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“Atene (venìndo zo dal Licabéto)”, mistero e fascino nella poesia di Andrea Longega

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Questo articolo è uscito originariamente sulla rivista Letteratura e dialetti, che ringraziamo.

“[…] Atene che da in alto ti vedevi / bianca e sterminada / desso da novo se te mostra / grigia, e sui muri tuta scrita […]”

Si dice, sovente, quando si parla di un particolare dialetto che si tratti di una lingua; lo si dice pensando alle sue peculiarità, alla particolare efficacia, alla ricchezza del vocabolario, alla rarità della sintesi. alla capacità musicale che ogni singola parola ha e ai molti significati attribuibili allo stesso termine, che lo si accenti diversamente o che lo si ponga in un punto diverso della frase o che gli si cambi il soggetto o l’aggettivo.

Potremmo dire, perciò, che si definisce lingua un dialetto perché gli si sta facendo un complimento. A me piace definire lingua quel particolare dialetto che sia in grado di raccontare storie anche molto distanti da quelle avvenute sul pezzo di terra dove quel parlato risiede.

Mi è successo ogni volta che ho letto le poesie di Andrea Longega, e succede una volta ancora di più con l’ultimo libro Atene (venìndo zo dal Licabéto), Ronzani editore 2019. Longega racconta in una serie di poesie il mistero e il fascino di Atene e della Grecia, avvicina la bellezza alla miseria, l’incanto alla nostalgia, il senso di perdita al ritrovarsi, la caduta alla vetta. Così facendo rende il dialetto veneto una lingua che sa dire il mondo e prende quel mondo e lo riporta a casa, a Venezia.

Vorìa anca dir, de nòte / elPartenoniluminà // ma no riesso / a dirlo – // proprio come / in sìma de la riva // le luci e l’aqua / a Ponta de la Dogana.

Atene appare in questi testi in tutto il suo bianco splendore, con la sua storia e il suo apparato di rinunce. Si manifesta in squarci panoramici, in visioni, in incontri veloci ma emblematici. Longega riduce tutto alle cose, le minime cose – caratteristica che è da sempre presente nella sua poesia – facendo sì, ad esempio,  che il saluto e il voler trattenere ancora un attimo gli occhi di un cameriere d’albergo, rimandi alla particolare capacità che hanno le nostre pupille, quando cominciano inesorabili a costruire una memoria, davanti all’ultima luce del porto, mentre la nostra nave si allontana, di trattenere qualunque cosa, perché da sempre nell’ultima immagine risiedono tutte le precedenti.

Come nota bene Francesco Targhetta nell’introduzione al libro, c’è un movimento discendente che apre e chiude la raccolta di Longega e la caduta che spesso riporta a un senso di perdita, qui, invece, raccoglie, trattiene. Attraverso la discesa il poeta disvela, mostra il bianco della meraviglia come il grigio dell’inquinamento. Se da i greci veniamo un po’ tutti, da quella cultura, dalla filosofia, dalla libertà, dagli stessi greci abbiamo imparato di nuovo, nostro malgrado, come si diventa poveri daccapo in occidente, sotto il Partenone, e dopo davanti al campanile di San Marco.

[…] de tute ste sc[arpe] da dòna / un poco scalcagnae / messe in riga par str[ada] / de sto gròpo / de cavi che se vende – / […] ghe ne parlo […] lo so / da foresto // ma ti [Ate]ne co pasiensa / [in]ségnime

La bravura di Andrea Longega sta tutta nel mostrare, partendo dal piccolo segnale, un mare che dovrebbe comparire e non compare tra due costruzioni, una fila di scarpe da donna viste per strada, il più grande accadimento, che è il mutamento dei tempi, che è la percezione del luogo con il peso della grande storia passata e delle storie attuali, tutto mescolato, perché sempre così è. Longega dice molto senza aver bisogno della cronaca, della descrizione eccessiva del monumento, di dire – a ogni costo – un panorama.

Pas[sa] tute a vose alta / le parole tra [de] nui [altri] / quasi niente vien [dito] pian / co i visi vissini […] – epùr / la nòtexe […] / …………….. / […] Atene

Il dialetto veneziano, con tutta la musicalità di cui è capace, accompagna il lettore nella caduta e gli racconta – così fa Longega – come se gli parlasse. Al lettore è concesso il privilegio del racconto personale, la sensazione di stare sotto il braccio del poeta, in intimità, questi versi, queste poesie, stanno parlando a lui, stanno dicendo di lui.

Atene(venìndo zo dal Licabéto) prosegue il percorso di Longega in una strada che ha deviato nell’ospedale per amore e per dolore, negli alberghi veneziani, dove hanno parlato le donne, gli ospiti e le federe, dalla Murano dell’infanzia, dai ricordi e dall’osservazione, dall’acqua che non è mai mancata, da ogni detrito accumulato nel tempo, dalla distanza di un promontorio greco, da un tempo lontano e vicino, ha raggiunto un vertice poetico, dove la sintesi e la musica si prestano a dire il mondo.

Gianni Montieriè nato a Giugliano nel 1971 e vive a Venezia. Ha pubblicato: Le cose imperfette (ottobre 2019 per Liberaria) Avremo cura (2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono inseriti nella rivista monografica Argo, nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) e nel numero 19 della rivista Versodove; sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). È tra i fondatori del laboratorio di scrittura Lo squero della parola. Scrive su Doppiozero, minima&moralia, Huffington Post, Rivista Undici e Il Napolista, tra le altre. È redattore della rivista bilingue THE FLR. È nel comitato scientifico del Festival dei matti.
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  1. […] Si dice, sovente, quando si parla di un particolare dialetto che si tratti di una lingua; lo si dice pensando alle sue peculiarità, alla particolare efficacia, alla ricchezza del vocabolario, alla rarità della sintesi. alla capacità musicale che ogni singola parola ha e ai molti significati attribuibili allo stesso termine, che lo si accenti diversamente o che lo si ponga in un punto diverso della frase o che gli si cambi il soggetto o l’aggettivo. [continua a leggere su minima&moralia] […]



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