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Andata e ritorno, la storia di un figlio raccontata da Fabio Geda e Enaiatollah Akbari

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“Una delle prime cose che mi ha chiesto è stata se mangiavo. Cioè, dico: se mangiavo. La domanda che una madre qualsiasi farebbe a un figlio qualsiasi, lontano da casa per una gita o una vacanza studio”.

Solo che quella di Enaiat (Enaiatollah) Akbari e della sua mamma (la chiama così e mai per nome, come la sorella che è detta gulpari, cioè petalo di rosa e il fratello norband, raggio di sole, perché “non riesco a levarmi di dosso la paura che ciò che racconto, anche per sbaglio, possa mettere in pericolo qualcuno”) non è una storia qualsiasi, tutt’altro.

Enaiat ha attraversato il mare e la terra a dieci anni, e sua madre nulla sa di quel che gli è successo dopo che dall’Afghanistan lei lo ha portato a Quetta, in Pakistan, per fargli salva la vita e lì lo ha lasciato, ma non per abbandonarlo, tutt’altro: per regalargli una speranza di salvezza. E suo figlio, sfidando “i coccodrilli” che infestano i mari dell’immaginazione di ogni bambino, e che fuor di metafora sono i giorni e giorni di cammino nella neve, quelli in cui si è dovuto nascondere nel doppio fondo di un camion, la ferita fisica che gli è stata inferta, e la paura – di morire, di non farcela – infine invece ce l’ha fatta: ha raggiunto l’Italia e la sua storia è poi diventata un best seller (Nel mare ci sono i coccodrilli, Baldini+Castoldi 2010) uscito dalla fortunata penna di Fabio Geda ch’è come se quella trama l’avesse già avuta dentro. E l’ha fatta girare in più di trenta paesi.

Mamma non sa più niente di Enaiat per anni, né lui di lei, così quando il bambino, divenuto un ragazzo e poi un giovane adulto, decide di mandarla a cercare i tempi sono maturi perché quello che è successo nei due lustri italiani di Enaiatollah Akbari diventino nuovamente una storia firmata ancora da Geda e questa volta esplicitamente anche dal suo protagonista.

Viene quindi alla luce, per lo stesso editore, Storia di un figlio. Andata e ritorno perché madri e figli non si smette mai di esserlo, qualunque cosa succeda. E non si smette di chiedere “se hai mangiato” (lei, loro – le madri –) e di sentirsi incompresi e scegliere di non dire (lui, loro – i figli –): “Perché parlarne avrebbe voluto dire affrontare la notte d’autunno […] quando mi aveva fatto fare tre promesse e al mattino non l’avevo trovata più; significava decidere se ero arrabbiato e se c’era qualcosa da perdonare, se l’avevo già perdonata o se invece dovevo ringraziarla”.

E non è questo che succede sempre, tra un genitore e un figlio? Che il primo, il quale altro non vorrebbe se non portare per mano il secondo lungo i sentieri stretti così come le autostrade, si debba forzare di lasciarlo andare, guardarlo anche cadere, se ne ha la fortuna, o addirittura senza neppure vedere o sapere. E che il secondo si arrabbi, metta tra sé e le sue origini una distanza all’apparenza incolmabile per un tradimento che inevitabilmente s’è dovuto compiere: lei, o anche lui (il padre), lo hanno lasciato solo. Ma è in questa condizione che un figlio o una figlia possono davvero conoscere il mondo, ed esser pronti al loro personale nóstos, il ritorno. Questo è successo a Enaiat, e succede, invero, a ciascuno.

Un conto però è, come in questo romanzo di autofiction, essere stranieri altrove – peraltro il protagonista è un hazara, cioè di un’etnia che si dice derivi da Gengis Khan, perseguitata da sempre – e accettare con benevolenza la propria condizione di diversità, a distanza, e sentendola per questo vicina, e un conto è decidere di tornare lì dove sei simile tra i simili, eppure diverso, e inoltre incredibilmente cambiato dagli eventi.

Il primo nóstos di Einaiat avviene dunque attraverso il telefono, quando, dopo otto anni, parla di nuovo a sua madre: “Stava piangendo anche lei […] e quel sale e quei sospiri erano tutto ciò che un figlio e una madre possono dirsi dopo tanto tempo. […] In quel momento ho saputo che era ancora viva. E forse, lì, mi sono reso conto per la prima volta che lo ero anche io”.

Perché se i figli vanno lasciati andare, ecco che quelli hanno il compito (o forse la necessità) di tornare. Come fa Enaiatollah che con fatica rientra al suo paese – dopo una trafila di visti, certificati, bollette della luce di case lontane da presentare a chi nulla sa o immagina e nemmeno si sforza di capire – e non è un caso, forse, che sia proprio laggiù che il giovane uomo incontra l’amore, a prima vista, per la bella Fazila, una ragazza con cui tutto si compie secondo tradizione ma che poi Enaiat porta con sé in Italia.

“Non crediate che sia tutto margherite e grigliate” ci ammonisce “anche tra di noi c’è chi fatica”, però poi aggiunge: “Lei sta imparando l’italiano […] ma io invece adoro sentirla parlare afghano. […] Volete mettere entrare in casa, qualsiasi cosa questa parola meravigliosa voglia dire, e sentir parlare la tua lingua madre?”.

Ecco, appunto. Madre.

Valentina Berengo. Veneziana, è ingegnere e dottore di ricerca in Ingegneria geotecnica. Redattrice alla Padova University Press, scrive di narrativa per diverse testate tra cui minima&moralia, Il Foglio, Il Bo Live, è cofondatrice del progetto editoriale “Personal Book Shopper – dimmi chi sei e ti dirò cosa leggere” e ideatrice della rassegna letteraria “L’anima colta dell’ingegnere”. Nel 2016 pubblica il suo libro d’esordio “L’incanto dentro”.
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