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“Siamo vissuti qui dal giorno in cui siamo nati”, l’esordio di Andreas Moster

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Nel film di Haneke, Il nastro bianco, c’è una scena che vede i ragazzi protagonisti camminare di spalle verso le loro case del piccolo villaggio tedesco dove è ambientata la storia. Il regista austriaco costruiva in quel film una cruda e disturbante immagine del male, che non esplode mai in maniera diretta e lampante ma che, sotto traccia e attraverso le azioni dei ragazzi, si concretizza nella vita quotidiana. Haneke, con la capacità propria dei grandi registi, non mostrava mai l’orrore, ma lo lasciava semplicemente aleggiare, ne illustrava presagi e conseguenze nel gelo del bianco e nero.

Leggendo il primo romanzo di Andreas Moster, Siamo vissuti qui dal giorno in cui siamo nati, bestseller in Germania e prontamente e meritoriamente tradotto da Silvia Albesano per Il Saggiatore, il riferimento al film di Haneke non parrà certo troppo arbitrario, non solo per l’ambientazione della storia che ha qualcosa in comune con il villaggio del regista austriaco, ma anche per il modo in cui il male, o meglio la malignità, emerge dalla rete di relazioni dei protagonisti.

Il romanzo di Moster è ambientato in un villaggio di montagna basato economicamente sull’estrazione di calcare da una cava che rappresenta l’unica ricchezza del luogo. Una società basata sul lavoro degli uomini,  sulle mogli succubi dei voleri dei mariti e sulle figlie vittime della violenza e della chiusura del paese su se stesso. Tutto procede secondo ritmi ben definiti e sempre uguali, gli uomini si recano ogni giorno alla cava, le mogli si impegnano nel lavoro casalingo e le figlie frequentano la piccolo scuola, segnate dal dover replicare in futuro la stessa vita che vedono nelle madri.

Un gruppo di queste ragazze però, le protagoniste del libro, osano sin dove non si dovrebbe, ovvero nel desiderio di incontrare un uomo che possa portarle via da lì, in un luogo migliore dove trascorrere in felicità la propria vita. La routine viene spezzata dall’arrivo al paese di Georg, uno straniero silenzioso e misterioso, incaricato dal padrone della cava di verificarne la produttività: «Un uomo viene da noi in paese a voltare le pietre e le teste delle ragazze. Le pietre sono su un muro bianco, che ripara il paese dalla parete della montagna. Le ragazze stanno sedute in piazza e osservano l’uomo rivoltare le pietre. L’uomo si aggira lungo il muro, solleva le pietre con la mano destra e le rimette a posto girate al contrario. Le teste delle ragazze seguono le mosse lente dell’uomo che costeggia il muro». Da questo fatto, normalmente portatore di nessuno scuotimento, deflagra il romanzo di Moster, che riesce a costruire una storia fitta di simboli e allegorie, archetipi e miti, che convergono tutti verso l’argomento della crudeltà e della ferinità dell’uomo

Georg sa già, dall’analisi dei libri contabili, che la cava è esaurita e che il villaggio è condannato a perire, ma è come se il suo arrivo velocizzi la caduta: prima un incidente alla cava, poi l’omicidio di una ragazza, iniziano a decostruire un mondo fino a quel momento mai toccato da nulla. Come si diceva all’inizio, paragonandolo a Il nastro bianco, il romanzo di Moster è incentrato sulla violenza la cui spirale nasce dalla paura del villaggio di perdere tutto: essa nasce quando gli uomini iniziano ad accorgersi di avere davanti agli occhi la fine del loro mondo, incapaci di poter immaginare qualsiasi altra forma di vita differente da quella che hanno sempre condotto. Per loro l’arrivo di Georg equivale alla morte e l’unico modo di rispondere ad essa, di resistere, è con l’oppressione e la violenza. Georg sarà accusato di tutto, anche dell’omicidio della giovane ragazza, a dimostrazione di come le rigide strutture tradizionali e il rifiuto del cambiamento non possano che condurre in questa direzione cieca e crudele.

L’idea di Moster, resa attraverso una prosa concitata e coinvolgente che in alcuni momenti ricorda anche il Gombrowicz di Cosmo, non si allontana molto dai meccanismi relazionali illustrati da René Girard in alcuni aurei libri: Georg diviene il capro espiatorio del villaggio, pure se, importante sottolinearlo, non rientra in alcun modo in nessuno degli avvenimenti; è proprio per questo che la folla non si sottrae alla sua condanna, ognuno contagiato da un odio primordiale che  rende inconsapevoli del male che si compie e dell’ingiustizia che si sta costruendo. Nel villaggio non ci sono però solo gli uomini, portatori di questa violenza ancestrale, ma anche un gruppo di ragazze che si muovono in una direzione contraria, in fuga verso una liberazione, tanto dolorosa quanto necessaria. Sembrano loro, la protagonista, Lilianne, Seraphine, Cass e Ada, le uniche che riescono a concepire un cambiamento, seppur consce che non potrà avvenire lì, nel villaggio, ormai contagiato dai soprusi e le violenze dei padri, ma solo fuori, in città, nel luogo dove sperano di essere portate da un uomo.

Il libro di Moster vive di una tradizione letteraria in lingua tedesca importante e sembra essere in grado di proseguire il discorso di tanti scrittori post-espressionisti con una carica nuova, capace di coordinare un mondo mitico e lontano con la contemporaneità. Il processo di scrittura di Moster trova forma grandiosa nelle parti descrittive che muovono tutta la macchina narrativa, dal bianco della cava ai vestiti delle ragazze (e si legga la descrizione orrorifica e disturbante delle misteriose ferite che Georg ha sul ventre per conferma). Un libro che non consola, duro e ambizioso, che in alcune pagine ricorda perfino la prosa di Bernhard, un esordio importante di un autore certamente da seguire.

Matteo Moca si è laureato in Italianistica all’Università di Bologna con una tesi su Landolfi e Beckett. Attualmente studia il surrealismo italiano tra Bologna e Parigi, dove talvolta insegna. Tra i suoi interessi la letteratura contemporanea, la teoria del romanzo e il rapporto tra la letteratura, la pittura e il cinema. Suoi articoli sono apparsi su Allegoria e Alfabeta2. Collabora con varie riviste di carta, in particolare con Gli Asini, rivista di educazione e intervento sociale, con Blow Up per la sezione libri e con L’indice dei libri del mese e online (DUDE Mag, Crampi sportivi, Nazione Indiana, ecc.).
Commenti
Un commento a ““Siamo vissuti qui dal giorno in cui siamo nati”, l’esordio di Andreas Moster”
  1. davide scrive:

    Capolavoro.. per chi ama un tipo di scrittura che sappia uscire dagli schemi, senza essere esercizio di stile o fine a se stessa . Un romanzo crudo , feroce , vero , intenso, metafisico … come la vita .

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