che ascolta elettronica e hip hop, costruisce liturgie circolari coi sample e ne moltiplica i riverberi con la voce, quella potente e peculiare che sa usare come uno strumento – ed è marchio distintivo anche della band madre. Non bastassero le orecchie per trovare affinità di approccio nelle perlustrazioni fra elettronica, sperimentazione e psichedelia di Lennox e Kember, ci pensano loro a tracciare una strada condivisa: “Entrambi amiamo la musica capace di trasportarci altrove, in un luogo speciale. Che sappia farci sognare”.

Con i suoi suoni strambi e liquidi, PBMtGR è un album che sembra davvero provenire da un’altra dimensione. “Credo che una delle parti più interessanti dell’album sia l’uso di suoni avventurosi, bizzarri, sci-fi… Abbiamo giocato parecchio con questo aspetto, l’aggiunta di voci e vortici sonori fanno da contraltare alla forza ritmica trainante: la struttura di molti brani poggia su campionamenti di batteria e l’azione disorientante dei suoni contribuisce a creare un’atmosfera magica, giocosa. Volevo che questo album trasmettesse la sensazione di qualcosa in continua trasformazione, ma con melodie semplici e ben definite: un’altra similitudine con Pete è la tendenza a semplificare, a far sì che un brano sia composto solo dai suoi elementi vitali”. Se Tomboy era un lavoro costruito a misura di chitarre, un po’ austero e “virtualmente scritto da solo in un bunker, senza che permeasse la luce”, PBMtGR si riallaccia a Person Pitch in quanto a esposizione ai raggi solari (talvolta radioattivi) e uso di campionamenti, anch’esso sottoposto alle dovute mutazioni. “I sample sono tornati a essere un espediente per la scrittura dell’album, come in Person Pitch, ma avevo bisogno di cambiare metodo: allora avevo usato un sampler della Roland con modalità di utilizzo molto definite, e infatti il campionamento era una piccola unità di misura su cui lavoravo, ripetendo, sviluppando ed estendendo la melodia a partire da quelle particelle di droni. In PBMtGR mi sono servito di un programma multitraccia per computer, con il quale le possibilità si moltiplicano; il meccanismo è quello della costruzione, come con dei mattoncini di lego, in cui i campionamenti sono diversi: un sample di batteria, un rumore bislacco, un’interferenza, un verso di animale (tipo quello di un cane in Mr Noah, NdR), un suono di vocoder, strati diversi di percussioni… Il processo creativo è stato più complesso e anche il risultato dà un senso di movimento”.

Dinamismo mai davvero scomposto, creatività che scorre secondo ritmi naturali, pop e free form che si intrecciano, scambiandosi i ruoli: Panda Bear è la perfetta unità di misura degli Animal Collective e di un percorso artistico che si muove perché non può fare altrimenti, ma secondo i propri tempi. Nato a Baltimora, inevitabilmente fagocitato per qualche anno da New York, ormai da un decennio in pianta stabile a Lisbona con la famiglia (due figli inclusi), dal 2000 a oggi nove album con il Collettivo e cinque da solista, Noah Lennox ha mescolato ascolti di ogni genere: hip hop anni 90, classica e r&b di quando andava a scuola e “musica” era sinonimo di radio, riferimento anche nell’ultimo album con la band, Centipede HZ (“La radio è stata la principale modalità di interazione che ho avuto con la musica: nella mia testa hanno frullato sempre tanti generi musicali, quelli che passavano anche attraverso le top 40 radio, non ho mai avuto un unico filtro”); Daft Punk (“la mia band preferita da quando ero ragazzo, Around the World mi ha aperto le porte della musica dance. Collaborare con loro in Doin’ It Right per Random Access Memories è stato un sogno che si avverava, nonostante mi sia ritrovato in un ambiente totalmente diverso dal mio) e Black Dice (“che con il loro approccio esplorativo, alla continua ricerca di nuovi suoni, resta uno dei gruppi che più mi ha influenzato in assoluto”).

Un centrifugato di ritmi, che assume un gusto quasi esotico e dolciastro quando Noah confessa “Una delle domande che mi piace fare alle persone è come definiscono la musica psichedelica”. È a questo punto che il gioco a parti invertite conduce verso la zona più allegorica e visionaria della nostra chiacchierata: se quella di Panda Bear non è strettamente psichedelia, è innegabile che la sua musica abbia in sé “un insieme di elementi capaci di confondere le orecchie, meccanismo alla base della musica psichedelica”. Non si tratta solo di insiemi di note, ma di un approccio alterato che prende forma anche attraverso componenti di altra natura: ad esempio acqua, spiritualità e interazione tra suono e immagine. Circa la prima – presente sotto forma di suggestione sonora in varie band neo psichedeliche (una su tutti: i Deerhunter) e rintracciabile anche in PBMtGR, a partire da suoni e video di Boys Latin – Lennox racconta: “Ho sempre vissuto nei pressi dell’Oceano e ogni volta che non sono vicino a grandi quantità d’acqua è come se mi sentissi fuori posto. Da quando ho cominciato a interessarmi al dub, intorno ai 17 anni, sono stato tirato dentro questi suoni liquidi, mi sono appassionato alla musica che ricreava un ambiente acquatico o evocava atmosfere piovose. Penso sia anche una questione di carattere, sono un tipo malinconico… Con una forte connessione verso l’acqua a più livelli”. Forse proprio a causa della sua laurea in Religione (!), la spiritualità è invece un concetto che maneggia con estrema attenzione. “I miei genitori non erano credenti e io non sono cresciuto con alcun tipo di educazione religiosa, sento di poterne parlare solo in termini astratti. Ma ho sempre riflettuto sull’idea di uno o più dei, trovando interessante come la vita delle persone credenti sia influenzata dalla religione. Credo che le cerimonie religiose e quelle musicali abbiano lo stesso obiettivo: condurre i partecipanti verso una dimensione spirituale superiore. Fin da quando sono giovane, raggiungere quel luogo è l’obiettivo della mia musica”.

Last but not least, la componente visiva intrinseca ai suoi live (e quelli degli Animal Collective), potenziata dai video di Denny Perez – conosciuto ai tempi del primo tour con la band, quando era roadie dei Black Dice – fedele uomo immagine sia del collettivo che del Panda. “Le immagini che mette insieme Danny seguono un’estetica diversa dalla mia: sono visionarie, forti, grottesche, cupe, penetranti (per farvi un’idea, date un occhio su Youtube alla violenza tragicomica del teaser dell’album, NdR), ma fungono da completamento perfetto della musica. Danny è un tassello fondamentale per i miei concerti, dove l’aspetto visivo è importante quanto quello sonoro… Anche perché non credo sia così interessante vedermi trafficare con le macchine (seguono sghignazzate, ndr). Oggi ci sono riproduzioni a dir poco monumentali di questo rapporto tra suono e immagine, il primo che mi viene in mente sono proprio i Daft Punk e la loro piramide sul palco… Ma credo che una delle prime cose che mi abbia colpito in tal senso sia stato il Il libro della giungla di Walt Disney, in cui musica e immagine si potenziano a vicenda”. Dall’empireo dell’elettronica a un cartone animato per bambini, Panda Bear è uno di quei (pochi) musicisti che hanno preferito il ritmo slow di una città come Lisbona alla frenesia di New York perché “Non sempre essere circondati da troppe cose che si muovono e accadono velocemente attorno a te è uno stimolo positivo”. A meno che non ci sia di mezzo il Bianconiglio.

Commenti
2 Commenti a “Ancora nel paese delle meraviglie: il viaggio psichedelico di Panda Bear”
  1. Alberto Rossi scrive:

    Il disco fa invero abbastanza pena. Un’involuzione rispetto a Tomboy, che già era un’involuzione nettissima rispetto a Person Pitch (che in fondo è la sua unica cosa da solista che valga veramente qualcosa).

    Anche sull’interpretazione dei romanzi di Alice ci sarebbe da ridire. Lo straordinario di quei due libri, e in generale della produzione di Carroll, è che mancano i riferimenti metaforici, e anche quando vengono usati dei simboli questi cadono nel vuoto. È proprio la mancanza di una spiegazione logica, di un qualsivoglia tipo di aderenza al reale, a caratterizzare maggiormente quei lavori. Dire che la dimensione “onirica e surreale è un espediente per far riferimento ad aspetti della vita vera” mi sembra un enorme travisamento.

    Ma poi come scrive? Se già gli anglicismi inutili (“roller coaster”, “Last but not least”) mi infastidiscono assai, gli italianismi inutili (“Collettivo Animale”) mi fan venire l’orticaria. Lasciamo perdere poi le scelte linguistiche per descrivere la musica: che un album “sembra davvero provenire da un’altra dimensione” credo di averlo già letto almeno quattromila volte, e già alla prima mi aveva dato parecchio fastidio per la pochezza dell’immagine.

    Davvero, ma che articolo è?

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