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Ancora sulla cinquina #3 La letteratura da sindrome da stress post-traumatico

Se fosse vero quello che ormai da un decennio a questa parte un po’ di critici vanno sostenendo, ossia che letteratura italiana, tutta chiacchiera e noir, soffra di mancanza di un reale trauma (vedi per es. Senza trauma di Daniele Giglioli) di esperienza (vedi per es. La letteratura dell’inesperienza di Antonio Scurati o Autoreverse dell’esperienza di Filippo La Porta), di autenticità (vedi per es. le riviste come Il primo amore o Lo straniero e i rispettivi mentori Carla Benedetti e Goffredo Fofi), dovremmo ragionare sul perché questa cinquina di candidati allo Strega diano invece a un lettore, forte o debole che sia, un’impressione diversa. Il silenzio dell’onda, Qualcosa di scritto, Il tempo di mezzo, La colpa, Inseparabili raccontano storie di scampati, di sopravvissuti proprio a una lesione, a cui sono legati a filo doppio: lasciarsela alle spalle vuol dire far morire una parte molto consistente di sé, attraversarla rischia di imprigionarli come in delle sabbie mobili. Come ne usciranno?

Proprio per questo se uno desidera conoscere i fragilissimi protagonisti di questi romanzi, deve accettare la costitutiva plasticità di personaggi più simili a fantasmi che galleggiano sulla realtà che a esseri di carne; e sobbarcarsi insieme a loro dei riti di passaggio lunghi e sfibranti. In questo lento tempo interstiziale, le loro storie si articolano come degli spazi limbici, apertissimi interrogativi, bolle. Per dire: Roberto, maresciallo dei carabinieri in congedo del romanzo di Carofiglio, perché lo troviamo a naufragare come un flâneur psicofarmacologizzato per una Roma ridotta a un pretesto? E cos’è che spinge il giovane Trevi a affidarsi senza rete alle bizze della “pazza” Laura Betti tra commemorazioni tragicomiche in morte di Pasolini e trasferte in Grecia a cercare di esaudire un’iniziazione che somiglia a una vacanza esistenziale? Oppure chi è veramente per Marcello Fois questo Vincenzo, figlio di nessuno che a fatica accetta il suo cognome, la sua origine e finirà per meravigliarsi della sua stessa indole feroce? E Samuel, minore dei due “inseparabili” fratelli Pontecorvo della saga famigliare di Piperno, perché subisce per anni questa esistenza dimidiata: invisibile al fratello maggiore, alla madre, al padre, e capiremo alla fine anche a noi lettori? E infine come possono farcela a crescere Estefan, Martino e Greta, i ragazzini inventati da Lorenza Ghinelli, ipertraumatizzati, mentalmente instabili, per colpe appunto che non hanno capito se hanno commesso o meno?
Se volessimo dare di questo panorama-campione un’interpretazione psicanalitica, dovremmo aver cura di rintracciare prima i dettagli medici che sono profusi dagli scrittori; i romanzi contemporanei sono pieni di diagnosi psichiatriche, nomi di equilibratori dell’umore, e anche questi non fanno eccezione (fateci caso, le coppie per Carofiglio o Piperno o Ghinelli si formano come per Carlo Verdone o Woody Allen: chiacchierando di Prozac e psicosi…). Se invece fossimo in vena di sociologismi d’accatto, la risolveremo con la storia della liquidità baumaniana, e via così: che le identità che conosciamo sono così contradditorie non ce l’ha suggerito innanzitutto la letteratura, con i suoi Hyde e Jekyll, e le sue Madame Bovary? Ma è sintomatico come invece tutti e cinque questi scrittori – ognuno con i suoi mezzi, ma ognuno dotato di una sua idea ben precisa (leggi: sia consapevole che artificiosa) di cosa vuol dire costruire un romanzo – sembrino trovarsi di fronte un dilemma più complesso: cosa accade quando la ferita si cronicizza? Se la vita, per fare un esempio, scorre e nulla cambia. Se quel “tempo di mezzo” si prolunga all’infinito? Se “la pazza” Laura Betti assomiglia sempre di più al personaggio da lei interpretato in Teorema di Pasolini, una specie di santa sospesa tra la vita e la morte? Se il destino dell’amartema che ha trascinato con sé i Pontecorvo come i ragazzini della Ghinelli non soltanto non va a sfumare nell’oblio, ma divora ai fianchi, addirittura si ripete, si accanisce?
Non c’è una grande possibilità di azione o di reazione, se la condizione emotiva condivisa è quella di una sindrome da stress post-traumatico. A questo ci sta abituando sempre di più la letteratura contemporanea. Per giocare in casa, basta citare altri fortunati personaggi “stregati” degli anni passati: il Pietro Paladini di Caos calmo che sceglie di abitare la panchina davanti alla scuola della figlia dopo la morte improvvisa della moglie, o i due ragazzi Alice e Mattia della Solitudine dei numeri primi che a volersi bene non ce la faranno proprio, tetanizzati da indicibili shock infantili. (Ed è interessante come attraverso questa stessa lente si possano leggere anche La scomparsa di Lauren Armstrong di Gaia Manzini o La logica del desiderio di Giuseppe Aloe, candidati Strega perduti nella selezione della cinquina.)
Dunque la questione rimane: questi cinque romanzi candidati di quest’anno come la risolvono la drammatizzazione, l’evoluzione dei personaggi? Anche qui, sembrano immaginarla in un modo molto simile, la soluzione alla magia che condanna gli uomini a un limbo in cui si rimane inchiodati solo al proprio dolore. L’amuleto che rompe il cattivo incantesimo è in tutti e cinque i libri un un pezzo di scrittura, documento o romanzo che sia. O come scrive Trevi in copertina, “qualcosa di scritto”. Per il Trevi neanche trentenne sarà proprio il manoscritto di Petrolio, utile a accompagnarlo in un rito di conoscenza che lo porterà a diventare uno scrittore e a non rimanere per sempre orfano dei maestri novecenteschi come il padre-fantasma Pasolini. Per Samuel Pontecorvo sarà una lettera che troverà nella tasca della giacca del padre a dargli la possibilità di emanciparsi dalle interpretazioni autopunitive di tutta la famiglia. Per Vincenzo il documento che certifica che lui è un Chironi e che lui porge ai suoi parenti ritrovati come un viatico per poter essere accolto nel nuovo consesso sociale. Per Roberto sarà una biografia di Shakespeare che gli servirà per trovare un pretesto per parlare con la donna con cui, dopo anni di paresi anaffettiva, sta ricominciando a pensare di poter avere una relazione. Per Estefan saranno le scritte sui muri, che lui ogni volta che la sua testa viene invasa dagli incubi, si premura di sfiorare, come fosse una liturgia apotropaica.
E così se uno pensa a come nella crisi dell’editoria, nella perdita di autorevolezza della critica, il Premio Strega sia ancora una specie di cerimoniale fiabesco che permette di trasformare i libri in best-seller e dei semplici narratori in Autori con la maiuscola, allora in questa fede quasi magica per quel che può fare la scrittura ha anche la possibilità di vederci un desiderio inconscio che basti una votazione nel ninfeo di Valle Giulia per regalarci quel rito di passaggio verso l’adultità della letteratura di cui abbiamo una nostalgia sfrenata.

[Questo pezzo è uscito il 1 luglio sull’inserto domenicale del Sole 24ore]

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
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