duello

Stare in società sì, ma per cambiarla. Tomaso Montanari: una controreplica a Antonio Scurati

Pubblichiamo una replica di Tomaso Montanari all’articolo di Antonio Scurati (Stare in società), scritto a propria volta per rispondere a Il Rinascimento in salsa tonnata, da Eataly dello stesso Montanari.

di Tomaso Montanari

«E come avvien quand’uno è riscaldato, / Che le ferite per allor non sente, / Così colui, del colpo non accorto,/ Andava combattendo, ed era morto». Così Antonio Scurati: molto riscaldato, ma assai poco vivo. Grandi fendenti («basso attacco», «polemico», «malafede», «stare in società», «diffamazione»…; e poi massimi sistemi, e l’immancabile fisarmonica delle citazioni da bravo intellettuale), ma nessuna risposta sul merito del mio discorso. Sarebbe stato più onesto dire: «ho fatto una marchetta, succede». Non avrei riaperto bocca. Ma di fronte alla giustificazione teorica della marchetta, tocca provare a rispiegarsi: se mi riesce, in meno battute dello scrittore.

1. Il fatto.
Il nuovo negozio Eataly di Firenze annuncia di contenere un «percorso museale» dedicato a Rinascimento e affidato a «Antonio Scurati, celebre scrittore e professore universitario». Incuriosito, vado a visitarlo. E scopro che NON è affatto un percorso museale, ma una serie di pannelli, ciascuno con una fotografia e un breve testo. Leggo i testi, trovandoli terribili per scelta dei temi, retorica da supermercato, contenuti da Bignami. Per capire meglio il contesto dell’operazione vado sul sito di Eataly, e trovo un testo intitolato «Gli otto valori del Rinascimento secondo Scurati». Testo che riesce ad essere ancora peggiore di quello del negozio: anzi grottesco.
Nel mio intervento parlo di entrambi questi scritti. Dico che il primo è certamente di Scurati, e documento il mio giudizio stroncatorio citando tra virgolette tre brani. Poi passo al testo sulla rete, pure citandolo abbondantemente. E precisando che questo secondo è scritto «in un italiano che non può essere del “celebre scrittore e professore universitario”», e chiedendomi quanto sia stato pagato Scurati «per convincerlo ad accostare il suo nome ad un’idea tanto demenziale». Accostare il nome: non firmare.
Non metto i due testi sullo stesso piano, avverto il lettore della differenza: dove sarebbe dunque la mia «disonestà» (ecco, questa è esattamente diffamazione, caro Scurati) per cosa dovrei scusarmi?
Detto questo, ribadisco la mia censura. Scurati ha un credito presso una parte del pubblico. Spenderlo per avallare l’idea che trenta pannelli siano un «percorso museale» è – questa sì – una scorrettezza deontologica grave. Riempire questi testi di banalità mal digerite (cosa diversa dai topoi, caro Scurati: non bariamo come bambini) è imbarazzante. Scrivere una replica senza entrare nel merito di nessuna delle critiche puntuali è ancora più imbarazzante. Non controllare il testo che viaggia in rete abbinato al suo nome nell’ambito di un incarico professionale («Gli otto valori del Rinascimento secondo Scurati») è segno di autolesionismo (legittimo), ma anche di un certo disprezzo per i lettori (meno legittimo).

2. Rapporto intellettuali-imprenditori
Il tema mi appassiona fino ad un certo punto. Ricordo solo che Scurati si ritaglia il ruolo che, quando Farinetti era il padrone d Unieuro, toccava a Tonino Guerra, ridotto alla macchietta che gridava: «Gianni, l’ottimismo è il profumo della vita!». Ad onore di Guerra bisogna ricordare che era vecchio, malato, bisognoso di quattrini.
Per il resto, non so se Scurati si senta un novello Fortini. Certo Farinetti non è Olivetti. C’è una bella differenza tra il Farinetti del santino d’autore confezionato dall’agiografo Scurati e quello che dichiara al «Fatto qutodiano» di far perquisire le commesse di Eataly a Roma e a Bari perché «gli spogliatoi sono vicini ai magazzini» e «il senso civico manca». O che, nella stessa intervista, mette a fuoco la sua idea di partito: «il Pd deve essere un club … Non servono i militanti che danno dieci o venti euro ogni anno. Ci vogliono poche centinaia di migliaia di iscritti che pagano 100, 200 o 300 euro ogni anno e in cambio ricevono dei servizi».

3. Renzi.
La frase di Scurati che, da suo lettore, mi ha deluso di più, perché lo mette al livello del più triviale dei commentatori anonimi da blog, è quella per cui avrei attaccato lui per attaccare Farinetti, e «Farinetti per attaccare Renzi».
Ho scritto un libro che è per un quarto dedicato a Renzi, visto proprio dal punto di vista del suo uso della ‘cultura’. Un buon tratto di quel mio libro sviscera il problema dello sciacallaggio del Rinascimento, che da secoli inchioda Firenze alla vita di rendita: e la vicenda Scurati-Eataly sembra uscita da un mia pagina, ma riscritta fantasy.
Non ho mai nascosto cosa penso del mio sindaco, e l’ho fatto a viso aperto, argomentando puntualmente il mio giudizio (e subendo un certo numero di ritorsioni). Non ho bisogno di Farinetti (e, chiedo scusa, nemmeno di Scurati) per continuare a farlo.
Il punto è un altro: ed è l’omogeneità ‘culturale’ (peraltro dichiarata, rivendicata, esplicitata, tradotta in programma politico) tra Renzi e Farinetti. Un’omogeneità che si estende anche ad Antonio Scurati, come ho appreso grazie alla sua esplicita replica.

4. Cultura intellettuale e cultura materiale in un’epoca post-ideologica.

Riassumo la tesi centrale di Scurati, a beneficio di chi (come me) si perde tra i cascami retorici e la fumisteria: «parlare di Rinascimento da Eataly è utile perché riesce a correggere la deriva consumistica di Eataly, e diffonde la cultura; Montanari non lo capisce perché è un sacerdote, elitista e corporativo, della sua disciplina, e non gliene frega niente della vita della gente».
Così, però, Scurati si nasconde dietro il caso teorico, buttandola sui massimi sistemi. Si chiede, retoricamente: «È forse illegittimo parlare di storia dell’arte in un supermercato?».
A questa domanda – furbetta, astratta e generica – rispondo concretamente: «Dipende come». Non si tratta di preclusioni ideologiche: si tratta di vedere come lo fai.
Nel caso concreto del negozio Eataly di Firenze il risultato è l’opposto a quello teorizzato da Scurati. A causa del tono aneddotico, degli errori storici e delle banalità dei suoi testi. A causa della posizione dei pannelli nel negozio. A causa della millanteria del «percorso museale». Che Scurati se ne renda conto o no, l’effetto è esattamente il contrario: il Rinascimento, e l’intellettuale stesso fanno la figura di imbarazzanti foglie di fico messe a nascondere la vergogna della riduzione dell’uomo a ciò che mangia e a quanto può spendere. O, se preferite, fanno la figura di prigionieri costretti a correre in catene di fronte al carro del vincitore, raccontandosi pure che in fondo lo precedono. Il messaggio che buca le pareti di Eataly è: tutto è in vendita; anche la dignità della conoscenza, e quella del lavoro intellettuale. È Eataly che, come dice l’epigrafe del negozio, «presenta il Rinascimento».
Allora, l’alternativa è la separazione? No, caro Scurati, è troppo comodo sostenere che non c’è scelta tra fare marchette commerciali e chiudersi in biblioteca e scrivere saggi per dieci persone.
Mi scuso di dover ora ricorrere ad una serie di rinvii molto personali, ma è stata chiamata in causa esattamente la mia credibilità personale in questa direzione.
Si possono, per cominciare, scrivere libri seri e senza sconti, ma rivolti ad un pubblico più vasto. Spiegando perché ho accettato di scrivere un libro sul Barocco mi sono trovato a fare i conti proprio con la deriva che porta supermercati chic a millantare musei del Rinascimento a costo mentale zero:

«Esiste poi un ottimo motivo per cui uno storico dell’arte abituato a indagare circa il ‘come’ e il ‘quando’ di singole opere accetti, talvolta, di misurarsi, non dico con il metafisico ‘perché’, ma almeno con il ‘come’ e il ‘quando’ dell’intero periodo storico di cui si occupa. Ed è che se egli si sottrarrà a questa sfida, essa verrà raccolta da qualcun altro, presumibilmente meno afflitto da dubbi. Lo diceva assai bene Johan Huizinga, quasi un secolo fa (ne Il compito della storia della cultura, 1929): “Lo storico specialista, rendendosi conto di quanto lavoro critico è necessario per definire anche la più piccola particolarità, e ricordandosi di quanto la materia sia multicolore e complicata, dispererà anche troppo spesso della capacità di adempiere al suo ruolo culturale, e scuoterà la testa e forse si nasconderà dietro alla seguente illusione: “Per trattare come si deve questo quesito, mancano ancora del tutto i necessari studi preliminari”. Dopodiché chiude la porta alla cultura e decide di non essere architetto, ma semplice scalpellino, e di continuare a spaccare pietre e cuocere mattoni. Qui interviene con grande prontezza la mano veloce del dilettante, che intravvede tutte le prospettive necessarie a comprendere rapporti complessi. Il sentimento, che comincia a farsi sentire tanto facilmente nella vita dello spirito, crea in lui l’illusione di avere dei pensieri ordinati. Lo spirito moderno non esige, per comprendere, nessuna formulazione di pensieri logici e neppure di un fondamento esplicito di concetti ben definiti. Con una visione profetica Tocqueville ha previsto il formarsi di questo abito mentale. “I popoli democratici – scrive (e mi si conceda che per lui démocratique significa semplicemente ‘moderno’) – amano appassionatamente i termini generici e le parole astratte, perché queste espressioni amplificano il pensiero e permettono di racchiudere molti oggetti in poco spazio, aiutano il lavoro dell’intelligenza … Dunque gli uomini che abitano nei paesi democratici hanno spesso dei pensieri vacillanti, hanno bisogno di pensieri molto ampi per circoscriverli”. Ecco qui il razionalista classico che registra i sintomi premonitori della scomparsa dal pensiero di ogni razionalità”. Ebbene, oggi la profezia di Tocqueville raccolta da Huizinga appare compiutamente realizzata. Ogni traccia di razionalità sembra esser irrimediabilmente scivolata via da un discorso culturale pubblico ridotto al ‘fascino’ commerciale dei cosiddetti ‘misteri’: dalla ricerca del graal ai complotti dei templari, dagli affreschi di Leonardo occultati dietro ai muri al marketing delle attribuzioni improbabili. E tra le ragioni per cui la diffusa passione per la storia e la storia dell’arte rischiano, paradossalmente, di tradursi in un incremento dell’ignoranza e della superstizione c’è anche la rinuncia dello storico specialista ad adempiere al suo ruolo culturale, per dirla con le parole di Huizinga».

Certo non basta scrivere libri. Ho organizzato serie di lezioni in cui si parlava di storia dell’arte nei teatri, di fronte a centinaia di persone, o in televisione e perfino nei ristoranti . Ed è esattamente per questo che ogni lunedì (sull’esecrando «Fatto»), tengo una rubrica in cui parlo di opere d’arte ai bambini.
Il punto è cercare di farlo sapendo quello che si dice. Facendo il gioco della conoscenza, non piegando quest’ultima ad altri giochi.
E qua vorrei dedicare due righe all’insinuazione più velenosa di Scurati. Non sono un consulente del ministro Bray: ho accettato di far parte (a compensi e rimborsi viaggio pari a zero) di una commissione che aveva il compito di riformare radicalmente il Ministero dei Beni culturali. Fino al giorno prima avevo scritto che quel Ministero era da riformare radicalmente: e dunque ho accettato, dando pubblicamente conto di tutto ciò che lì ho detto e ho fatto, e senza smettere di dire ciò che penso di Enrico Letta e del suo governo.
Quanto al corporativismo accademico. Un capitolo del mio primo libro era dedicato agli storici dell’arte: e non era tenero. E mi pare di aver continuato su questa strada. E forse persino Scurati sarà d’accordo con la conclusione del mio ultimo saggio :

«Una delle cause più indicibili della progressiva rovina del patrimonio storico e artistico della nazione è proprio l’incapacità degli storici dell’arte di parlare ai cittadini. Abbiamo fatto tutto quello che potevamo per spiegare «quanti e quali valori si trattava di proteggere»? Abbiamo provato ad essere davvero ‘popolari’, cioè a parlare al popolo sovrano, che del patrimonio è l’unico padrone? Abbiamo fatto in modo che la storia dell’arte non serva solo agli storici dell’arte? Senza una nuova alfabetizzazione figurativa degli italiani, il patrimonio non si salva (perché è muto, inutile, inerte), e l’articolo 9 della Costituzione non si applica, perché i cittadini non hanno strumenti per esercitare quella proprietà del patrimonio che li manifesta come i nuovi sovrani dell’ordinamento democratico».

Ecco, il punto è proprio questo: il lavoro dell’intellettuale è restituire ai cittadini strumenti intellettuali per esercitare la propria sovranità. Al contrario, la morale del negozio Eataly di Firenze è che la sovranità appartiene ai mercati, e che il Rinascimento e la nostra stessa intelligenza sono ostaggi in catene.
Non credo che il nostro compito sia quello di consacrare – a pagamento – lo stato presente delle cose. Bisogna stare in società, è vero: ma per cambiarla.

Commenti
27 Commenti a “Stare in società sì, ma per cambiarla. Tomaso Montanari: una controreplica a Antonio Scurati”
  1. claud bohm scrive:

    Suvvia, Farinetti, fai il bel gesto: chiedi anche a Montanari di illustrare in 30 pannelli il Rinascimento fiorentino!

  2. anoipiace scrive:

    Se si vuole fare pubblicità a un prodotto o azienda, lo si faccia, ma si abbia almeno la decenza e la consapevolezza di sapere che si si tratta di un’operazione commerciale, nulla a che vedere con la cultura. se si vogliono vendere salami, si vendano, ma il Rinascimento per favore lasciamolo stare. Diffido di quegli imprenditori di successo che si arrogano il diritto di appropriarsi di un patrimonio comune.

  3. Antonio Giordano scrive:

    Eataly puo’ essere vista come metafora di un paese in cui ognuno ha il suo prezzo, dove nessuno si vergogna di fare marchette di ogni tipo, dai politici agli intellettuali, con i politici che difendono gli interessi delle lobbies, i giornalisti che servono i partiti e non i cittadini, e i cittadini che danno il voto ancora secondo una mentalita’ clientelare. Ognuno antepone i propri interessi a quelli civili. Ognuno ruba secondo le proprie piccole o grandi possibilita’. Non dico che siano tutti ladri, tuttaltro. E’ la mentalita’ che va cambiata. Guarderei all’antica Serenissima lagunare per il sistema di controlli sul potere e sulla burocrazia. Tangentopolo ha scalfito alcuni politici ma i burocrati sono rimasti al loro posti e hanno fatto carriera. I raccomandati in ogni campo hanno sempre piu’ poteri, inversamente proporzionali alle loro capacita’. In Italia, nessuno controlla nessuno o, nei migliori dei casi, chi deve essere controllato e’ il controllore. Corruzione e concussione sono routine. Viviamo nel magnamagna. W Eataly. E’ lo specchio del Bel Paese, ma non Galbani che vuol dire fiducia: quella bisogna guadagnarsela!

  4. Andrea P. scrive:

    Penso di avere un man crush on Montanari.

  5. giuliano scrive:

    montanari ebbasta, va bene, va bene , hai ragione. Sei andato da eataly… i pannelli.. il sito…le didascalie, le fotografie, bla, bla, bla.. Finitela. Repliche e controrepliche, sono peggio dei bambini dell’asilo.

    Non è che nel documento redatto per il ministro Bray, ha infilato anche il “caso eataly”?

  6. Carlo scrive:

    Stanno diventando RIDICOLI.
    L’ho visto questo “percorso”, non scrivo museale altrimenti ci si incazza. Ma santo iddio, ma prendiamolo per quello che è, tavole con didascalie, semplici, (Montanari dice banali), scorrevoli, e se c’è qualche errore su qualche nome, lo correggeranno. Nessuno ha la pretesa di insegnarci la storia girovagando tra i prosciutti, ma non mi pare proprio, che tutto questo, sia una mancanza di rispetto per firenze, per il rinascimento o per la cultura.
    Io non ci trovo nulla di male, forse perché non sono un professorone, ma, mi sono anche divertito a leggerele queste
    tavole, soprattutto essendo a conoscenza dell’uscita del primo post di montanari su fatto quotidiano.
    Questo era il titolo: “Eataly, il Bignami del Rinascimento: l’ultima idea per vendere paccheri”.
    Come se farinetti avesse bisogno del “percorso museale” per vendere paccheri. Li vende bene lo stesso, senza tavole didascaliche e soprattutto senza Montanari. Stia tranquillo prof.
    Anche se, dopo questa pubblicità gratuita -Made in Montanari- secondo me la vendita di paccheri aumenterà.

  7. Giorgio scrive:

    concordo con Carlo, prendiamoli per quello che sono, didascalie. Tutto questo accanirsi mi sembra esagerato. La questione su come ci si può appropriare di un patrimonio comune è forse ridondante, non esistono masse ignoranti e analfabete alle quali l’unica verità data è quella di Farinetti.
    Ci sono libri, biblioteche, documentari, dovunque si trova materiale per approfondire uno o l’altro periodo storico. Quindi, trovo il polverone eccessivo.
    p.s. da eataly che io sappia da fonti dirette non c’è grande rispetto per chi ci lavora, quindi il motivo per boicottarlo non sono certo le didascalie.

  8. bato scrive:

    Il casus belli c’è, i pugili anche. Il pubblico non mancherà!
    Gli avversari sono pregati di astenersi dal prendere accordi sottobanco per il prossimo round

  9. Paolo1984 scrive:

    certo che se Scurati avesse detto semplicemente “l’ho fatto perchè mi servono i soldi, in pochi hanno la fortuna di campare e campare bene scrivendo solo romanzi e io non sono fra questi quindi non rompetemi le scatole” forse sarebbe stato più sincero e avrebbe chiuso la questione in maniera secondo me apprezzabile
    Ma niente da fare, come ogni intellettuale anche Scurati deve sempre dare una giustificazione “nobile” ad ogni cosa che fa, da qui la controreplica di Montanari a cui probabilmente seguirà una discussione (o scazzo) spero privata tra i due in cui se ne diranno di ogni

  10. giuliano scrive:

    @giorgio
    concordo su tu tutto, tranne il rispetto dei dipendenti, non metto in dubbio le tue fonti dirette, io a torino conosco almeno un decina di ragazzi (e anche non tanto più ragazzi) che lavorano ad eataly, ci lavorano praticamente dall’apertura -2007- e sono tutt’altro che scontenti. Saranno mosche bianche? Masochisti? Dubito.
    Eataly, ormai è diventato un tiro al bersaglio, anche da chi non sa NULLA. Leggevo alcuni commenti su Dissapore ( stesso tema di qui) addirittura sono riusciti ad infilarci il prezzo di un’olio, che secondo questo lettore, è venduto quasi il doppio rispetto alla GDO. Il che ovviamente è una balla pazzesca, essendo tutt’altro tipo. Basta, non voglio tediarvi oltre.
    Che poi Scurati sia stato pagato così profumatamente come parrebbe dal commento qui sopra, non so perchè ma ho qualche dubbio.
    Buona befana a tutti.

  11. Giacomo scrive:

    Paradossi di Facebook e omonimie: https://www.facebook.com/tomaso.montanari?fref=ts

  12. Giovanna scrive:

    Non credo che Scurati afferri ciò che gli hai risposto. Siete su due pinari diversi. A lui interessa il soldo a te il nostro patrimonio culturale.

  13. Giovanni Lamagna scrive:

    In ogni caso, a prescindere dal merito delle opinioni di Scurati e Montanari, così divergenti, un dibattito di alto livello culturale, piacevole da seguire! Ce ne fossero più spesso di simili! Giovanni Lamagna (ALBA nodo di Napoli)

  14. giuliano scrive:

    @ giovanna
    può darsi che scurati abbia ciccato qualche nome ecc.
    ma sei così sicura che siano stati -in questo caso- i “soldi” a farlo smuovere? sicura, sicura?

  15. Carlo scrive:

    Continuerò a leggere Scurati con piacere (spero) ma sto con Montanari. Non vorrei vedere i musei privatizzati (perché così sono più fruibili) da chi non è capace di gestire la cosa pubblica e spaccia la sua incapacità per innovazione e riforma (come ha fatto la ex-sinistra durante la seconda repubblica). E’ un argomento che non è nella polemica? Sono convinto che ne sia il sottofondo inequivoco.

  16. Cesco scrive:

    Trovo questa polemica veramente delirante, ci dice molto poco della societá italiana e molto delle miserie di alcuni sedicenti intellettuali e delle loro invidiucce (quelle si) da bottegai. A questo punto ridatemi il lampredotto ed andatevene a f.

  17. Ginevra scrive:

    Concordo con l’ha critica di Montanari all’operazione Eataly/Scurati. È ora di finirla con questa cultura da “Magica Italia”. Un supermercato faccia il supermercato, punto.

  18. adelmo scrive:

    @ a Giné
    ma se manco l’hai visto eataly firenze, eddaiè

  19. alessandra scrive:

    è talmente faticosa e pertinente la risposta di Montanari a tutte le questioni poste che mi sentirei di porgere un lino bianco al suo passaggio e chissa che quel tessuto chiaro potesse brillare sugli altri come il contrario di un drappo rosso davanti al toro.

  20. Liliana scrive:

    Ha ragione Tomaso Montanari: non se ne può più di questa “cultura” usata come foglia di fico su operazioni solamente commerciali (ma ve la ricordate la “gelatocultura” del “Gelato Festival”? Con tanto di spruzzatina di Buontalenti, piazze storiche di Firenze ingombrate – e oltraggiate – da baracconi, gabinetti e quant’altro….)
    E quando anche si volesse seguire il “percorso museale” di Eataly, lo si dovrebbe fare leggendo i pannelli dalle scale (magari ruzzolando giù?) La loro collocazione così platealmente subalterna fa sì che molti pannelli risultino illeggibili, a meno di non avere con sè un binocolo. Si potrebbe sempre prendere le cuffiette, ma sempre in mezzo alle scale si dovrebbe stare per vedere le immagini proposte. E che senso ha una operazione simile? Potrebbe forse averne in qualche luogo esotico e remoto, ma a Firenze?

  21. giuliano scrive:

    tanto per dire che ormai è dventato uno sport..
    trovato,quasi, per caso questo Tweet:
    http://postimg.org/image/y1nvz4qhp/
    e questo è un “giornalista”, libraio.. di Firenze. A chi è andata di traverso la cultura??

  22. claud bohm scrive:

    @ giuliano

    è andata di traverso al “giornalista” libraio:

    http://dizionari.corriere.it/dizionario-si-dice/D/di-da.shtml

  23. giuliano scrive:

    infatti..

  24. Luca M. Esposito scrive:

    Il dibattito ormai visto riduttivamente come polemica da chi non lo capisce, è molto interessante e permette di riflettere in profondità. Credo che anche questo serva molto alla nostra comunità di cittadini consapevoli…proprio per favorire un cambiamento, il vero compito di un’intellettuale. Grazie.

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